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Cinquanta anni dopo lo sbarco sulla Luna

Rocco Petrone, l’italo-americano che guidò l’Apollo 11, torna di attualità con la spedizione Beyond, che porta sullo spazio un altro italiano: Luca Parmitano.

di Luigia Ierace
18 marzo 2020
10 min di lettura
diLuigia Ierace
18 marzo 2020
10 min di lettura

“Possibile che nel 1943, in piena Seconda guerra mondiale, quando molti italo-americani preferivano cambiarsi il cognome pur di nascondere la propria origine, un ragazzo che portava un nome che più italiano non si può, fosse ammesso all’Accademia di West Point? Possibile. Questa era ed è l’America delle grandi opportunità…”.

Accadeva proprio questo dall’altra parte del mondo, quando la “fabbrica” delle migliori intelligenze dell’esercito americano apriva le porte a un italiano: Rocco Petrone (1926-2006). Potrebbe sembrare una delle tante storie di emigrazione che hanno interessato il nostro Paese, quella che racconta il giornalista Renato Cantore nel suo libro “Dalla Terra alla Luna, Rocco Petrone, l’Italiano dell’Apollo 11” (edito in Italia da Rubbettino). Il libro ha anche ispirato il documentario, “Luna italiana”, diretto da Marco Spagnoli e prodotto da Istituto Luce-Cinecittà per A+E Networks Italia, con il patrocinio di Agenzia Spaziale Italiana e in collaborazione con la Nasa e che, tra gli altri, raccoglie le testimonianze di Tito Stagno, Piero Angela, Oscar Cosulich, dell’astrofisico Amedeo Balbi, dell’ingegnere aerospaziale Roberto Somma. La storia di Rocco Petrone, invece, è una di quelle che indubbiamente hanno cambiato la storia dell’umanità perché “non saremmo mai arrivati sulla Luna in tempo o, forse, non ci saremmo mai arrivati senza Rocco Petrone”: scriveva Isom A. “Ike” Rigell, ingegnere capo delle operazioni di lancio del Kennedy Space Center in Florida.

E proprio mezzo secolo dopo che l’uomo arrivò sulla Luna, nel giorno delle celebrazioni, il 20 luglio scorso, un’altra missione “Beyond”. Al comando sull’ISS, la Stazione spaziale internazionale, importante avamposto orbitale per guardare “oltre” lo spazio aperto anche per un ritorno sulla Luna o per puntare a Marte, sempre un italiano, Luca Parmitano, astronauta dell’Esa, rimasto in orbita fino al 6 febbraio.

Questa potrà essere un’altra storia da raccontare, perché prima ancora è la figura e la centralità di Rocco Petrone, figlio di emigrati lucani, che va riletta nella sua attualità. Fu proprio lui il direttore del lancio dell’Apollo 11 da Cape Kennedy il 16 luglio 1969: l’uomo del “go!” alla missione che avrebbe portato i primi uomini sulla Luna.

Figlio di contadini lucani che da Sasso di Castalda, un paesino a pochi chilometri da Potenza, avevano cercato fortuna in America, era nato a Amsterdam, New York, nel 1926. Voluto alla Nasa da Wernher von Braun, lavorò alla costruzione del Saturno V e della mitica rampa di lancio 39 da cui partirono gli astronauti verso la Luna. Poi fu promosso Direttore del programma Apollo e, al culmine della carriera, divenne il numero tre della Nasa.

“E allora, tanto per cominciare, datemi Rocco Petrone”, disse Von Brown quando accettò di vincere la sfida e “battere i sovietici nella corsa alla conquista dello spazio”“Il carattere un po’ ombroso, la riservatezza, la ferrea disciplina imparata in uno degli eserciti più importanti”, ma soprattutto “la sua competenza tecnica, la grande memoria fotografica, la tenacia e l’impressionante resistenza allo stress e alla fatica” hanno fatto di Rocco Petrone “l’uomo del “go!”, “il responsabile delle operazioni di lancio, vale a dire praticamente di quasi tutto quello che sarebbe accaduto su questo straordinario teatro della Storia”.

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Ma perché a 50 anni dallo sbarco sulla Luna vale la pena ricordare Rocco Petrone? Ne parliamo proprio con il giornalista Renato Cantore.

Intanto perché questo personaggio è stato poco conosciuto. I riflettori della cronaca si erano tutti concentrati sui tre astronauti che mettevano i piedi sulla Luna ed è stato ignorato tutto il lavoro che c’era dietro. E proprio Rocco Petrone è stato il capo di tutta l’organizzazione che c’era dietro Cape Canaveral e che in 9 anni di lavoro ha portato al lancio dell’Apollo 11. È stato un lavoro straordinario con un team di decine di migliaia di ingegneri guidati proprio da Petrone.

Perché la sua è una storia importante da far conoscere oggi?

Perché è una storia di emigrazione, una storia di accoglienza, una storia di talenti e di riconoscimento di talenti. Una storia di imprese al limite dell’impossibile. E quindi anche una storia di ottimismo.

Cosa resta di tutto questo?

Incredibilmente ho scoperto che a Cape Canaveral ancora oggi le procedure di lancio, la tecnica che si segue con tutte le verifiche, i famosi check che vanno fatti su ogni fase della missione, sono ancora quelle codificata da Rocco Petrone. Insomma 50 anni dopo, le procedure sono le stesse di allora. E questo è importante perché la storia delle missioni Apollo, che per mezzo secolo è stata quasi dimenticata, oggi torna prepotentemente alla ribalta perché l’America ha deciso di tornare sulla Luna.

L’ESA sta preparando una missione Lunare in collaborazione con la Russia che potrebbe avere luogo già nel 2023. La missione prevede l’allunaggio di una sonda robotica che andrà alla ricerca dell’acqua ghiacciata che gli scienziati ritengono si trovi nelle buie regioni polari del satellite.

È certo, l’uomo tornerà sulla Luna. Anche altri Paesi, come la Cina, si stanno muovendo in questa direzione avendo in programma sbarchi umani. È un tema, quindi, che torna di grande attualità anche perché, all’epoca, è evidente che la missione sulla Luna fosse una gara tra Americani e Sovietici a chi arrivava primo, e che il contenuto scientifico della missione fosse tutto sommato limitato, al punto che nel 1972 gli Americani decisero di non proseguire più il programma Apollo.

Ma oggi perché si decide di tornare sulla Luna?

Oggi, invece, si comprende che è fondamentale tornare sulla Luna per due motivi: primo perché non tutta la Luna è stata esplorata. Si sta verificando quello che diceva Rocco Petrone: “La Luna potrebbe essere per noi la nuova stele di Rosetta. Esplorando vari punti della sua superficie, che non è tutta uguale, contiamo di trovare materiali antichissimi che potrebbero fornirci il codice per capire l’evoluzione del sistema solare e a spiegare il mistero dell’origine dell’uomo”. È per questo che bisogna tornarci, per esplorarla meglio e con mezzi che consentono di muoversi più a lungo. I mezzi usati 50 anni fa consentivano di arrivare a un chilometro, ora bisognerebbe cercare di  esplorarla tutta.

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E poi è proprio dalla Luna che si guarda a Marte?

Si punta a costruire proprio sulla Luna una stazione permanente spaziale dalla quale far partire le missioni verso il resto dell’universo, verso lo spazio, perché la meta, la sfida vera del nuovo secolo, è sicuramente portare l’uomo su Marte. Ed è evidente che gli scienziati sono sempre più convinti che per andare sul pianeta rosso bisognerà fare una tappa sulla Luna e da lì ripartire. Ci sono le condizioni che consentono la nascita di una stazione spaziale dalla quale partire per altre missioni. Questa è l’importanza di questo personaggio e l’attualità del suo sogno americano.

Cosa insegna ai giovani la storia di Rocco Petrone?

Dal momento della missione Apollo dal vocabolario dell’umanità è stata cancellata la parola impossibile. Nessuna impresa da quel momento può essere più considerata impossibile. Occorrono uomini che non solo siano molto capaci e che abbiamo a disposizione molti soldi, anche questo certo è necessario, ma ci vogliono soprattutto uomini che siano disposti a sognare. E quella di Petrone è stata una generazione di sognatori. Nessuno andrebbe sulla Luna con le condizioni di difficoltà con cui ci sono andati 50 anni fa.

Rocco Petrone è ricordato anche come la tigre di Cape Kennedy, perché questo appellativo?

Dopo la tragica morte di tre astronauti il 27 gennaio 1967 durante un’esercitazione in quella che fu poi chiamata missione Apollo 1 perché il loro sacrificio non fosse vano, il motto di Rocco Petrone divenne: “Mai più”. Da allora ogni più banale operazione sarebbe stata soggetta a controlli rigorosissimi. Nessun particolare, per quanto all’apparenza insignificante, sarebbe stato tralasciato. Centinaia di tecnici venivano interrogati per ore con accurata precisione e con domande alle quali bisognava rispondere con assoluta sicurezza e con il completo riesame del problema. E a porre le domande ci avrebbe pensato lui direttamente. Fu così che Rocco divenne la “tigre di Cape Kennedy”.

Tolleranza zero: era il metodo Petrone, la Petrone’s Way.

Facevano capo direttamente a Petrone e al suo staff non meno di ottocento dipendenti della Nasa e quasi ottomila uomini di società private. C’erano poi altre diecimila persone che potremmo definire in qualche modo di supporto alle varie operazioni. Furono novantatré ore di countdown distribuite in cinque giorni.

Un dettagliato racconto in cui riesce a far rivivere la concitazione e tutti quei “sentimenti forti” che aleggiavano a Cape Kennedy alla vigilia del lancio.

La tensione e le paure dovevano restare rigorosamente fuori dalla grande sala controllo, la firing room, diventata il dominio incontrastato oltre che la vera casa di Rocco Petrone.

Attento a tutti i dettagli, prima del lancio, come quel “bullone, un maledettissimo bullone lungo un quarto di pollice di troppo” che rischiava di far saltare tutta la missione.

Cape Canaveral, 16 luglio 1969. Il viaggio dell'Apollo 11 verso la Luna è appena cominciato, e il direttore delle operazioni di lancio, Rocco Petrone, viene festeggiato dai giornalisti di tutto il mondo al termine della conferenza stampa. “Tutto bene - assicura con un sorriso - ma debbo aggiungere che qualcosa non è andato proprio come doveva andare”. “Qualcosa di importante?”, gli chiede un cronista. “In un certo senso si. La partenza del Saturno è avvenuta con un po’ di ritardo sul tempo da noi calcolato”. “E di quanto?”. “Di settecentosessantaquattro millesimi di secondo”, ha ribattuto Petrone impassibile. E nessuno ha capito se dicesse davvero sul serio.

E la Luna?

Voglio ricordare la lungimirante risposta data da “quell’uomo schivo e rigoroso, figlio di emigrati lucani”, da quella Sasso di Castalda che gli ha dedicato la piazza del Municipio e il ponte alla Luna, un ponte tibetano lungo 300 metri sospeso nel vuoto a un’altezza di oltre 100 metri . “La Luna è ancora lì che ci aspetta. So che quel momento arriverà. Non so quando, magari non in questo secolo, ma c’è ancora molto da scoprire sulla Luna , molto da fare. Qualcuno prima o poi lo farà, e il primo passo lontano dalla Terra non resterà certo l’ultimo. La Luna è solo il punto più vicino da raggiungere”.