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Bussare alle porte del Sole

Due progetti nati per studiare in modo approfondito la nostra stella.

di Stefano Bevacqua
27 agosto 2020
4 min di lettura
diStefano Bevacqua
27 agosto 2020
4 min di lettura

Non ci si può avvicinare al Sole, perché la nostra stella è troppo calda per un essere umano, ci ammoniva già Ovidio nelle Metamorfosi, con il mito di Dedalo e Icaro.

Da allora sono passati millenni, la tecnologia ha fatto enormi progressi e l’uomo può lanciare la sfida di conoscere più da vicino la nostra stella, per ricavarne informazioni inedite sui suoi comportamenti.

Due progetti, distinti ma destinati a produrre risultati coordinati: il Parker Solar Probe, una sonda spaziale che la NASA ha lanciato nell’agosto 2018, e il satellite Solar Orbiter dell’Agenzia Spaziale Europea, partito il 10 febbraio scorso e molto italiano per progettazione e contenuti.

Cosa andiamo a fare lassù

Gli obiettivi di queste due missioni sono molti e ambiziosi. Includono la comprensione di alcuni fenomeni rimasti fino a oggi oscuri, come le interferenze elettromagnetiche che il Sole è in grado di produrre, danneggiando strumentazioni e sistemi di radiotrasmissione terrestri e prevedere con maggiore dettaglio i comportamenti solari, suscettibili di determinare mutamenti climatici sulla nostra madre Terra.

Mai così vicini al Sole

Già nella prima fase della sua missione, Parker Solar Probe ha permesso di chiarire, almeno in parte, le dinamiche relative a due fenomeni spaziali molto importanti: le tempeste di particelle, il cosiddetto vento solare, e le espulsioni di materiale della corona.

Le particelle più piccole, essenzialmente elettroni, vengono scagliate dal Sole a una velocità prossima a quella della luce, raggiungendo così la Terra in poche decine di minuti. Una specie di tempesta energetica capace di arrecare seri danni alle attività spaziali e aeronautiche.

Per proteggersi meglio da questi flussi è necessario studiarne a fondo le caratteristiche fisiche, cosa che sulla Terra risulta impossibile. La sonda americana, collaudata anche con un severo test di resistenza all’enorme calore presso il forno solare europeo di Odeillo, ha permesso di raccogliere informazioni molto più minuziose, riuscendo ad avvicinarsi a 24 milioni di chilometri dal Sole, sui 152 che ne dista la Terra.

Analoghe ricerche vengono condotte anche da Solar Orbiter, in un proficuo lavoro comune.

La posizione relativa delle due sonde lungo le rispettive orbite, spiegano i tecnici, permette di effettuare misure coordinate e di osservare lo stesso materiale a differenti distanze, riuscendo così a distinguere gli effetti di natura spaziale da quelli di natura temporale.

L’italiano che guarda la corona

A bordo di Solar Orbiter sono alloggiate diverse attrezzature di misura, una delle quali in particolare, permetterà di svelare i tanti misteri che ancora avvolgono la corona solare, la parte più esterna dell’atmosfera del Sole. Una sua efficace osservazione richiede infatti di poter cogliere soltanto i suoi effetti periferici, senza essere colpiti dall’intero flusso luminoso dell’astro.

È quello che si fa abitualmente in occasione delle eclissi di Sole, ma i dati che in quel caso si raccolgono portano con sé tutte le distorsioni dovute alla distanza che divide la Terra dal suo astro. Solar Orbiter, invece, avvicinandosi a circa 42 milioni di chilometri, ci potrà dare preziose informazioni grazie a Metis, il coronografo italiano installato a bordo, fatto in maniera tale da impedire alla luce del disco solare di entrare nel telescopio, così da poter osservare la corona in quelle regioni dove si generano le tempeste di particelle e le cosiddette eruzioni, le spaventose e gigantesche eiezioni di massa gassosa infuocata.

Quello che rende unico Metis è che riesce a registrare contemporaneamente su un ampio spettro, sia nel visibile che nell’ultravioletto, l’evoluzione temporale dei fenomeni dell’intera corona a più frequenze elettromagnetiche.

Solar Orbiter resterà a una –per così dire– ragionevole distanza dal Sole, ma seguendone il moto rotazionale, così da offrire periodi di osservazione dei fenomeni molto più estesi.

Diversamente, Solar Parker Probe si avvicinerà molto di più al nostro astro, fino a sfiorarlo, nel 2025, a soli 6 milioni di chilometri di distanza, offrendo dunque dati integrabili con quelli di Solar Orbiter e tali da ridefinire nel complesso le nostre conoscenze.

Chissà che cosa ne penserebbe Icaro...