21st century robots. Seen from the future, they will just look cute.

I robot fanno lavori difficili al posto nostro

Il mondo della robotica gioca un ruolo sempre più importante nella nostra vita quotidiana. L’analisi di un’importante studiosa del settore.

di Fiorella Operto
06 febbraio 2020
7 min di lettura
diFiorella Operto
06 febbraio 2020
7 min di lettura

Il termine “robot”

A cosa pensiamo quando si parla di robot? Ne abbiamo parlato con Fiorella Operto, vicepresidente della Scuola di Robotica di Genova. Il termine robot, inventato nel XX secolo, poco dopo la Prima e poco prima della Seconda Guerra Mondiale, in pieno sviluppo di macchine, forse mal si sarebbe adattato alle sofisticate, intelligenti e autonome tecnologie che sarebbero seguite. I nomi delle cose sono figli della loro epoca, e il termine robot risente della durezza e disumanità di quegli anni. In slavo robot significa più o meno schiavo. La definizione di robot varia negli anni con il loro lo sviluppo. Quella recente della IEEE Robotic&Automation Society richiama il fatto che i robot sono macchine e sistemi intelligenti dotati di sensori e attuatori, programmabili in diversi gradi di libertà, capaci di muoversi in ambienti per svolgere compiti previsti, senza diretto intervento umano.

Un aiuto per il genere umano

La robotica insegue uno dei sogni dell’umanità: realizzare un’entità più simile possibile agli umani con “intelligenza” – capacità computazionali – e forza – potenza di azione – straordinarie: i robot. Queste macchine sono oggi i nostri avatar nello spazio e nelle profondità oceaniche, in ambienti pericolosi e nocivi, e ci sostituiscono in lavori noiosi e routinari.

I robot “tolgono il lavoro” agli umani? Certamente sì, come ogni macchina, dalle leve e dalla ruota in poi. Come società, dobbiamo convivere e affrontare le sfide sociali che seguono l’introduzione dei robot sul lavoro, nelle scuole, ospedali e nelle nostre vite: problemi di nuove competenze necessarie nelle relazioni e nella vita. Non possiamo attribuire responsabilità ai robot se sono più forti, veloci, precisi e affidabili degli umani, in molti compiti. Nello stesso tempo, nessun umano, adulto o bambino, dovrebbe lavorare nelle miniere, o in aree nocive o svolgere lavori pesanti, pericolosi o noiosi che possano essere svolti da macchine. Mandiamo i robot! Croce e delizia dell’umanità: sviluppiamo tecnologie che ci sostituiscono e poi siamo costretti a reinventarci come umani. In realtà, l’introduzione dei robot in molte attività anche di collaborazione e accompagnamento dovrebbe suggerisci di portare, di “aggiornare” la nostra umanità un po’ più in alto, un po’ più oltre l’identificazione con questi compiti. Questo comporta ampliare moltissimo gli esperti di robotica, allargare il settore alle donne, che oggi sono una piccola minoranza, e promuovere la collaborazione tra robotici, studiosi di scienze umane e utenti finali. In anni recenti, dopo aver invaso l’industria dell’automotive, e avendo “attaccato” il settore della logistica e dei trasporti, i robot stanno iniziando a far parte degli oggetti intelligenti di cui disponiamo. Un esempio, l’auto a guida autonoma è un robot. Abituati allo smartphone, allo smartwatch, ai tablet, e tutti gli IoT che il mercato ci offre, chiediamo oggi ai robot, soprattutto gli umanoidi, capacità di interazione con noi oggi ancora lontane. Ma non per molto.

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Il robot per le consegne a domicilio della società estone Starship (Reuters)

Il corpo dei robot

Il robot antropomorfo, l’umanoide, è la vedetta della robotica di servizio. È la sua forma veramente funzionale per collaborare con gli umani? Nella maggior parte dei casi, la funzione del robot ne determina la forma. In realtà, abbiamo visto che in diverse situazioni di emergenza robot meno affascinanti hanno dato prove migliori. I robot impiegati sotto le Torri Gemelle nel 2001 avevano forme adatte alle funzioni, carrettini o warm. E sono stati gli sgraziati robot marini a essere intervenuti sul disastro del Deep Wather Horizon, Golfo del Messico, nel 2010, o a liberare il sottomarino russo e i suoi marinai imprigionati a Kamchatka nel 2005. Per operare in un ambiente antropizzato e collaborare con umani, la forma dell’umanoide è vantaggiosa sotto molti aspetti, non ultimo il fatto che siamo abituati, e propensi, a interagire emozionalmente con nostri simili. Il progetto è complesso, e i robot umanoidi che abbiamo visto fino a oggi sono molto lontani dalle promesse della fantascienza.

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China International Robot Show 2018 Shanghai, visitatrice stringe la mano a robot umanoide (Reuters)

Il male dei robot

Potranno i robot essere impiegati da persone o entità malvagie? Per spingere le società umane verso distopie, utopie crudeli descritte dalla fantascienza? Come ogni tecnologia, il “male” sta nell’uso che ne facciamo, e dal controllo, nelle mani di pochi, delle stesse. L’umanità è progredita stabilendo leggi e consuetudini per temperare e “umanizzare” il rapido progresso delle tecnologie. E abbiamo sottoscritto convenzioni per bandire diversi tipi di sistemi d’arma. Purtroppo, o per fortuna, non abbiamo alternative se non aumentare il numero e la qualità delle norme e consuetudini “buone”, soprattutto tramite la cultura e l’educazione. Abbiamo bisogno di una Roboetica condivisa, un’etica applicata alla progettazione, costruzione e impiego di robot…

 

La rete dei robot

Quello che il futuro ci annuncia, il mondo in cui vivremo, sarà un ambiente globale, immersivo, pieno di computer connessi, accresciuto dalla continua proliferazione di robot mobili, di sensori smart, videocamere, app, database locali, il tutto collegato ad altri data base più o meno prossimi e a potenti database mondiali: una rete che circonderà il pianeta in cui i robot si muoveranno e agiranno come orecchie, occhi, braccia e gambe di un gigantesco robot planetario in rete (Veruggio, 2001). Se questo si realizzerà avremo una smaterializzazione della robotica applicata e una dislocazione dell’IA (Intelligenza Artificiale), con un’estensione delle funzioni robotiche a molti oggetti non palesemente “robot”, ma propaggini di altri oggetti fisici, sensori, reti, database, programmi e così via. Questi robot “universali” avranno la capacità di monitorare eventi, di fondere i dati raccolti da noi e dal nostro ambiente e collazionarli con altri scaricati da altri data base, potranno accedere a intelligenza distribuita in rete per determinare le soluzioni considerate migliori per quel dato compito, per poi intervenire e agire nel mondo fisico, essendo localizzati ma sempre collegati a reti planetarie. Questi robot potranno fornirci di molte caratteristiche della realtà aumentata, avendo la possibilità di informarci su dati cui noi non accediamo (per esempio, il nostro stesso cervello/mente) o cui non riusciamo ad accedere per la grande quantità di informazioni disponibili. Potranno, per esempio, farci provare sensazioni mai sperimentate, come la percezione di sensi di animali o viaggi sui fondali marini o nello spazio. Noi umani stiamo costruendo i nostri labirinti, e nello stesso tempo progettiamo il filo d’Arianna che ci indichi la strada per uscirne. Anche quel “filo”, etico, sociale, deriverà da una migliorata relazione tra noi e le nostre creazioni.

 

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Sophia, robot con cittadinanza saudita, interviene alla fiera dell'innovazione a Kathmandu (Reuters)

L’autore: Fiorella Operto

Fiorella Operto è vicepresidente della Scuola di Robotica, da lei co-fondata nel 2000. Nel 2008 porta in Italia il progetto “Roberta, Le ragazze scoprono i robot”, per promuovere le competenze scientifiche tra le ragazze, grazie al quale ha ricevuto il Blackberry Awards come Tecnovisionaria. È responsabile della euRobotics Week per l’Italia, è membro dell’High Level Advisory Board della European Center for Women and Technology. Ama studiare le lingue (ha da poco iniziato a studiare anche il cinese mandarino), il trekking e lo yoga.