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Un combustibile a base di alghe per contrastare la CO₂

I ricercatori Eni lavorano per cercare di ridurre la CO2 prodotta dai pozzi e trasformarla in bio-olio con l’energia del Sole e delle alghe.

di Eni Staff
07 febbraio 2020
4 min di lettura
diEni Staff
07 febbraio 2020
4 min di lettura

Dieci anni di ricerca

L’obiettivo è stato raggiunto, grazie a un’intensa attività di ricerca multidisciplinare guidata da Eni e che ha coinvolto per dieci anni il Centro Ricerche Eni per le Energie Rinnovabili e l’Ambiente di Novara, Il Centro Ricerche Eni Upstream di Sandonato, le aree di business Upstream, Downstream e la Direzione Energy Solutions. L’impianto pilota su cui si stanno conducendo le prove di produzione è stato costruito a Ragusa, dove l’anidride carbonica estratta dai pozzi gestiti da Enimed insieme agli idrocarburi viene separata e inviata alla Centrale per le Energie Rinnovabili e distribuita in quattordici grandi cilindri trasparenti realizzati dalla Sun Algae Technology, una startup austriaca ora acquistata da un gruppo italiano.

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Impianto pilota della Sun Algae Technology a Ragusa

In questi cilindri alti cinque metri in fibra di vetro, vortica un liquido verde costituito da innumerevoli alghe microscopiche in sospensione nell’acqua salata. Per rendere l’ambiente ancora più fantascientifico i cilindri sono all’ombra ma brillano in modo stranissimo. Guardando sul tetto scopriamo l’origine di quelle strane luci: grandi concentratori solari che ruotano lentamente inseguendo il Sole. Ciascuno di questi concentratori è costituito da migliaia di brillanti lenti di Fresnel che concentrano la luce solare su altrettante fibre ottiche che poi vengono convogliate nei cilindri sottostanti illuminando le alghe. Da qui il nome di fotobioreattori. Con la luce del Sole concentrata proprio su di loro e l’anidride carbonica fossile che gorgoglia sotto di loro le alghe hanno tutto quello che serve per crescere e diventare sempre più numerose.

Una volta estratte dall’acqua, le alghe vengono essiccate formando una farina ricca di lipidi, da cui si estrae un olio che può essere inviato alle bioraffinerie di Eni. L’acqua, intanto, viene separata, purificata e reimmessa nei fotobioreattori dove crescerà la generazione successiva di microalghe.

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Campione di farina ottenuta con il processo di essiccazione delle alghe

Uno sguardo al futuro

L’impianto pilota di Ragusa è in grado di catturare e riutilizzare 80 tonnellate/anno di anidride carbonica permettendo la produzione di 40 tonnellate/anno di farina algale, questa a sua volta permette di produrre 20 tonnellate di bio-olio grazie alla luce del Sole catturata da 320 metri quadrati di concentratori solari. Ma questo è solo l’inizio: sulla base dei dati ottenuti da questo primo impianto pilota – già in funzione da settembre 2017 – Eni prevede di costruire un impianto in grado di trattare fino a 1.500 tonnellate di CO2 all’anno; sempre all’interno dell’impianto Enimed di Ragusa.

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Sistema di concentratori solari che alimentano i fotobioreattori

Il risultato è frutto delle competenze maturate nella coltivazione e trattamento delle microalghe, nello sviluppo di processi di raffinazione inediti -impiegati nelle bio-raffinerie Eni- e tecnologie solari. In questo modo, integrando agli impianti convenzionali queste nuove tecnologie basate su fonti rinnovabili, si produce un tipo di carburante innovativo che limita l’impatto sull’ambiente riducendo l'emissione di anidride carbonica di origine fossile.

Intanto in Islanda

Una tecnologia promettente è quella progettata in una società islandese che produce metanolo rinnovabile dall’anidride carbonica e dall’idrogeno. La Carbon Recycling International (CRI) è stata istituita nel 2006 dal Premio Nobel George A. Olah, professore di Chimica alla University of Southern California. La sua teoria era che la tecnologia potesse emulare la fotosintesi, il processo secondo cui le piante usano l’energia solare per riciclare il diossido di carbonio e l’acqua per il proprio sviluppo. La risultante “methanol economy”, come lui la chiama, dovrebbe “diminuire e alla fine liberare l’umanità dalla dipendenza dalle riserve di petrolio, gas naturale e carbone che sono in diminuzione e, allo stesso tempo, mitigherebbe il riscaldamento globale”. Per produrre metanolo viene quindi utilizzata l'elettrolisi dell'acqua o, in alternativa, l'idrogeno catturato dai gas di scarico industriali. Al George Olah Renewable Methanol Plant, un impianto che fa parte della centrale geotermica di Svartsengi, viene sequestrata la maggior parte delle emissioni di CO2 e trasformata in metanolo, poi utilizzato come riserva energetica e carburante dato che il processo genera più elettricità di quanta non ne usi e che l’unico prodotto secondario è l’ossigeno. La produzione annuale è aumentata costantemente, superando gli 80 milioni di tonnellate a livello globale nel 2018.