1223635505

Un virus nemico dell’inquinamento

Il lockdown dell'emergenza sanitaria sembra aver fatto registrare una parziale riduzione di emissioni di gas serra.

di Stefano Bevacqua
01 luglio 2020
4 min di lettura
diStefano Bevacqua
01 luglio 2020
4 min di lettura

L’esperienza del Covid-19 ha generato una grande mole di informazioni, più o meno fondate, frutto di tentativi di misurare aspetti inediti per il pianeta. Per esempio si sta cercando di capire, se la diffusione di questo nuovo virus ha indirettamente provocato anche un miglioramento dello stato di salute dell'aria nelle grandi aree urbane. Questo sarebbe stato la diretta conseguenza del lockdown, che avrebbe contribuito alla riduzione delle emissioni in atmosfera, soprattutto di polveri fini e ossidi di azoto.

Dati difficili da codificare

Negli ultimi venti anni, con la sola e temporanea eccezione del 2008, si è assistito a un quasi costante incremento della produzione di CO2, al ritmo medio dell'1% ogni dodici mesi su scala globale. Questo cambiamento non è avvenuto ovunque allo stesso modo. I virtuosi paesi più sviluppati hanno visto una contrazione delle emissioni di gas a effetto serra, grazie soprattutto alle rinnovabili e all'efficientamento degli usi energetici. Nei paesi a più rapida crescita economica invece, Cina e India in testa, le rinnovabili si sono aggiunte alle fonti fossili senza sostituirle. Dal punto di vista globale, l’arresto così drastico a causa del Coronavirus di una parte rilevante delle attività industriali e dei trasporti, lascerebbe immaginare un corrispondente calo delle emissioni di gas climalteranti e in particolare di CO2. Misurarle però non è facile. Normalmente infatti, per farlo si ricorre alla misura dei consumi energetici nei diversi paesi, parametrandoli in funzione del combustibile fossile utilizzato. Per disporre di dati attendibili, l'Agenzia Internazionale per l'Energia deputata a fornirli impiega normalmente almeno un semestre, tra raccolta, verifica, elaborazione. Quindi i loro dati sul 2019 saranno disponibili soltanto verso la metà dell'estate e altrettanto occorrerà aspettare per i dati relativi al periodo della pandemia 2020.

Gli indici del confinamento

Per tentare una stima degli effetti dell'emergenza Coronavirus bisogna quindi seguire una strada alternativa. L’hanno fatto all'università britannica di Norwich. Invece di partire dai consumi di energia, i ricercatori si sono mossi dai dati sulle attività economiche e dai consumi di elettricità, individuando sei ambiti particolarmente significativi quanto a emissioni di anidride carbonica: la produzione elettrica, l'industria, i trasporti di superficie, il settore terziario, le abitazioni e i trasporti aerei. Sono state quindi confrontate le informazioni relative a 69 paesi, compresa gran parte della Cina, con le differenti politiche di confinamento adottate per fronteggiare la pandemia. È stato quindi generato un indice di confinamento: pari a 0, per i paesi nei quali non è stata messa in opera alcuna restrizione; a 1, per quelli nei quali ci si è limitati a isolare le persone ammalate; a 2, per quelli in cui sono state chiuse le frontiere, le scuole, i luoghi pubblici ma non le attività economiche; a 3, per i paesi nel quali è stato deciso un confinamento rigoroso, con gran parte delle attività produttive e commerciali ferme e la popolazione bloccata a casa.

Lockdown vs emissioni

I risultati dell'elaborazione incrociata di questi dati sono sorprendenti. Su scala europea si stima che la riduzione delle emissioni di CO2 sia stata del 26% nel periodo febbraio-aprile, con picchi di oltre il 30% in Francia, Spagna e Italia, dove il confinamento è stato radicale. Su scala globale le politiche di confinamento adottate non erano ovunque le stesse e non coincidevano temporalmente. La riduzione stimata complessiva delle emissioni è risultata inferiore, ma comunque nell'ordine del 7,5%, con un picco, riferito alla prima settimana di aprile, che sarebbe arrivato al 17%. Giusto per avere un metro di paragone, si pensi che il calo delle emissioni di CO2 determinatosi durante la crisi del 2008-2009 è stato di soli 1,5 punti percentuali.

Non sappiamo quanto siano attendibili questi dati. In attesa di poterli confrontare, ma soltanto tra un anno, con quelli ufficiali dell'Agenzia per l'energia, possiamo soltanto verificarne la congruità confrontandoli con altri studi simili. Per esempio, con quello realizzato dal laboratorio francese di ricerche sul clima di Gif-sur-Yvette, che fornisce numeri del tutto analoghi. Insomma, del virus avremmo fatto tutti volentieri a meno, ma un sia pur modesto e transitorio beneficio ce lo ha offerto: un ambiente più pulito.