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Un'urbanizzazione sostenibile?

Negli ultimi dieci anni, molti governi del GCC hanno promosso attivamente progetti ambientali urbani. Tuttavia, i risultati, benché sorprendenti, presentano limiti oggettivi e celano tendenze contraddittorie

da Eric Verdeil
06 febbraio 2020
15 min di lettura
daEric Verdeil
06 febbraio 2020
15 min di lettura

Dal 1987, anno della pubblicazione del Rapporto Bruntland sullo sviluppo sostenibile da parte della Commissione mondiale su ambiente e sviluppo delle Nazioni Unite, i timori per cambiamenti climatici, biodiversità e altre minacce globali sono aumentati. Al centro di questa apprensione mondiale vi è l’urbanizzazione. Secondo le stime dell’ONU, in tutto il mondo le persone che vivono nelle città sono 4,2 miliardi (vale a dire, il 55 percento della popolazione) e si prevede che entro il 2050 tale cifra aumenterà di altri 2,5 miliardi. Questa enorme crescita comporta un consumo di risorse altrettanto enorme ed è responsabile di circa il 75 percento delle emissioni globali di gas serra. Le città sono tra i principali fattori di insostenibilità ambientale, ma al contempo subiscono sempre più, insieme ai loro abitanti, le ripercussioni delle alterazioni dell’ambiente. La regione del Golfo non fa eccezione. Le temperature record registrate in Kuwait nel 2016 sono la prova delle insopportabili calure estive che le città stanno affrontando e con cui dovranno fare i conti negli anni a venire. Inoltre, l’innalzamento del livello del mare e le precipitazioni estreme potrebbero a loro volta influire sul futuro delle città nella regione. Allo stesso tempo, tuttavia, governi, organizzazioni internazionali e amministrazioni locali sostengono che, se sono tanto causa quanto vittime delle minacce globali, le città possono anche costituirne la soluzione. È dunque a livello di città che occorre definire le politiche e mettere in atto le soluzioni. Tali politiche devono mirare da un lato a ridurre l’impronta ambientale urbana e dall’altro a rendere le città più resilienti.

La tutela ambientale attraverso l’inclusione sociale

La Nuova Agenda Urbana adottata a Quito nel 2016 ha messo in evidenza la necessità di comprendere la duplice natura della sostenibilità: in altre parole, la tutela dell’ambiente non può prescindere dall’inclusione sociale. Quali passi hanno compiuto le città e i governi dei paesi arabi in questa direzione? In passato, è stato l’utilizzo smodato di energia a basso costo e ampiamente disponibile ad aver consentito la costante crescita urbana della regione nonostante le condizioni climatiche sfavorevoli. Gli assetti urbani e i modelli di consumo attuali sono chiaramente in conflitto con le pratiche sostenibili e fino a poco tempo fa questa parte del mondo non sembrava prestare troppa attenzione al proprio impatto ecologico. In effetti, sono poche le città arabe a far parte dei network in prima linea nella transizione ambientale. Nel C40 Cities Climate Change Leadership Group, ad esempio, ce ne sono solo tre (Il Cairo, Amman e Dubai) mentre degli oltre 1.500 membri del Local Governments for Sustainability Network solo 10 provengono da Medio Oriente e Nord Africa, cinque dei quali dalla Turchia. Nonostante la scarsa presenza sulla scena internazionale, i paesi del Golfo sbandierano a gran voce il proprio impegno nei confronti dei programmi di sostenibilità urbana. Negli ultimi dieci anni, in effetti, molti governi hanno promosso attivamente piani e progetti che ne sottolineano la volontà di mettere in atto strategie sostenibili. Tuttavia, le loro motivazioni sono complesse e i risultati, benché sorprendenti, presentano limiti oggettivi e celano tendenze contraddittorie. Masdar, nella periferia di Abu Dhabi, è il primo (e finora più significativo) esempio delle ambizioni dei paesi del Golfo in termini di sostenibilità urbana. La realizzazione di questa celebre città a zero emissioni progettata dall’architetto Norman Foster è stata avviata nel 2008 utilizzando tecnologie all’avanguardia in ambito di progettazione edilizia, gestione energetica, energie rinnovabili, gestione delle risorse idriche e trattamento dei rifiuti come pure tecnologie di trasporto innovative. La città diventerà prima un laboratorio e poi un modello per l’urbanistica del futuro nella regione e non solo. Effettivamente, il progetto è diventato una vetrina per Abu Dhabi, che è così riuscita a farvi trasferire la sede centrale dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) e a sviluppare straordinari progetti solari che alimentano l’intero quartiere del Masdar Institute. Dal momento che le città del Golfo si fanno concorrenza per attrarre investimenti, i governi della regione hanno elaborato progetti simili a quello di Abu Dhabi. È il caso della King Abdullah Economic City (KAEC) in Arabia Saudita e soprattutto di Neom, un progetto saudita che prevede la realizzazione di una città intelligente transfrontaliera ai confini con Egitto e Giordania. Anche a Dubai diverse iniziative sono chiaramente in competizione con quella di Masdar, ad esempio Sustainable City, un recente mega-progetto immobiliare a consumo netto di energia nullo.

Sviluppare le rinnovabili e migliorare l’efficienza

Questi progetti urbani sono sempre più integrati in strategie di più ampio respiro volte a sviluppare le rinnovabili e in programmi finalizzati a migliorare l’efficienza di energia e risorse naturali. Tutti i governi della regione hanno fissato obiettivi di produzione da rinnovabili che aggiornano regolarmente: gli EAU, per esempio, puntano al 27 percento di capacità da energia pulita entro il 2021, mentre l’Arabia Saudita mira a raggiungere la soglia del 10 percento nel 2023 e del 30 percento nel 2030. Data la continua diminuzione del prezzo per chilowattora delle tecnologie solari (sia a concentrazione che fotovoltaiche), come mostrato dalle ultime offerte nelle procedure di aggiudicazione tenutesi a Dubai e in Arabia Saudita, questi obiettivi sono a portata di mano. Alla fine del 2018 la quota di energia rinnovabile è più che quadruplicata in quattro anni, da 210 MW nel 2014 a 867 MW. Ma ammonta a meno dell’1 percento della capacità elettrica. I governi del Golfo hanno inoltre adottato programmi ambiziosi per migliorare l’efficienza energetica. In quasi tutti i paesi della regione sono stati istituiti i cosiddetti Green Building Council (associazioni no profit per la promozione dell’edilizia sostenibile) che hanno adattato gli standard internazionali per il risparmio energetico come il LEED (sistema statunitense di classificazione dell’efficienza energetica e dell’impronta ecologica degli edifici) a quelli locali, come il Pearl Rating System di Abu Dhabi. Gli stati del Golfo hanno inoltre cominciato a ridurre le ingenti sovvenzioni a combustibili fossili, acqua ed elettricità. Diverse città stanno anche realizzando grandi sistemi di trasporto pubblico. Dubai, che in tal senso è stata pionieristica, ora vanta due moderne linee di metropolitana senza conducente e completamente automatizzate. Progetti simili sono in fase di costruzione a Riad, in Arabia Saudita, mentre anche Abu Dhabi sta pianificando il proprio sistema. Almeno nel breve termine, tuttavia, questi mezzi di trasporto serviranno per lo più la popolazione straniera anziché quella saudita, che continua a prediligere le auto private. I piani di elettrificazione dei trasporti, già in fase di elaborazione, richiedono enormi capacità di produzione aggiuntive e una modernizzazione completa del sistema di distribuzione dell’energia.

Prepararsi a un futuro post-petrolifero

Ad ogni modo, per giustificare il proprio impegno nei confronti di un’urbanizzazione sostenibile, le varie narrazioni cui ricorrono le amministrazioni locali della regione presentano numerose differenze. Diversamente da quanto avviene nella maggior parte delle città attive nel promuovere strategie per una transizione ecologica, per questi governi i timori per il cambiamento climatico non sono la priorità. A giustificare la transizione è piuttosto la necessità di prepararsi a un futuro post-petrolifero e di diversificare le rispettive economie spezzando la dipendenza dalle fonti fossili. Le tecnologie pulite e il settore immobiliare sono al centro del nuovo capitalismo verde che si sta sviluppando. In questo senso, anziché rappresentare una reazione a minacce globali, l’urbanizzazione sostenibile sembra piuttosto esprimere una preoccupazione per la stabilità politica dei paesi della regione e indicare una nuova direzione per le loro economie. A guidare questo trend troviamo Abu Dhabi con Masdar e altri piani correlati. Masdar, infatti, non è solo un progetto locale ma anche un’azienda nel settore delle rinnovabili che investe all’estero e punta a replicare le proprie innovazioni tecnologiche in altri contesti. Il piano Saudi Vision 2030 del principe ereditario Mohamed Bin Salman è un evidente tentativo di emulazione di quello degli Emirati. L’attuale pressione fiscale ha contribuito a giustificare ulteriormente l’obiettivo a lungo termine di diversificazione economica. Nel 2014, in effetti, il crollo dei prezzi del greggio sui mercati internazionali ha provocato tensioni fiscali in gran parte delle economie della regione che dipendono dal petrolio, in quanto i proventi petroliferi non erano più sufficienti a coprire le spese sociali. A esserne particolarmente colpiti sono stati i paesi più popolosi, come l’Arabia Saudita e l’Oman, dove le esigenze sociali si fanno sentire maggiormente. La pressione fiscale, pertanto, è stata un fattore determinante nelle revisioni dei prezzi di elettricità, carburante e acqua che hanno avuto luogo negli ultimi quattro anni. Nonostante siano ambiziosi e dettati da motivazioni originali, i programmi dei governi del Golfo presentano limiti evidenti che occorre sottolineare. Quattro punti saltano subito all’occhio: la pianificazione urbana sostenibile rimane fortemente esposta ai cicli dei mercati immobiliari. In effetti, la crisi del 2008-2009 ha inflitto un duro colpo al progetto di Masdar (poi ridimensionato e ridefinito come un progetto immobiliare più tradizionale) mettendo in evidenza alcune delle debolezze intrinseche di questo tipo di progettazioni. In altre parole, anche se gli obiettivi raggiunti costituiscono già un grande passo avanti rispetto alle tradizionali pratiche di pianificazione nella regione, Masdar non ha mantenuto le proprie ambiziose promesse tecnologiche. Nonostante le rinnovabili e i risparmi energetici consentano di ridurre del 50 percento il fabbisogno di energia, il progetto è lungi dall’essere a zero emissioni. Naturalmente, anche altri mega-progetti sostenibili dipendono dagli investimenti esteri e sono in balia degli alti e bassi del settore immobiliare. KAEC e Neom in Arabia Saudita, ad esempio, faticano a conseguire i risultati sperati a causa della forte concorrenza tra le città e i progetti e della difficoltà a convincere gli investitori stranieri in un contesto in cui i profitti dipendono non solo dai progressi tecnologici ma anche dal quadro politico. Ciò evidenzia la natura politica delle disposizioni che regolano l’accesso a infrastrutture e risorse nelle città della regione e dunque un certo livello di incertezza sulla capacità dei governi locali di mantenere questa rotta di fronte a esigenze contraddittorie. Per anni, la legittimazione politica dei regimi del Golfo è stata legata alla fornitura di servizi infrastrutturali moderni a basso prezzo. Tuttavia, come spiegato in precedenza, di recente la pressione fiscale ha portato i governi a tagliare i sussidi ai combustibili, all’acqua o all’elettricità. Occorre proseguire in questa direzione. Per quanto delicata, finora la questione non ha scatenato grandi proteste. A parte ciò, l’urbanistica rimane incentrata sui temi del trasporto privato e dell’alloggio dei cittadini. Nonostante tutti i miglioramenti e l’aumento delle capacità da rinnovabili, sul lungo periodo questo tipo di urbanizzazione è insostenibile in termini di consumo di risorse quali suolo, energia e acqua. Quando i terreni disponibili scarseggiano e la domanda resta elevata si generano tensioni politiche, come si è già potuto osservare in Kuwait. La ricercatrice Sharifa Alshalfan afferma che per via dei “limiti allo sviluppo, tra cui l’accesso a terre e infrastrutture, l’offerta ha faticato a soddisfare la crescente domanda. Nel 2015 la Public Authority for Housing Welfare del Kuwait aveva oltre 106.000 domande di alloggio in lista d’attesa, un dato enorme se si pensa che dall’avvio del programma nel 1954 al 2015 il paese ha fornito solamente 114.600 unità abitative. Per soddisfare la domanda attuale, lo stato dovrebbe sviluppare un numero di unità abitative quasi pari a quelle fornite negli ultimi sessant’anni”. Lo sviluppo incontrollato della parte scarsamente popolata di Kuwait city, collegata da centinaia di chilometri di autostrade, crea inoltre una massiccia congestione del traffico.

Il degrado ambientale nei dintorni delle grandi città

Un’altra dimensione della sostenibilità riguarda l’enorme degrado ambientale nei pressi delle grandi città della regione. L’ampia trasformazione del litorale negli Emirati e in Arabia Saudita ha devastato gli ecosistemi locali (come le aree a mangrovie) già colpiti dall’inquinamento. Anche la massiccia produzione di acqua desalinizzata produce effetti nefasti sull’ambiente. La maggior parte degli impianti di desalinizzazione del Golfo utilizza la tecnologia termica, che richiede molta più energia di quella a osmosi inversa ed emette grandi quantità di gas serra. In ogni caso, per ciascun litro di acqua dolce prodotta vengono scaricati in mare 1,5 litri di salamoia (una soluzione ad alta concentrazione di sale) e varie particelle chimiche, con il risultato di distruggere la vita marina a causa dell’aumento della salinità (+10-15 parti per milione) e della temperatura dell’acqua. Come dimostra la nuova unità della centrale di Taweelah installata dalla Water and Electricity Authority di Abu Dhabi, l’introduzione della tecnologia a osmosi inversa, potenziata di recente e alimentata da energia solare (dunque rinnovabile) migliorerà gradualmente questa situazione disastrosa. Ma l’aumento della quota di rinnovabili e la riduzione dell’intensità energetica e dei consumi idrici non garantiscono che in futuro il consumo di risorse diminuisca. Oggi una città come Dubai emette una quantità di gas serra pro capite tre volte superiore a quella di New York. La media delle emissioni di carbonio per unità di PIL dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) è di gran lunga superiore a quella mondiale e più elevata di quella dei loro concorrenti in Asia orientale e Nord America. Il divario è addirittura maggiore se si considera la media pro capite. In futuro si prevede un aumento dell’intensità di carbonio, che dai 6,96 metri cubi pro capite del 2016 per la regione MENA raggiungerà i 7,5 nel 2030, mentre la media mondiale rimarrà sotto i 5. La crescita costante della popolazione e delle superfici urbane negli anni a venire comporterà un aumento continuo dell’impronta ecologica, anche se a ritmo meno sostenuto. In senso stretto, la sostenibilità urbana nel Golfo rimane dunque una promessa difficile da mantenere.

L’autore: Eric Verdeil

Eric Verdeil è specializzato in geografia urbana. Da settembre 2016 è professore universitario presso Sciences Po Paris. Ha condotto la maggior parte delle sue ricerche in Medio Oriente e in particolare in Libano, dopo una dissertazione che trattava di culture progettuali e di politiche urbane attraverso il caso della ricostruzione di Beirut.