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La rivoluzione americana

Lo sfruttamento dei giacimenti di shale è un fenomeno quasi esclusivamente statunitense, ma i benefici, in termini di calo dei prezzi del carburante e di abbattimento delle emissioni di anidride carbonica, sono diffusi a livello globale

da Davide Tabarelli
06 febbraio 2020
10 min di lettura
daDavide Tabarelli
06 febbraio 2020
10 min di lettura

Se non ci fosse, i prezzi del petrolio sarebbero 200 dollari per barile. La rivoluzione della fratturazione idraulica degli Stati Uniti ha immesso sul mercato un volume aggiuntivo di 5 milioni barili giorno (mln bbl/g) fra il 2010 e il 2018, quando la domanda è salita di 11 milioni barili giorno vicino al nuovo picco storico di 100 mln bbl/g. Il Texas, dove si trova il bacino geologico del Permiano, quello più produttivo fra i numerosi del Nord America, sta diventando un paese indipendente sotto il profilo energetico ed è uno dei protagonisti del mercato internazionale, come lo era già stato agli albori della moderna industria petrolifera negli anni ’20 dello scorso secolo.  Gli Stati Uniti, il paese al mondo che più di ogni altro consuma petrolio, grazie alla fratturazione hanno visto la produzione interna invertire il declino, durato dal 1985 al 2010, e improvvisamente raddoppiare agli 11 mln bbl/g di metà 2018, con previsioni che indicano 14 mln bbl/g nel 2020.
Un tale incremento di disponibilità trova pochi paragoni nel passato, sia nell’industria petrolifera che, più in generale, in quella energetica, tanto da poterla definire una rottura che ha cambiato gli equilibri a livello globale. Dalla percezione di carenza di offerta, con i timori di esaurimento, si è passati negli ultimi anni a certezze circa l’abbondanza di petrolio, con prezzi che sono crollati da oltre i 120 dollari a minimi nel 2016 sotto i 30 dollari per barile. A metà 2018, in maniera più prudente, oscillano sopra i 70 dollari.
Per gli Stati Uniti le importazioni di petrolio dall’estero sono crollate a minimi storici non più toccati dagli anni ’50, così che la tanto agognata indipendenza energetica è cosa ormai raggiunta. La questione ha grande rilevanza politica fin dalla seconda guerra mondiale, quando fu chiaro quanto contavano i carburanti petroliferi per fare funzionare la macchina bellica. Con le crisi degli anni ’70 il problema divenne più drammatico e da allora tutti i presidenti americani hanno sempre posto l’indipendenza energetica fra i principali obiettivi delle loro politiche. Il primo fu Nixon che, in un famoso discorso televisivo del 7 novembre 1973, annunciò misure drastiche per arrivare all’indipendenza energetica nel 1980. Era il famoso Project Independence, di fatto fallito, ma sempre ripreso, nei suoi obbiettivi, dai successivi presidenti. Ora, grazie alla fratturazione, l’obiettivo è più vicino e, non a caso, la politica americana in Medio Oriente, la principale area fornitrice, è cambiata radicalmente negli ultimi anni.

Il gas e la riduzione delle emissioni di CO2

La rivoluzione della fratturazione ha riguardato prima la produzione del gas, sempre nelle stesse formazioni geologiche, a partire dai primi anni 2000. L’abbondanza di gas sul mercato statunitense ha fatto crollare i suoi prezzi e reso più conveniente per le centrali elettriche usarlo al posto del più sporco carbone, con un netto taglio alle emissioni di CO2.  Dal picco di 6 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2007, quasi un quinto del totale mondiale, le emissioni degli USA in 10 anni sono scese del 15 percento, circa 0,9 miliardi in meno, la gran parte ottenuto per la sostituzione di carbone nelle centrali elettriche. Quella della penetrazione del gas nella generazione elettrica USA è stata la singola azione che più ha contribuito nel limitare la crescita delle emissioni globali di CO2 da consumo di energia. La produzione di elettricità negli USA da gas è più che raddoppiata a 1700 miliardi di chilowattora, permettendo una riduzione delle emissioni di CO2, rispetto alle emissioni da centrali a carbone, di 0,5 miliardi tonnellate. L’aumento delle fonti rinnovabili, in particolare dell’eolico, ha evitato, nello stesso periodo, emissioni per 0,2 miliardi tonnellate. In sostanza, la fratturazione dei petrolieri, molti di questi texani, ha fatto molto più bene alla salute del pianeta di quanto lo abbiano fatto le fonti rinnovabili.

A circa 20 anni dall’avvio in maniera sistematica delle attività di fratturazione, la questione dell’impatto ambientale sul territorio locale rimane ancora aperta, anche se meno dibattuta rispetto ai primi anni. Quella ambientale, del resto, è una delle ragioni, non l’unica, per le quali non si riesce ad esportare nel resto del mondo questa tecnologia così di successo negli Stati Uniti. Qui, le ampie distese disabitate e una regolamentazione ambientale non particolarmente rigida, almeno in parecchi Stati, favoriscono la perforazione dei giacimenti. Il problema della contaminazione delle falde acquifere è stato fino ad ora discusso prevalentemente nelle aree densamente popolate, come negli stati di New York, New Jersey e Maryland. Qui i permessi sono stati bloccati, mentre nel resto del paese, gli enormi spazi attenuano le critiche, ma i consumi di acqua sono enormi. All’estero, come in Cina, dove l’acqua non è abbondante, non si è riuscito a fare molta fratturazione, nonostante la presenza di molte riserve potenzialmente interessanti.

L’estrazione di acqua dagli strati più superficiali, fino a 200-300 metri, può causare fenomeni di subsidenza o addirittura di micro-sismicità, mentre la vera e propria fratturazione nelle rocce è così distante dalla superfice, di solito oltre i 1000 metri di profondità, che difficilmente può causare effetti simili. Il timore maggiore riguarda la possibilità che i numerosi pozzi che trivellano in lungo e in largo le formazioni, finiscano per rilasciare sostanze chimiche nell’acqua che si trova in superficie. In realtà questa è un’ipotesi remota, in quanto i giacimenti si trovano a profondità maggiori degli acquiferi da dove si preleva l’acqua potabile e questi sono separati da strati di centinaia e centinaia di metri di rocce che sono impermeabili e non lasciano passare nulla.

L’opposizione ambientale è stata negli anni attenuata dal fatto che chi ha la proprietà del terreno, la persona potenzialmente più esposta al danno da inquinamento, è direttamente interessato all’estrazione. Infatti, la legislazione mineraria statunitense, unico caso al mondo, stabilisce che al proprietario del terreno appartengano le risorse del sottosuolo e che a lui direttamente devono essere corrisposte le royalty, a volte abbondanti, derivanti dall’estrazione del gas o del petrolio.

Un fenomeno quasi esclusivamente americano

Ampi territori e modesta opposizione ambientale sono due delle numerose ragioni che spiegano come mai solo negli Stati Uniti si sia sviluppata in maniera massiccia questa industria, nonostante l’abbondanza di riserve simili in tutto il mondo. Ad eccezione di qualche raro caso, come in Argentina, la produzione da fratturazione rimane quasi totalmente un fenomeno americano, il che delude un po’ le ottimistiche aspettative di 10 anni fa quando si dava per certo simili produzioni in Europa, Africa e Asia.

Un fattore altrettanto importante, che non si ritrova in altre parti del mondo, è la grande conoscenza geologica del sottosuolo degli Stati Uniti, un patrimonio di informazioni geologiche accumulato grazie agli oltre 3 milioni di pozzi perforati negli ultimi due secoli. Della presenza di gas e petrolio nelle rocce di argilla si sapeva da decenni, ma, salvo qualche tentativo con scarsi risultati, non si era mai riusciti a ottenere gran che. In Europa, molti paesi hanno una simile conoscenza del sottosuolo, ma le forti opposizioni ambientali locali delle popolazioni che si trovano in aree densamente abitate, di fatto rendono le riserve esistente non sfruttabili.

Altrettanto importante è stata la capacità unica degli Stati Uniti di fare innovazione e diffonderla sul mercato.  Dal Nord Dakota al Texas, è un ricco e denso tessuto fatto di centinaia di migliaia di imprese attive in tutte le fasi dell’industria, dalla raccolta e analisi dei dati del sottosuolo, alla fornitura di attrezzature per il riciclo dell’acqua impiegata, dai servizi di trivellazione, alle consulenze legali per la negoziazione con il proprietario del terreno. Qui si trovano quegli imprenditori che hanno avuto l’idea di mettere insieme due tecniche conosciute da tempo, la perforazione orizzontale e quella assistita con fluidi. Da queste imprese sono partite sperimentazioni, considerate bizzarre inizialmente dalle grandi compagnie petrolifere, per lo sfruttamento di giacimenti considerati per decenni non produttivi.

Collegato al precedente aspetto è il fatto che negli USA vi è una rete di trasporto del gas molto capillare. Anche chi produce gas in aree remote può accedere con relativa facilità, dopo la realizzazione di qualche linea, alle dorsali principali di trasporto verso i centri di consumo dove i prezzi sono più alti e remunerativi. Questo all’inizio è stato un elemento che ha favorito il gas, ma che poi si è ripetuto per il petrolio. Tuttavia, proprio su questo punto, a metà 2018, alcune strozzature si stanno evidenziando in Texas per il petrolio a causa dell’enorme volume aggiuntivo di greggio prodotto che non trova strutture di trasporto adeguate verso la costa dove dovrebbe essere esportato.

Un altro elemento decisivo è il sistema finanziario americano, caratterizzato da una grande propensione a concedere facile finanziamento alle imprese della fratturazione, nonostante per anni abbiano prodotto sempre in perdita, aspetto meno brillante e un po’ dimenticato di questa industria. Da una parte il desiderio di trovare facili utili, come quelli ottenuti nell’industria tecnologica californiana, ha spinto i finanzieri, che dispongono di abbondante liquidità a bassi interessi, ad investire in questa industria, considerata, un po’ esagerando, molto tecnologica e capace, nell’immaginario degli investitori, di fare in futuro grandi utili. Dall’altra, la legislazione americana è particolarmente favorevole di fronte ai fallimenti delle imprese, in quanto consente loro, una volta dichiaratesi insolventi, di ripianare i debiti con le banche con capitale di rischio e ripartire dall’inizio.

Tutto ciò spiega come il fenomeno della produzione di gas e greggio non convenzionale sia stata finora una questione per lo più statunitense, difficilmente replicabile all’estero.

Nel frattempo, grazie all’abbondanza di gas, l’ambiente ha potuto beneficiare di minori emissioni di CO2, mentre il balzo della produzione di greggio americana ha consentito ai consumatori di tutto il mondo, compresi gli ambientalisti europei, di godere dei bassi prezzi della benzina.

L'autore: Davide Tabarelli

Presidente e cofondatore di Nomisma Energia.