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Una profezia sbagliata… per ora

Le guerre del XXI secolo saranno combattute per l’acqua: la profezia di Ismail Serageldin non si è (ancora) avverata, ma servono istituzioni inclusive.

di Scott Moore
11 giugno 2020
13 min di lettura
diScott Moore
11 giugno 2020
13 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 46 – Water stories

Troppo spesso si tende a dimenticare che i cambiamenti climatici riguardano principalmente l’acqua e che le loro conseguenze più disastrose sono le variazioni in termini di distribuzione e disponibilità idrica. In alcune aree, come le regioni costiere e molte regioni a medie e alte latitudini, i cambiamenti climatici determineranno un eccesso di acqua, che comporterà l’innalzamento del livello dei mari ed eventi alluvionali più violenti, mentre in altre parti del mondo le siccità saranno più gravi e dureranno più a lungo. In gran parte del globo, inoltre, l’approvvigionamento di acqua diventerà incostante, rendendo più difficile assicurare a città e aziende agricole il fabbisogno idrico necessario a superare i periodi di carenza di acqua.

Tra le numerose conseguenze dei cambiamenti climatici, quella più preoccupante è la prospettiva di assistere a un aumento dei conflitti per l’acqua. La previsione formulata nel 1995 dall’ex funzionario della Banca mondiale Ismail Serageldin, secondo cui “le guerre del prossimo secolo saranno combattute per l’acqua”, è uno dei moniti più noti a tale proposito. Tuttavia, alla luce degli eventi del primo ventennio del XXI secolo, è chiaro che il rapporto tra cambiamenti climatici, acqua e conflitti è tutt’altro che semplice. In primo luogo, finora l’acqua non è stata una causa significativa di conflitto violento: anzi, la cooperazione è molto più frequente. E sebbene quasi tutti diano per scontato che sia la carenza idrica a generare conflitto, in realtà problemi come l’inquinamento sono cause altrettanto importanti. Eppure, dal momento che il mondo continua a surriscaldarsi e che le sue risorse idriche scarseggiano sempre più, è importante capire il rapporto tra acqua e conflitti (e come prevenirli).

Le caratteristiche peculiari dell’acqua

La prima cosa da capire di questo rapporto è che l’acqua è speciale. Più precisamente, si tratta di una risorsa che possiede almeno quattro caratteristiche distintive, come spiega il politologo statunitense Frederick Frey. Anzitutto, è una sostanza essenziale per tutte le forme di vita. In secondo luogo, è spesso scarsa tanto nello spazio quanto nel tempo. Terzo, è distribuita in modo molto disuniforme: se, da una parte, aree come la regione dei Grandi Laghi nordamericani possiedono vasti bacini di acqua dolce di facile accesso, dall’altra enormi porzioni di Medio Oriente e Nordafrica sono sostanzialmente prive di fonti d’acqua perenni. Quarto (e più importante) punto, infine, la maggior parte dei corpi idrici è ripartita tra diversi paesi. Sono pochissimi i fiumi, i laghi o gli strati acquiferi sotterranei a rientrare interamente entro i confini di una sola nazione: pertanto, decisioni come quelle riguardanti chi (e in che misura) deve beneficiare dell’approvvigionamento idrico o dove costruire una diga sono questioni intrinsecamente internazionali. Frey credeva che queste quattro caratteristiche rendessero l’acqua il principale elemento naturale di conflitto internazionale. Ulteriori ricerche, tuttavia, chiariscono che non c’è nulla di automatico sul conflitto per l’acqua, anche quando l’acqua stessa è estremamente scarsa.

In realtà, molti studi autorevoli indicano che i casi di conflitto violento per l’acqua (specialmente di guerra aperta tra stati) sono molto rari, perlomeno nella storia recente. L’International Water Event Database, il criterio di valutazione più esauriente di conflitto idrico internazionale, registra meno di 30 casi di violenza tra stati per l’acqua dal 1948 al 2008, e nessun caso di guerra interstatale vera e propria. Altri studi faticano a individuare esempi chiari di conflitto interstatale collegato all’acqua in epoca moderna. Gli storici hanno ampiamente dimostrato l’infondatezza della tesi secondo cui, per esempio, a far scoppiare la Guerra dei sei giorni del 1967 sarebbe stata la deviazione del corso del fiume Giordano. Come nella maggior parte dei casi presunti di conflitto idrico, la Guerra dei sei giorni aveva radici molto più profonde, non ultimi i due precedenti scontri armati arabo-israeliani.

Da un punto di vista accademico, ha senso che la cooperazione per l’acqua sia più frequente del conflitto. Benché sia allettante considerare l’uso dell’acqua come un gioco a somma zero il cui consumo da parte di un soggetto (come un paese situato a monte) ne comporta una quantità minore per un altro soggetto (come un paese situato a valle), nel mondo reale casi del genere sono rari. Perfino grandi dighe come la Grand Renaissance Dam in costruzione in Etiopia – che l’Egitto, essendo situato a valle, teme avrà ripercussioni sulla portata del Nilo – presentano esattamente le stesse opportunità di cooperazione e di conflitto. Di norma, lo scopo di dighe tanto alte è quello di generare energia idroelettrica, che si può trasmettere agevolmente tra paesi.

Naturalmente, l’acqua causa spesso tensioni tra paesi, e il Nilo ne è un buon esempio. Il Cairo si è opposto con forza alla costruzione della Grand Renaissance Dam, e il governo egiziano ha rilasciato molte dichiarazioni minacciose a seguito della decisione del governo etiope di completare la diga. Eppure, significativamente, nonostante questa serie di minacce e l’incredibile potenziale bellico dell’Egitto, il governo egiziano non è ancora ricorso alle armi. Analogamente, benché tanto i leader indiani quanto quelli pachistani non abbiano risparmiato gli scontri verbali sul fiume Indo, che scorre in entrambi i paesi, il Trattato sulle acque dell’Indo siglato dalle due potenze nel 1960 ha dimostrato di essere un modello di cooperazione: di fatto, l’unica istituzione in comune a essere sopravvissuta a tre guerre vere e proprie tra le due potenze dell’Asia meridionale. La forma più comune di conflitto idrico, in realtà, è quella delle controversie a livello sub-nazionale su questioni come la ripartizione dell’acqua dei fiumi condivisi. E pur essendo potenzialmente costosi (le proteste del 2016 nel sud dell’India a seguito di una sentenza sull’allocazione delle risorse idriche hanno provocato danni per circa 3,75 milioni di dollari), raramente questi conflitti comportano atti di violenza o perdita di vite umane.

Oltre la carenza idrica, le cause delle guerre

Allora perché scoppiano le guerre dell’acqua? Le ricerche attuali indicano che affinché scoppi un conflitto per l’acqua si devono verificare diverse circostanze specifiche, che vanno oltre la semplice carenza idrica. Inoltre, è necessario che ad alcuni gruppi o fruitori di una risorsa idrica condivisa venga sistematicamente impedito di utilizzarla, oppure che altri gruppi ne circoscrivano o impediscano l’uso: è questa sensazione di ingiustizia e privazione ad alimentare il conflitto. Questo tipo di situazione è estremamente comune quando le istituzioni sociali e politiche non assolvono alle rispettive funzioni, ad esempio negli stati in crisi privi di un governo funzionante. Non è un caso se molti degli esempi più lampanti di conflitto per l’acqua giungono da luoghi come lo Yemen, che sono afflitti sia dalla povertà sia dall’instabilità politica.

Quando si verificano circostanze come queste, possono aver luogo varie forme di conflitti legati all’acqua: e, di nuovo, non tutte hanno a che fare con la scarsità di acqua. Io suddivido le forme di conflitto idrico in tre tipi, che chiamo infrastrutturali, allocativi e qualitativi. Sostanzialmente, il primo tipo ha a che fare con dighe e altre forme di infrastrutture idriche. Di norma, la costruzione di queste strutture costringe le persone che vivono nelle vicinanze a trasferirsi, arrecando loro disagio e altri danni: la mancanza di un adeguato riequilibrio della situazione, pertanto, può generare conflitto. Un’altra forma di conflitto infrastrutturale si verifica quando le dighe alterano la portata a valle di un corso d’acqua condiviso, potenzialmente aumentando il rischio di alluvioni, danneggiando l’industria della pesca o degradando il paesaggio. Il conflitto allocativo, d’altra parte, sorge quando vi è dissenso su chi (e in che misura) deve beneficiare dell’approvvigionamento idrico. Queste decisioni sono sempre controverse, e a meno che non siano prese in modo trasparente, inclusivo ed equo, il conflitto è una reazione frequente. Il conflitto qualitativo, infine, avviene a causa dell’inquinamento idrico o del degrado della qualità dell’acqua. Un esempio frequente di conflitto qualitativo è quando una fabbrica (o una città) situata a monte di un corso d’acqua condiviso non riesce a contenere l’inquinamento, contaminando la fonte d’acqua per chi vive a valle.

Tecnologia e riforme politiche per scongiurare i conflitti

Cosa possiamo fare, quindi, per scongiurare il conflitto idrico in futuro? Parte della risposta risiede nella tecnologia, unita a riforme politiche. Tecnologie avanzate di trattamento e dissalazione delle acque possono giocare un ruolo importante nell’affrontare le cause alla radice del conflitto idrico qualitativo, alleviando al contempo lo stress idrico delle città costiere. I costi si stanno abbassando rapidamente: l’International Water Association prevede cali significativi dei costi di capitale, come pure notevoli miglioramenti nell’efficienza del trattamento e della dissalazione delle acque. Inoltre, quando si accompagnano a politiche come la determinazione dei prezzi dell’acqua per incoraggiare il risparmio e l’uso efficiente delle risorse idriche, tecnologie come la dissalazione possono contribuire a scongiurare alcune forme di conflitto idrico allocativo, che contrappone spesso i consumatori d’acqua delle aree urbane e rurali. Infine, fonti alternative di approvvigionamento per le aree urbane potrebbero allentare la pressione su chi utilizza l’acqua a scopi agricoli.

Tuttavia, la tecnologia da sola non basta. Quando i conflitti per l’acqua scoppiano davvero, la letteratura accademica afferma chiaramente che la presenza di istituzioni efficienti è essenziale per risolverli. Queste istituzioni devono esistere a vari livelli (da enti locali che aiutano a gestire piccoli fiumi e torrenti a comitati internazionali che aiutano a governare grandi fiumi come il Nilo) e possono assumere svariate forme (da gruppi informali di cittadini che si incontrano regolarmente per decidere come andrebbe utilizzata una fonte d’acqua in comune a comitati o consigli formali che riservano un certo numero di seggi a diverse circoscrizioni). Qualunque forma assumano le istituzioni per la gestione dell’acqua, l’importante è che a) riuniscano categorie diverse di consumatori, a prescindere dal fatto che siano allevatori o utenti domestici e b) dispongano delle risorse e della credibilità necessarie per prendere decisioni che possano essere accettate da tutti i consumatori. Quest’ultimo punto è essenziale per risolvere i conflitti idrici, e significa che le istituzioni devono godere della fiducia delle parti eventualmente coinvolte in un conflitto idrico.

Questa seconda considerazione comporta inoltre che le istituzioni che gestiscono le risorse idriche devono avere una capacità notevole. Questa capacità si suddivide in varie categorie. Anzitutto, la capacità tecnica che permette di comprendere i problemi delle specifiche risorse idriche in gioco, il che significa spesso avere accesso a fonti di dati affidabili su consumo e disponibilità di acqua. In secondo luogo, per gestire l’acqua in modo efficace un’istituzione deve possedere la capacità amministrativa, come regole e procedure formali per risolvere conflitti e prendere decisioni, che le permettano di funzionare bene. Terzo, l’ideale sarebbe che queste istituzioni avessero la capacità finanziaria di mettere in atto le decisioni, specialmente quelle più importanti per scongiurare o risolvere i conflitti idrici. Le agenzie dell’acqua francesi rappresentano un buon esempio di modello istituzionale che racchiude con successo capacità tecnica, amministrativa e finanziaria.

Naturalmente, per molti paesi (soprattutto nel caso di regioni fragili come lo Yemen) sarà difficile dotarsi di istituzioni come le agenzie dell’acqua francesi. Ecco perché, al fine di scongiurare il conflitto idrico in futuro, governi nazionali e organismi multilaterali come la Banca mondiale devono investire nella creazione di istituzioni inclusive e competenti per la gestione delle risorse idriche a livello regionale, nazionale e sub-nazionale. Finora, la profezia di Ismail Serageldin secondo cui le guerre di questo secolo si sarebbero combattute per l’acqua non si è avverata, nonostante l’accelerazione dei cambiamenti climatici. Ma starà a noi far sì che non si avveri mai.

 

L’autore: Scott Moore

Scott Moore è un politologo la cui attività si concentra sulla geopolitica dell’acqua e sulle politiche idriche, in particolare in Cina e in Asia meridionale. Attualmente Moore è Senior Fellow presso il Penn Water Center e Direttore dei programmi per la Cina dell’Università della Pennsylvania. Fino al 2018, è stato Young Professional e Water Resources Management Specialist presso la Water Global Practice della Banca mondiale.