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Non è tutto oro (blu) quel che luccica

L’acqua è abbondante a livello globale. Occorre, comunque, renderne più efficiente l’uso, investendo in modo intensivo in un sistema completamente nuovo.

di Antonio Massarutto
06 maggio 2020
14 min di lettura
diAntonio Massarutto
06 maggio 2020
14 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 46 – Water stories 

Secondo l’OCSE, se le tendenze attuali non si dovessero modificare, 4 miliardi di esseri umani nel 2030 vivranno problemi di “water stress”: l’Africa settentrionale, il Medio Oriente, l’Asia centrale e il versante americano orientato al Pacifico sono le maggiori candidate. L’indice di water stress rappresenta una combinazione tra la dotazione di risorse naturali (precipitazioni pro-capite) e intensità di uso (prelievi pro-capite). Di per sé, non significa che moriremo di sete, ma piuttosto ci lascia presagire una crescente conflittualità tra gli usi. Gli economisti usano il termine “trade-off”: o faccio una cosa o ne faccio un’altra, le alternative sono mutualmente esclusive, e qualcosa va sacrificato.

Nel dibattito mediatico, tuttavia, i termini della questione vengono spesso fraintesi. Nella narrazione dominante, la scarsità di acqua viene tematizzata come un problema di scarsità fisica. C’è sempre meno acqua, perché la stiamo dilapidando esaurendone le “riserve”, e perché l’umanità cresce, avendo ormai superato il settimo miliardo. Ergo, ci saranno conflitti per accaparrarsi l’“oro blu”, il petrolio del 2000. Le multinazionali, che l’hanno capito in anticipo, cercano di accaparrarsene i diritti d’uso, per poi rivendercela a caro prezzo e lucrare profitto. Contro questo tentativo, i cittadini si sono rivoltati, affermando con forza il “diritto all’acqua”, oggi riconosciuto da un fronte che va dall’ONU a Papa Francesco, e sempre più esplicitato sinanche nelle Costituzioni; e ribadendo con altrettanta forza l’appartenenza dell’acqua ai cittadini (tema del “bene comune”), con il conseguente corollario di una gestione necessariamente pubblica ed estranea alla logica del profitto.

Una simile ricostruzione si è a tal punto radicata nel nostro retropensiero da diventare una sorta di riflesso condizionato, di verità indiscutibile, di mantra. Eppure, basterebbe analizzarla con qualche dato di fronte per rendersi conto che essa è fondamentalmente sbagliata. Non che non contenga qualche elemento di verità: ma è la concatenazione causale, il modo di accostare i concetti e i dati che contiene qualcosa di sfocato e, in ultima analisi, fuorviante.

Scarsità fisica e scarsità economica

Per iniziare: chi l’ha detto che l’acqua è scarsa in senso fisico? La disponibilità di acqua dolce si contabilizza in miliardi di metri cubi, gli usi in milioni di metri cubi: c’è un fattore 1000 di differenza. Questo dato si conferma non solo alla scala globale, ma anche a quella continentale e sub-continentale. Di aree del pianeta in cui l’acqua è effettivamente scarsa in senso fisico ce ne sono (i deserti americani, il Nordafrica, alcune parti dell’Asia centrale e della Cina settentrionale, il Sudest dell’Australia), anche se andrebbe considerato che la scarsità è dovuta all’elevata concentrazione di popolazione in aree povere di risorse. Ancora, va considerato che, a un certo costo finito, elevato ma in fondo non elevatissimo, l’acqua può essere ovunque resa disponibile nelle quantità desiderate. Il costo della dissalazione dell’acqua di mare utilizzando impianti di adeguate dimensioni si aggira su 0,50 $/m3, e già oggi questa tecnologia viene ampiamente utilizzata dalla California alla Spagna, dalla Grecia a Israele.

Un altro fatto che va notato è che le risorse idriche non sono costituite da uno stock finito, come avviene per i combustibili fossili. L’acqua è un flusso che costantemente si rinnova con il ciclo dell’evaporazione e delle precipitazioni. Più che le precipitazioni complessive, quindi, contano i deflussi, il cui profilo dipende dalla capacità dei “serbatoi naturali” (neve, ghiaccio, laghi, falde sotterranee) e, in misura assai minore, artificiali (laghi regolati, dighe, rimpinguamento delle falde) 

Da un altro lato, questa caratteristica fa sì che gli usi dell’acqua non ne implichino necessariamente un consumo, né una sottrazione ad altri possibili usi. L’uso anche molto intensivo dell’acqua dove questa è disponibile in abbondanza non costituisce, in altre parole, necessariamente uno spreco (l’acqua prelevata sarebbe altrimenti finita in mare, e non certo a incrementare la disponibilità di chi ne ha poca).

Dove sta il problema quindi?

In primo luogo, quel che conta non è la disponibilità assoluta di risorsa idrica, ma semmai quella che è accessibile e utilizzabile a costi ragionevoli. Il fatto che a un certo costo possiamo disporre di tutta l’acqua che vogliamo non ci mette al riparo dai conflitti: quel costo potrebbe essere superiore alla teorica disponibilità a pagare da parte degli usi, in particolare di quelli irrigui. In secondo luogo, quel costo potrebbe essere comunque fuori della portata dei potenziali utilizzatori, perché questi sono troppo poveri per poterseli permettere. È la “scarsità economica”, più che quella fisica, a costituire un problema per una fetta significativa dell’umanità. Ossia: laddove il potere di acquisto non è sufficiente, anche trivellare un pozzo per accedere alla falda sotterranea può essere proibitivo. E si intuisce che, con riferimento particolare all’agricoltura, il problema della scarsità riguarda soprattutto quelle popolazioni la cui sussistenza dipende dall’autoconsumo dei prodotti agricoli, e non tanto quelle la cui agricoltura è pienamente inserita in un meccanismo di mercato.

Per dirla con una battuta: l’acqua non è scarsa, ma è pesante. Per essere utile all’uomo essa deve essere disponibile dove serve, quando serve, nella qualità che serve. Questo è possibile, ma richiede un dispendio di tecnologia e di mezzi economici. Non è l’acqua ad essere scarsa ma il denaro, ammonisce Bernard Barraqué, uno dei guru europei del settore.

Quindi, serve un’organizzazione, un sistema di gestione, un sistema di regole che stabilisca chi e come la gestisce e la governa, chi e come vi accede, chi e come paga il costo economico che è necessario per renderla disponibile

A ben guardarle, le “guerre dell’acqua” non sono quasi mai conflitti per l’appropriazione di questa o quella risorsa contesa: esse riguardano conflitti molto più sottili. Sono un problema di governance, nel senso che riguardano la necessità di far fronte alle situazioni di stress (c’è meno acqua di quel che servirebbe) con un’evoluzione del sistema dei servizi e delle regole. 

La crescita disordinata delle megalopoli e la mancanza di infrastrutture

Sono le grandi megalopoli che crescono a vista d’occhio, soprattutto nei paesi poveri del pianeta, a rappresentare il più evidente sintomo di “water stress”: non perché vi manchi l’acqua, ma perché nessuno è stato in grado di accompagnare un simile tumultuoso sviluppo urbano con quello delle reti di servizio che potevano accoglierle. Nelle sterminate lande suburbane la gente non ha l’acqua perché manca un sistema adeguato di infrastrutture, tanto per l’approvvigionamento, tanto per le altrettanto importanti funzioni igienico-sanitarie.

"There is enough water for everyone" and "Water insufficiency is often due to mismanagement, corruption, lack of appropriate institutions, bureaucratic inertia and a shortage of investment in both human capacity and physical infrastructure“, scrivevano le Nazioni Unite nel 2006. 

In secondo luogo, affermare che quella idrica è una disponibilità che si rinnova ciclicamente non vuol dire che l’uso umano non possa interferire negativamente con questo ciclo, come avviene, ad esempio, quando un acquifero viene permanentemente deteriorato per via dei troppi prelievi.

Oltre che pesante, l’acqua è vulnerabile. E se vogliamo utilizzarla per tutti i nostri bisogni (sia in ambito civile che nella sfera produttiva), non possiamo dimenticare le funzioni ecologiche che essa svolge né in modo tale da alterare i profili di rinnovabilità.

In terzo luogo, il caso dell’acqua rivela in modo lampante una delle caratteristiche più critiche e inquietanti di quello che si è soliti chiamare “antropocene”: una fase dell’evoluzione del pianeta caratterizzata da un’estensione pressoché ubiqua dell’impatto antropico sull’ecosistema. Il cosiddetto “nesso acqua-cibo-energia” ci rivela la sempre maggiore interdipendenza che sussiste tra queste tre questioni cruciali per il nostro sviluppo: non è possibile affrontarne una senza intaccare le altre, e serve pertanto una visione integrata che tenga conto di tutte le interrelazioni.

Occorre rendere enormemente più efficiente l’uso delle risorse idriche, seppure abbondanti. Non è più pensabile il modello “lineare” del passato, quello degli acquedotti romani, che andavano a reperire sempre più lontano le risorse necessarie ad alimentare la metropoli. Occorre investire intensivamente in un sistema completamente nuovo, che abbia come proprio motivo ispiratore quello del recupero della “circolarità”: fare di più con meno, alimentare gli usi degli uni con gli scarichi (depurati) degli altri, sostituire sempre più “capitale naturale” con “capitale artificiale” rappresentato dalla tecnologia.

Tradotta in cose da fare, questa consapevolezza significa che non solo è necessario investire immani risorse per realizzare le infrastrutture idriche; ma che ancora di più dovrà essere speso per assicurarci che l’acqua che restituiamo all’ambiente non pregiudichi le funzioni essenziali dell’ecosistema idrico. Se guardiamo al caso italiano, ci accorgiamo che la vera “emergenza idrica” per l’Italia non è rappresentata dalla siccità né dal fatto che qualcuno muoia di sete: ma semmai dall’inadeguatezza del nostro sistema di fognatura e depurazione, per la cui incompletezza siamo già incorsi in procedure di sanzione da parte dell’UE. Ma più in generale, l’Italia soffre di un sistema di infrastrutture complessivamente vetusto e in buona parte da ammodernare. Solo da poco possiamo disporre di un quadro informativo relativamente chiaro e omogeneo sui livelli di servizio e sulle esigenze di intervento per il mantenimento e il miglioramento: questi dati forniscono un quadro preoccupante, e sollecitano investimenti nell’ordine delle decine di miliardi di euro.

Come mostra un recente studio di REF, peraltro, un simile piano di investimenti potrebbe rappresentare una spinta importante alla domanda aggregata e quindi favorire anche la ripresa economica del paese; si tratta di risorse che possono essere mobilitate attraverso le tariffe – tuttora inferiori a quelle della gran parte dei paesi europei. Questo richiederà tuttavia un intervento complessivo di ridisegno delle strutture tariffarie, per evitare di impattare sulle fasce sociali più deboli.

Obiettivo 6, accesso sicuro per tutti

Nel mondo le cose non vanno molto diversamente, anche se ovviamente vanno fatte le debite proporzioni.

Gli “obiettivi del millennio” relativi all’acqua potabile (dimezzare la popolazione priva di accesso a una fonte garantita e controllata) sono stati raggiunti in tempo; più difficile sembra il traguardo fissato dai “sustainable development goals” per il 2030 (assicurare a tutta la popolazione mondiale l’accesso sicuro ed economicamente sostenibile all’acqua potabile), nonostante che in 15 anni il numero sia cresciuto di circa un miliardo: l’aumento della popolazione mondiale, soprattutto nei paesi poveri, sposta il traguardo sempre più in là (infografica). Nella figura si vede chiaramente come il principale problema sia costituito dalle aree rurali.

Ancora più lontani sono i traguardi relativi alla depurazione. Anche qui, nonostante qualche progresso in termini assoluti, la distanza che separa dall’obiettivo si è addirittura accresciuta; anche in questo caso, il problema si concentra soprattutto nelle zone rurali. L’accesso all’igiene personale in gran parte del mondo è garantito a meno di metà della popolazione totale.

Qui tuttavia il problema principale è proprio nella capacità di mobilitare le risorse economiche necessarie: se nei paesi sviluppati un aumento anche cospicuo delle tariffe non dovrebbe rappresentare un problema insormontabile sotto il profilo dell’impatto sociale, nella maggior parte dei paesi poveri tali margini sono molto più limitati; ciò non significa tuttavia che siano inesistenti, come molti studi condotti dalle Nazioni Unite, dalla Banca Mondiale, dall’OCSE e dalla Asian Development Bank dimostrano.

La conseguenza di questo ragionamento è che quando parliamo di sostenibilità, con riferimento all’acqua, dobbiamo fare riferimento almeno a quattro diverse dimensioni.

Una prima dimensione è quella ecologica: l’acqua va utilizzata interferendo il meno possibile con le sue funzioni ecosistemiche, garantendone l’integrità. La seconda è quella etica: l’acqua è un bene fondamentale, accedervi è considerato un diritto umano fondamentale, con la conseguenza che il costo non deve essere tale da escludere chi non può pagare. La terza è quella finanziaria: i costi necessari per realizzare le infrastrutture e gestire i servizi devono essere coperti, per consentire al sistema di mobilitare adeguate risorse umane, tecniche e finanziarie. La quarta è quella economica: le risorse idriche devono essere allocate in modo efficiente (ossia, privilegiando gli usi cui è associata la maggior creazione di valore); ma anche le risorse economiche devono essere allocate in modo efficiente (ossia: si deve investire per potenziare il sistema delle infrastrutture solo se il valore dell’acqua resa disponibile supera il costo).

Si tratta di dimensioni ugualmente importanti, ma in contraddizione tra loro. E se è vero che l’economia consiste proprio nell’applicazione del metodo scientifico ai trade-off, ossia alle scelte mutuamente esclusive, ecco che il tema della scarsità dell’acqua e della conflittualità ad essa legata si rivela nella sua natura essenzialmente economica.

 

L’autore: Antonio Massarutto

Insegna Economia pubblica presso l’Università di Udine. È direttore dello Iefe (Istituto di economia e politica dell’ambiente dell’Università Bocconi) e si occupa di politiche ambientali e di organizzazione dei servizi pubblici locali, in particolare relativi ai settori idrico e ambientale.