africa satellite

La Grande Muraglia Verde africana

Un ambizioso progetto volto a donare nuova vita a un vasto territorio e garantire un futuro migliore per i suoi abitanti.

di Maria Pia Rossignaud
28 giugno 2021
6 min di lettura
di Maria Pia Rossignaud
28 giugno 2021
6 min di lettura

Terminare la Grande Muraglia Verde nel 2030 è il sogno africano. Dieci anni per fermare il deserto e dimostrare che i 17 obiettivi dell’ONU dedicati alla sostenibilità possono essere raggiunti: questa è la sfida che Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan, Etiopia, Eritrea, Gibuti hanno in corso. L'ambizione è ripristinare 100 milioni di ettari di terreno coltivabile, catturare 250 milioni di tonnellate di carbonio e creare 10 milioni di posti di lavoro verdi.

Grandi benefici

Grazie all’aumento di superfici coltivabili, uno dei beni naturali più preziosi a servizio dell'umanità, le comunità presenti lungo il muro potranno ricevere nuovi mezzi di sostentamento, il che si tradurrà in nuove opportunità economiche per la popolazione più giovane del mondo e nel possesso di strumenti concreti per attaccare il problema della fame, che in Africa affligge ancora milioni di persone. Ma il Grande Muro Verde serve anche a rallentare il riscaldamento globale, proprio nella regione dove le temperature stanno aumentando più velocemente che in qualsiasi altra parte del pianeta. Questa “nuova meraviglia del mondo”, come il muro verde è anche considerato, si estende per 8000 km in tutta l'Africa, dal Senegal a Gibuti. Secondo quanto riportato dalla voce di Inna Modja (Land Ambassador UNCCD) in un video pubblicato sul canale Youtube delle Nazioni Unite, i Big Data sono una risorsa strategica per l’iniziativa perché permettono di creare connessioni e prendere decisioni basate sull’analisi di precise informazioni. “I governi sono protagonisti in questo processo di cambiamento – precisa nel racconto Inna Modja – essendo i principali interlocutori: renderli partecipi permette di far crescere questa meraviglia del mondo”.

Riportare l’ambiente al centro dell’economia

Nel corso dell'ultimo One Planet Summit per la biodiversità, che si è tenuto a Parigi lo scorso 11 gennaio, sono stati stanziati circa 14.326 miliardi di dollari al fine di accelerare gli sforzi per ripristinare la terra degradata, salvare la diversità biologica, creare posti di lavoro verdi e rafforzare la resilienza della popolazione saheliana. Questo stanziamento aggiuntivo mira a velocizzare gli sforzi per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità fissati per il 2030 e che vede il ripristino di 100 milioni di ettari di terreno degradato e la creazione, in questo ambito, di 10 milioni di posti di lavoro. “La ripresa dalla pandemia è la nostra occasione per cambiare rotta. Con politiche intelligenti e investimenti giusti, possiamo tracciare un percorso che porta salute a tutti, rilancia le economie e crea resilienza – ha voluto sottolineare António Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite. Le innovazioni nell'energia e nei trasporti possono guidare una ripresa sostenibile e una trasformazione economica e sociale. Soluzioni basate sulla natura come questa in Africa, sono particolarmente promettenti".

La storia di questo ambizioso progetto ci porta al 1952, quando il biologo Richard St. Barbe Baker parlò per la prima volta, della necessità di costruire una barriera verde per impedire al deserto del Sahara di estendersi. L’idea diventa realtà nel 2007 ed è ormai un programma faro guidato dal grande continente, che dimostra come sfruttare le risorse della natura per fornire soluzioni politiche a minacce ambientali multiple e complesse. L’iniziativa sta ispirando sempre più paesi africani, anche quelli non direttamente coinvolti nel progetto. Nella parte settentrionale del continente che affaccia sul Mediterraneo, infatti, i boschi a macchia mediterranea stanno sparendo perché la desertificazione che arriva da Sud è una minaccia reale, come ha più volte sottolineato António Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite. “Se confrontiamo la storia della Terra con un anno solare, abbiamo utilizzato un terzo delle sue risorse naturali negli ultimi 0,2 secondi”. 

Anche il Mediterraneo ha bisogno del Grande Muro Verde

È ormai noto che le temperature stanno raggiungendo livelli record: il 2020 ha chiuso il decennio più caldo della storia. Secondo le analisi della World Meterological Organization, i sei anni che hanno seguito l’Accordo di Parigi del 2015, sono stati i più caldi mai registrati nei nostri paesi. La drammaticità del contesto è stata sottolineata anche dall’ambasciatore Sergio Piazzi, segretario generale PAM (Parliamentary Assembly of the Mediterranean) durante la conferenza Cambiamenti climatici e ambientali del 27 aprile 2021 organizzata dal Club Atlantico, dichiarando: “Oggi il tema del cambiamento climatico è al centro delle agende politiche di tutto il mondo. La ripresa verde è particolarmente urgente, e improrogabile, per la regione Euro-Mediterranea e del Golfo, designata dagli scienziati come uno degli hotspot climatici più vulnerabili al mondo”. In questa regione i periodi prolungati di siccità determinano la diminuzione della disponibilità di acqua dolce con tutte le conseguenze che ne derivano. “I dati parlano chiaro: la soglia limite di 1,5 °C designata dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) è stata superata, già da tempo – ha continuato, precisando Piazzi – con un innalzamento delle temperature del 20% più rapido rispetto alla media globale, il Mediterraneo potrebbe diventare entro fine secolo di 5 °C più caldo rispetto all’epoca preindustriale”. Ecco perché abbiamo bisogno del Grande Muro Verde e di tutti gli interventi ad esso correlati come lo sviluppo rurale, che mira a trasformare la vita delle popolazioni dei deserti del Sahel e del Sahara e a creare un mosaico di paesaggi verdi e produttivi. A oggi sono stati recuperati quasi 18 milioni di ettari di terreni degradati e già creati 350.000 posti di lavoro, grazie a questo progetto.

L'autrice: Maria Pia Rossignaud

Giornalista esperta di tecnologie applicate ai media, è fra i venticinque esperti di digitale della Rappresentanza della Commissione europea in Italia, direttrice della prima rivista di cultura digitale italiana «Media Duemila» e Vice Presidente dell’Osservatorio TuttiMedia.