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Il tesoro di Merakes

Nuovi pozzi al largo dell’Indonesia, un progetto che incrementerà la produzione di gas nel Medio ed Estremo Oriente.

di Davide Perillo
08 luglio 2021
7 min di lettura
di Davide Perillo
08 luglio 2021
7 min di lettura

Una rete sottomarina di tubi, ancoraggi, valvole e centraline collegate alla pipeline, la tubazione principale. Parte da 86 metri di profondità, poi segue una scarpata, prosegue in un canyon e scende fino a 1500 metri. Laggiù si trovano i punti da dove verrà estratto il gas. Sono i cinque pozzi di Merakes, in Indonesia, entrati in produzione in aprile.

È un giacimento ricchissimo, scoperto e sviluppato in ultra-deep waters, le acque ultra-profonde, al largo dell’East Kalimantan, la seconda regione indonesiana. Siamo a 45 chilometri di distanza da un altro sito già al lavoro da tempo: Jangkrik. Messi assieme, erogano 21 milioni di metri cubi di gas al giorno. Abbastanza da far dire a Fuad Krekshi, responsabile dell’azienda per l’area Middle & Far East Region, che si tratta di "uno dei punti chiave nella strategia di Eni per i prossimi quattro anni. È un progetto che contribuisce ad incrementare la produzione di gas nella regione di circa il 45%". Così l’Indonesia sta diventando un ottimo esempio di come il gas continui a essere una risorsa preziosa per tutti anche in questa fase di transizione globale verso il “low carbon”. Mr. Krekshi enfatizza: "Eni punta a tagliare le emissioni carboniche del 25% entro il 2030 e arrivare a quota zero nel 2050. Il gas è una fonte di energia pulita: riduce le emissioni e dà una forte spinta alla transizione. Nonostante il Covid e l’attuale situazione dei mercati, in questi mesi siamo stati in grado di attivare due progetti molto importanti in quest’area: Mahani e, appunto, Merakes". Mahani, nell’Emirato di Sharjah, è partito a gennaio, "appena un anno dopo la scoperta e in linea con la Strategia 2021. Ora che anche Merakes è attivo, sta dando un forte incremento alla produzione nella regione".

Una velocità sorprendente

Ci sono voluti meno di tre anni per arrivarci. Tempi ultrarapidi, visto il momento. "Il piano di sviluppo è stato approvato definitivamente a fine 2018", racconta Diego Portoghese, Managing Director del Paese asiatico: "E la parte esecutiva è partita subito dopo". Con l’obiettivo di integrare le nuove strutture, pozzi e gasdotti sottomarini, con il near field di Jangkrik, appunto: "Lì il campo è attivo dal 2017; ci sono 12 pozzi a 450 metri di profondità e, soprattutto, c’è già una Floating Production Unit (unità galleggiante di produzione) a governare flussi e lavori. Merakes è stato agganciato alla stessa FPU". I cosiddetti ombelicali, le valvole, il sistema di controllo dei due gasdotti da 18 pollici, sono gestiti da lì, a 45 chilometri di distanza.

Si capisce al volo il risparmio enorme –in termini di costi economici e ambientali– del potersi appoggiare a una struttura già attiva. Ma il lavoro che è servito per agganciarsi non è stato semplice. E non solo perché fatto a profondità mai raggiunte in Indonesia, che pure è un Paese di assoluta avanguardia nel settore. "Quando il progetto è entrato nel vivo, eravamo in pieno Covid", racconta Portoghese: "Ci siamo trovati ad avere in campo circa mille persone nello stesso momento, con la simultanea produzione del campo di Jangkrik da gestire nella massima sicurezza. C’erano protocolli da gestire, arrivi dall’estero contingentati, quarantene". Ha voluto dire rivoluzionare turni e programmi. Chiedere (e trovare, cosa non scontata) la disponibilità degli addetti ad allungare i classici turni di due settimane e ridurre il tempo passato in famiglia, perché bisognava infilarci dentro le quarantene. "Per otto mesi abbiamo dovuto agganciare alla FPU, che a bordo ha già una settantina di posti letto, una specie di hotel galleggiante per 550 persone". Andavano e venivano dall’impianto rispettando bolle e isolamenti. "Siamo arrivati ad avere in mare una trentina di mezzi navali. Uno sforzo nello sforzo, aiutato tantissimo dalla collaborazione del governo locale. Ma ne è valsa la pena. Abbiamo aperto una frontiera non solo per noi, ma per il Paese. E ne siamo orgogliosi".

Il lungo viaggio del gas

Il risultato, appunto, è una rete fatta dai due giacimenti operativi a pieno ritmo e imperniata su un hub che ha un potenziale enorme. "La posizione della FPU di Jangkrik è fondamentale: il gas arriva, viene trattato, separato dai condensati e inviato a terra, alla nostra onshore facility, 70 chilometri più in là". È quello che Portoghese chiama "il punto di ingresso nel sistema dell’East Kalimantan". Da lì, il prodotto finisce in buona parte "tra il 30 e il 40%" al mercato domestico: "Ci sono molti clienti industriali. Così possono sfruttare una risorsa che dal punto di vista della sostenibilità ha un impatto bassissimo: è naturale, pulita, percorre una distanza minima e viene subito consumata. Non ci sono costi ambientali per il trasporto, con un sistema ad alta efficienza che permette di abbassare parecchio il valore delle emissioni".

Il gas che avanza, sempre attraverso le infrastrutture già esistenti, viene inviato a Bontang, la città di 350mila abitanti affacciata sullo stretto di Makasar, famosa per le foreste di mangrovie e per lo storico impianto di liquefazione. «Ha iniziato a operare nel 1977 ed è in grado di lavorare anche i volumi prodotti per l’export», dice Portoghese. Un altro tassello di una sinergia su cui il Paese asiatico punta molto, anche in ottica di decarbonizzazione. «La domanda di gas qui è in forte crescita. In più, per la quota destinata all’export si è già vicini ai mercati del Far East: Giappone, Corea, Cina…».  

Conoscere e aiutare le comunità

Ma anche qui in Indonesia, come nelle altre realtà dove Eni opera, non è solo questione di business. "È dal 2017 che abbiamo avviato programmi di sostenibilità con le comunità locali. Quando sono arrivato in Indonesia, due anni fa, nel corso di una delle mie prime visite ho incontrato le comunità locali che vivono nei pressi dei nostri siti operativi: volevo capire come vive la gente, e come la nostra presenza potesse aiutarli. Non abbiamo solo cercato di farci accettare, ma anche di sostenerli. Con attività di formazione, di educazione all’uso di energie rinnovabili… Vorremmo che la nostra presenza fosse vista come un elemento catalizzatore che aiuti in un percorso da portare avanti insieme".

E lei, cosa sta scoprendo in questo percorso? Cosa vuol dire riuscire a concretizzare progetti così sfidanti? "Ho imparato molte cose. Nel nostro settore, l’Indonesia è uno scenario particolare. Il Paese è tra i primi produttori di energia al mondo, da mezzo secolo. Gli interlocutori sono esperti, a tutti i livelli: governo, manager, operativi… Hanno conoscenze sofisticate. Non c’è mai una discussione in cui non si parli la stessa lingua. Per chi fa il mio mestiere, lavorare su Merakes è come giocare in Champions League e fare gol, rende orgogliosi".

L'autore: Davide Perillo

Giornalista, attualmente si occupa di sostenibilità, temi sociali e Terzo Settore. Ha diretto per 13 anni la rivista Tracce. Membro della redazione del Meeting di Rimini (evento internazionale per il quale ha curato numerosi incontri), è stato caporedattore a Sette, magazine del Corriere della Sera, e ha seguito l’economia per L’Europeo. È laureato in Filosofia e ha un master in Giornalismo.