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L’inevitabile transizione energetica

Se prima della pandemia era doveroso avviare un dibattito serio sulla necessità di un cambiamento di sistema e sull’importanza di orientare le decisioni individuali dei consumatori verso l’azione per il clima, il Covid-19 ha chiarito l’urgenza di tale cambiamento.

di Rachel Kyte
17 novembre 2020
14 min di lettura
di Rachel Kyte
17 novembre 2020
14 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 47 – Che mondo sarà?

All’inizio del 2020, l’attenzione del mondo era concentrata sugli ultimi dieci anni a disposizione per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) e sul decennio di azioni urgenti in materia climatica necessario per raggiungere il traguardo della neutralità carbonica entro il 2050. Quando gli SDG sono stati individuati e negoziati, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite ha descritto l’energia sostenibile come il filo d’oro che collega tutti gli altri obiettivi rendendoli realizzabili. L ’obiettivo di un’energia affidabile, accessibile e, nel contesto dell’azione per il clima, pulita rappresentava quindi la base per la realizzazione di altri SDG. Ma poi, nonostante gli avvertimenti specifici e severi riguardo al rischio di un episodio pandemico di malattia zoonotica, a cui nessun paese ha prestato la dovuta attenzione e per cui nessuno era adeguatamente preparato, il mondo è stato scosso dal Covid-19.

La necessità di un mondo nuovo

Adesso la sfida principale è una sola: riprenderci da una pandemia globale e dalla grave crisi economica che ne è derivata cercando di raggiungere le zero emissioni nette entro la metà del secolo. Ciò richiede una profonda decarbonizzazione da attuare nel decennio corrente e, al contempo, la lotta al significativo aumento della disuguaglianza avvenuta nei decenni passati. Come ha osservato la vicepresidente della Commissione europea Margrethe Vestager “perché dovremmo ricostruire il vecchio mondo quando ce ne serve uno nuovo?”. Ora la transizione energetica non rappresenta più il filo d’oro degli SDG, ma un percorso d’oro nella risposta contro la pandemia che consente di cambiare rotta adottandone una che sia in linea con l’accordo di Parigi. La conseguenza immediata del Covid-19 è stata la chiusura di gran parte del mondo industrializzato, che ha comportato l’interruzione delle catene di approvvigionamento globali e dei flussi di investimento, nonché l’alterazione dei prezzi delle materie prime. Durante la chiusura, la domanda di energia è crollata. Dopo pochi giorni, gli schermi dei nostri dispositivi sono stati invasi dalle immagini di cieli puliti sulle città inquinate e della natura che si faceva spazio nei paesaggi urbani.

Quando i governi hanno revocato il lockdown, le emissioni hanno ripreso ad aumentare. Il Covid ci ha dato un assaggio dell’impatto che il cambio di comportamento simultaneo di milioni persone può avere sul clima e sull’ambiente. Ma ci ha anche reso più consapevoli dell’importanza dei combustibili fossili nelle nostre economie attuali. Se prima della pandemia era doveroso avviare un dibattito serio sulla necessità di un cambiamento di sistema o sull’importanza di orientare le decisioni individuali, a livello di consumatore, verso l’azione per il clima, il Covid-19 ha chiarito l’urgenza di tale cambiamento. Durante i primi giorni della pandemia, sono state diffuse le immagini delle file ai banchi alimentari e abbiamo assistito all’interruzione dell’approvvigionamento alimentare dal Texas alla Tanzania. La pandemia ha messo in evidenza la nostra mancanza di resilienza. Siamo al sicuro solo se il nostro vicino è in salute: una lezione importante in un’era in cui si prevede l’aumento degli impatti climatici.

La ricerca di equilibrio tra natura, economia e salute

Ora, i paesi stanno attraversando diverse fasi di ripresa. Naturalmente, la prima fase si è concentrata sugli aiuti volti a offrire supporto agli individui e alle imprese più vulnerabili. La seconda fase è stata segnata in molti paesi da una lotta politica sempre più partigiana relativa alla ripresa, nello specifico dalla ricerca di un punto di equilibrio tra la sanità pubblica e le più ampie conseguenze della crisi economica.  Una riapertura precipitosa per rilanciare l’economia potrebbe farci morire per via della pandemia, laddove una riapertura troppo lenta rischia di farci morire di fame. La terza fase, in cui bisogna trovare il corretto equilibrio, sarà la più importante se sfruttiamo la ripresa per orientarci verso un percorso più sostenibile. In questa terza fase, i paesi hanno l’opportunità di trovare un equilibrio tra natura, economia e salute. Economisti, organizzazioni internazionali e think tank concordano fortemente che possiamo e dobbiamo sfruttare la ripresa dalla pandemia per orientarci verso la decarbonizzazione e verso una maggiore inclusione. Tuttavia, i governi fanno fatica ad attuare questo piano. L ’UE si è posta l’obiettivo di unire la ripresa ai piani per un’economia più rispettosa dell’ambiente. Sebbene il successo dipenderà dalle azioni degli Stati membri, si tratta di una dichiarazione di intenti significativa che ha avuto un grande impatto sulle istituzioni europee, dalla Banca europea per gli investimenti alla Banca centrale europea. Al di fuori dell’UE vi sono paesi che inseriscono la svolta verde in alcuni aspetti della ripresa, basti pensare alla strategia dell’idrogeno verde del Cile. Altri invece, come la Nuova Zelanda, continuano a perseguire i “wellbeing budget” e altre forme più inclusive di misurazione della ricchezza. In Canada, i fondi pubblici a sostegno delle aziende includono la condizionalità climatica e l’obbligo di pubblicare una strategia aziendale che sia in linea con la Task Force on Climate-Related Disclosures. Tuttavia i paesi devono ancora trasformare questa crisi in un’opportunità. Al centro di una ripresa verde e inclusiva c’è la transizione energetica. Il crollo dei prezzi del petrolio, la relativa resilienza degli investimenti nelle energie rinnovabili nonché il crescente disinvestimento dai combustibili fossili hanno permesso un’accelerazione della transizione durante la pandemia. Nell’autunno del 2020 la transizione ha guadagnato maggiore slancio grazie all’impegno delle principali potenze economiche di raggiungere la neutralità climatica. Innanzitutto, l’UE ha annunciato che entro il 2030 ridurrà le emissioni che causano il riscaldamento globale del 55 percento rispetto ai livelli del 1990. Poi la Cina, con un’abile mossa diplomatica, ha annunciato alle Nazioni Unite che avrebbe raggiunto la neutralità del carbonio entro il 2060. L ’annuncio ha esposto gli Stati Uniti e ha spinto il Giappone ad annunciare l’impegno a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e la Repubblica di Corea a fare lo stesso. La maggior parte dell’economia mondiale ha ora aderito a una gara per raggiungere l’obiettivo emissioni zero, come annunciato dal Regno Unito, che ospiterà i negoziati cruciali sul clima posticipati da novembre 2020 a novembre 2021.

Transizione e ripresa, un rapporto virtuoso

In che modo la ripresa può accelerare la transizione e viceversa? Nell’estate del 2020, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) hanno pubblicato il loro piano di ripresa sostenibile. Il piano ha individuato il punto di equilibrio ottimale in cui il sostegno del governo soddisferebbe le esigenze a breve termine per la creazione di posti di lavoro e per la generazione di reddito, consentendo la riduzione delle emissioni a medio e lungo termine e la realizza zione degli obiettivi di crescita. Il loro piano ha posto l’attenzione sugli investimenti nelle soluzioni costruttive ecosostenibili, nelle infrastrutture di trasporto pulite e nelle infrastrutture energetiche intelligenti, identificate come le tre misure vincenti. Negli Stati Uniti, ad esempio, a dispetto di quanto affermato nel corso delle combattutissime elezioni, l’energia pulita produce il triplo dei posti di lavoro di quelli creati dall’industria dei combustibili fossili: l’efficienza energetica impiega quasi 2,5 milioni di persone. Entrambe le industrie stanno crescendo più velocemente di altri settori energetici. I lavori nel settore dell’energia pulita prevedono retribuzioni più elevate e includono lavori da impiegati e lavori di ufficio, il binomio perfetto di qualsiasi piano di ripresa. Un approccio che ponga l’efficienza energetica al primo posto funziona ovunque, dall’economia più avanzata a quella a più basso reddito. Nessun paese al mondo ha ancora ottimizzato la regolamentazione relativa alla produttività energetica. Alcuni paesi si stavano muovendo velocemente, altri più lentamente, ma tutti potevano fare maggiori sforzi per raggiungere e mantenere un miglioramento dell’efficienza energetica del 3 percento anno dopo anno, necessario per raggiungere l’obiettivo di sviluppo energetico sostenibile entro la fine del decennio. Stabilire standard, rivederli, educare il settore finanziario a riconoscere e valutare risparmi e guadagni, trovare modi per ricompensare i risultati, sono alcune delle misure “senza rimpianto” attuabili per stimolare il progresso.

L’accesso all’energia è fondamentale per la resilienza

È inoltre essenziale colmare il divario di accesso all’energia. L ’accesso all’energia è ovviamente fondamentale per il progresso, ma non bisogna dimenticare che i sistemi sanitari e i vaccini sicuri dipendono da un’energia affidabile ed economicamente accessibile. L’accesso all’energia è un elemento essenziale per la resilienza, non solo per la sua funzione di supporto

dei sistemi sanitari, ma anche per il suo ruolo nell’accesso al cibo, all’acqua, alla connettività Internet e ai servizi finanziari. L ’energia rinnovabile decentralizzata può consentire il raggiungimento di questa resilienza. Le compagnie petrolifere e del gas internazionali hanno un ruolo potenzialmente vitale da svolgere nella transizione e nella ripresa. Tuttavia, mentre avanziamo nella nuova era non più caratterizzata dai combustibili fossili, il centro del dibattito si è spostato dall’intensità energetica delle operazioni all’eliminazione graduale del carbone. Anche se alcune aziende leader si sono impegnate a diventare società energetiche, in realtà le aziende dovrebbero diventare società di gestione delle molecole di carbonio. Se le aziende desiderano continuare a esplorare e sfruttare i combustibili fossili, queste devono utilizzare, oppure catturare e immagazzinare, le loro eventuali emissioni. Nel frattempo, gli organismi di regolamentazione, gli investitori e le norme commerciali considereranno sempre più il carbonio come “nocivo”.

Per le economie in crescita fortemente carbonizzate, la transizione è più complicata laddove i fondi pubblici destinati a sostenere la ripresa post Covid e provenienti dall’FMI e dalle banche multilaterali di sviluppo confluiscono nel sostegno al bilancio e laddove il sostegno al bilancio affluirà alle società di combustibili fossili di proprietà statale. Questi paesi e le loro compagnie petrolifere nazionali potrebbero aver bisogno di assistenza per effettuare la transizione. Negli anni ‘80 è stata creata la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo per facilitare la transizione in seguito al crollo della cortina di ferro. Abbiamo bisogno di una risposta simile per garantire la transizione da un’economia ad alta intensità di carbonio a un’economia più verde, tramite il sostegno di istituzioni multilaterali esistenti, di un nuovo fondo o di una società veicolo. Per i paesi a basso reddito, l’indebitamento era un problema crescente già prima della pandemia. Per questi paesi la sfida si concentra sul risolvere il problema del debito e al contempo su una ripresa verde. Le possibili soluzioni includono il debito per gli swap sul clima, il riacquisto del debito africano da parte delle banche centrali europee in cambio di investimenti in infrastrutture verdi e le obbligazioni sovrane. Quello che è chiaro è che abbiamo bisogno di misure sicure per una ripresa che sia vantaggiosa, tanto per le persone quanto per il pianeta.

Una sfida senza precedenti

Ci troviamo a un punto di svolta. Il mondo deve riunirsi all’interno di strutture di coordinamento e governance globali inizialmente imperfette per far sì che i pacchetti di ripresa necessari possano indirizzare gli investimenti verso una crescita verde e più inclusiva. Ma dobbiamo anche cogliere questa opportunità per fermarci e riorganizzare i nostri sistemi, costruendo la cooperazione necessaria per affrontare le sfide senza precedenti dei prossimi decenni. Dobbiamo fare spazio ad attori diversi rispetto a quelli di oltre settant’anni fa, quando abbiamo fondato le nostre attuali istituzioni. Cina e India ora sono creditori; dobbiamo fare spazio al private equity così come alle banche. E chi farà spazio alla natura? Ciascuna delle crisi complesse che affrontiamo ha, al suo centro, la nostra noncuranza nei confronti della natura e delle sue leggi. Anche in questo campo dovremo adottare nuove misure di successo. Il PIL, da sempre uno strumento schietto di misurazione della crescita, fallisce in modo spettacolare quando dobbiamo investire di più in sanità pubblica, istruzione e benessere sociale e quando dobbiamo valorizzare la natura e optare rapidamente per la decarbonizzazione. Oltre al PIL (o meglio al suo posto) abbiamo urgente bisogno di utilizzare altri metodi di misurazione della ricchezza e del benessere. Più di 75 anni fa, le nazioni rappresentate concordarono lo statuto delle Nazioni Unite. La Carta si apre con la frase “Noi popoli...”. Oggi con questa frase ci riferiamo non solo a quei pochi che vivono nelle città, collegati alla rete, che hanno a disposizione i mezzi per acquistare la resilienza con un generatore e che possono permettersi l’accesso a vaccini adeguatamente refrigerati. Ma, grazie ai progressi della tecnologia e dei modelli di business, la frase “Noi popoli” rappresenta una legittima aspirazione per tutti. Il Covid-19 ci ha messi di fronte alla sfida economica più ardua degli ultimi 75 anni. Progettare una ripresa che non si curi di rendere il mondo più sicuro per tutti, soddisfacendo i bisogni di tutti, rappresenterebbe un’abdicazione epocale alle nostre responsabilità. 

 

L’autore: Rachel Kyte

È la 14ma preside, la prima donna, della Fletcher School della Tufts University. Prima di entrare alla Fletcher, Kyte è stata Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite e amministratrice delegata di Sustainable Energy for All (SEforALL), organizzazione internazionale che promuove un’azione più rapida verso il raggiungimento del Goal 7 degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. In precedenza è stata vicepresidente della Banca mondiale.