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Hydroboom

Tra le fonti di energia pulita, spicca il potenziale idroelettrico del Sud-Est asiatico, cui si associano poi anche i settori geotermico e bioenergetico. Proprio le centrali idroelettriche hanno rappresentato il motore della crescita delle rinnovabili nell’area.

di Valerio Bordonaro
18 agosto 2021
11 min di lettura
di Valerio Bordonaro
18 agosto 2021
11 min di lettura

Lo sviluppo delle energie rinnovabili è una vera sfida per i Paesi del Sud-Est asiatico. Si tratta di una delle regioni del mondo più colpite dal cambiamento climatico; per questo è prioritario per i governi nazionali imboccare la strada dello sviluppo sostenibile e abbandonare al più presto l’impiego di combustibili fossili. In questo senso, gioca un ruolo strategico la peculiare geografia regionale, con la presenza di bacini fluviali che rendono appetibile lo sviluppo del settore idroelettrico. Ma nell’agenda politica regionale esiste un trade-off che non può essere ignorato: oltre a ricorrere a politiche energetiche più virtuose, le economie del Sud-Est asiatico devono sostenere la crescita dei floridi mercati emergenti.

Il diffondersi del benessere tra le popolazioni locali è stato determinante per l’incremento della domanda di energia, che negli ultimi anni si è impennata notevolmente, crescendo due volte più velocemente rispetto alla media mondiale. Secondo l’International Energy Agency (IEA), la regione del Sud-Est asiatico inciderà fortemente sui trend energetici globali anche per via del suo enorme potenziale demografico. Anche se l’idroelettrico rappresenta una risorsa notevole per soddisfare la domanda energetica e le istanze di sviluppo sostenibile, senza compromettere lo sviluppo economico, nella diversificazione del mix regionale si intersecano istanze economiche, sociali e ambientali.

Il mix energetico e le fonti di energia rinnovabile

La crescente domanda di energia nel Sud-Est asiatico comprende sia combustibili fossili – che contano più della metà dell’approvvigionamento energetico regionale – che fonti di energia rinnovabile, a seconda del mix energetico di ciascun Paese. A livello regionale, sostengono la domanda il carbone e il gas naturale, per quanto riguarda la produzione di elettricità, oltre al petrolio per quanto concerne invece i trasporti. Tra le fonti di energia pulita, spicca il potenziale idroelettrico della regione, cui si associano poi anche i settori geotermico e bioenergetico. Secondo un rapporto del 2018 dell’International Renewable Energy Agency (IRENA), le fonti energetiche rinnovabili nel 2015 rappresentavano il 17 percento della produzione totale di elettricità della regione, con l’idroelettrico come settore di punta (oltre i tre quarti dell’energia prodotta). Proprio le centrali idroelettriche hanno rappresentato il motore principale della crescita delle rinnovabili nell’area. Tra il 2000 e il 2016, secondo il rapporto, la capacità idroelettrica della regione è cresciuta da quasi 16 GW a 44 GW, con i Paesi rivieraschi del bacino del Mekong in prima fila: Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam. Il Vietnam, ad esempio, ha anche destinato ingenti investimenti nei settori idroelettrici dei paesi limitrofi a scopo di esportazione. In generale, la produzione di energia nel 2015 comprendeva gas naturale (41 percento) carbone (33 percento) ed energia idroelettrica (16 percento). L’aumento del benessere economico nei Paesi del Sud-Est asiatico ha rappresentato il principale fattore di crescita per la domanda energetica regionale. Secondo l’IRENA tra il 1995 e il 2015 il consumo di energia è cresciuto a un tasso del 3,4 percento annuo, spinto anche dall’innalzamento dei redditi. Il rapporto prevedeva che la domanda di energia sarebbe cresciuta in media del 4,7 percento all’anno entro il 2035. Inoltre, il tema della crescita economica va di pari passo con quello della sicurezza energetica: se, per sostenere la domanda, gran parte delle economie emergenti fa affidamento sull’importazione di fonti energetiche quali petrolio e gas, quello dell’approvvigionamento è un tema di importanza strategica. Gran parte di queste risorse arriva nel Sud-Est asiatico attraverso lo Stretto di Hormuz e quello di Malacca. Nel caso del petrolio, la dipendenza dalle importazioni supererà l’80 percento nel 2040, rispetto al 65 percento del 2018, secondo la IEA. Per questo i paesi dell’area sono chiamati a cooperare per costruire network per la sicurezza energetica a livello regionale, e a questo proposito l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN)rappresenta un hub di inestimabile importanza. In più, oltre a non essere una fonte infinita di energia, i combustibili fossili sono annoverati tra i responsabili del cambiamento climatico e del deterioramento ambientale. Questo apre la strada al tema della diversificazione energetica, che si lega alla valorizzazione di fonti energetiche rinnovabili nel mix energetico regionale, in modo da coniugare impegno sostenibile e vantaggi socio-economici per le popolazioni autoctone.

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Il potenziale dell’idroelettrico nella regione

Nel 2018 l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) ha riferito che il 18 percento dell’energia del Sud-Est asiatico proviene proprio dal settore idroelettrico, che ha il vantaggio di poter produrre energia su larga scala ma anche su piccola scala. I progetti su piccola scala – indipendenti rispetto alla rete elettrica nazionale (off-grid) – possono essere implementati con costi di avviamento minori; per questo sono considerati la soluzione ottimale per le aree rurali, dove l’elettrificazione è ancora una sfida. Oltre ad essere economicamente molto dispendiosi, sono necessarie anche ingenti risorse tecniche e logistiche. Secondo l’Alliance for Rural Electrification, il vantaggio competitivo dell’energia idroelettrica consiste nel fatto che, rispetto ai combustibili fossili, ha un’impronta di carbonio vicina allo zero. Combinata a questi sistemi di elettrificazione rurale, tale fonte energetica potrebbe rappresentare una soluzione ottimale per rispondere alla crescente domanda regionale e favorire al contempo la condivisione dei benefici della crescita economica anche nella campagna asiatica. Quando si tratta di energia idroelettrica nel Sud-Est asiatico, il dibattito ruota intorno alla rilevanza strategica del Mekong, uno dei maggiori fiumi dell’Asia. Partendo dall’altopiano del Tibet, il Mekong attraversa Cina meridionale, Myanmar, Laos, Cambogia e Vietnam, ed è una fonte insostituibile di cibo, acqua, reddito ed energia per le popolazioni locali. La Mekong River Commission prevede che la domanda di energia per quanto concerne il bacino del fiume Mekong inferiore (lower mekong basin, LMB) crescerà del 6-7 percento all’anno, anche grazie all’aumento degli investimenti in infrastrutture elettriche. Per poter generare energia idroelettrica si fa ricorso alla costruzione di dighe, che hanno costi di esercizio ridotti rispetto alle infrastrutture adibite alla produzione di altri tipi di energia. Secondo l’Alliance for Rural Electrification, laddove il corso d’acqua incontra punti più ripidi, viene generata ancora più energia. Ecco perché anche Paesi come il Laos hanno dozzine di centrali idroelettriche, e possono arrivare a godere di una capacità idroelettrica totale di 7 GW. Le dighe hanno l’obiettivo di controllare il flusso d’acqua e di immagazzinare potenziale energetico, e potrebbero sopperire alla carenza energetica regionale. Nel Sud-Est asiatico hanno un ruolo cruciale nell’approvvigionamento idrico anche i fiumi Irrawaddy e Chao Phraya, anche se gran parte dei progetti in corso di implementazione sono stati rallentati o sospesi a causa della crisi sanitaria dello scorso anno. Esistono una serie di costi sociali e ambientali legati alla costruzione di queste infrastrutture sui bacini fluviali. Nonostante siano pensate per generare energia pulita e avviare le economie regionali verso lo sviluppo sostenibile, le dighe costruite lungo i fiumi possono causare danni irreparabili al fiume stesso e alla sua fauna, e dunque alle comunità locali che basano il proprio sostentamento sulle risorse fluviali. Esiste quindi un prezzo da pagare legato ai rischi di interruzione dei corsi d’acqua che arrestano il flusso di sostanze nutritive per il benessere degli ecosistemi, oltre a ostacolare la migrazione dei pesci. Le comunità autoctone devono poi fare i conti con il pericolo di esondazioni che può causare danni ai sistemi socio-economici locali. Il settore idroelettrico può comportare rischi di deterioramento di quello stesso ambiente che le rinnovabili vorrebbero proteggere.

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Vantaggi e svantaggi del settore

Secondo la Mekong River Commission, il settore idroelettrico nel Sud-Est asiatico presenta quindi vantaggi e svantaggi. Se da una parte, stima la Commissione, potrebbe registrare guadagni economici pari a oltre 160 miliardi di dollari entro il 2040, implicando lo sviluppo di altri settori, tra cui quello agricolo – legato alla sicurezza alimentare e alla riduzione della povertà – esistono una serie di conseguenze nefaste legate al suo sviluppo. La Commissione osserva come il declino della pesca potrebbe costare quasi 23 miliardi di dollari entro il 2040. Inoltre, la perdita di foreste, zone umide e mangrovie potrebbe costare fino a 145 miliardi di dollari. A fare le spese di questa situazione è anche la crescita del riso lungo il Mekong, fonte di sostentamento delle comunità autoctone. Alcuni esperti ritengono che il ricorso agli accordi energetici possa rappresentare una soluzione, poiché ridurrebbe il numero di dighe necessarie a rispondere alla domanda regionale. L’ASEAN gioca un ruolo fondamentale in questo senso: l’ASEAN Power Grid è il progetto infrastrutturale pensato per connettere le economie dell’area creando una rete elettrica integrata. L’idea è stata discussa per la prima volta negli anni Novanta ed è ancora in fase di sviluppo. L’iniziativa ha l’obiettivo di soddisfare la crescente domanda di elettricità e migliorare l’accesso ai servizi energetici nella regione. Ad oggi sono state realizzate sei interconnessioni a livello bilaterale, che collegano Singapore e la penisola malese, Thailandia e Malesia peninsulare, Thailandia e Cambogia, e infine Laos e Vietnam. Secondo alcuni osservatori, le principali fonti di domanda energetica (prime fra tutte, le città) saranno in questo modo collegabili a più siti di produzione, e si spera che questo possa ridurre la pressione sui bacini fluviali e i rischi ad essa associati. La cooperazione regionale promossa dall’ASEAN può quindi rappresentare la soluzione all’eterno trade-off tra crescita economica e protezione dell’ambiente, e mitigare i rischi connessi al ricorso al settore idroelettrico, che pure rappresenta una risorsa inestimabile data la peculiare geografia della regione.

L'autore: Valerio Bordonaro

È direttore della sede di Roma e advisor del presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, organizzazione fondata e presieduta da Romano Prodi per favorire scambi e conoscenza reciproca tra Italia e Paesi del Sud-Est asiatico. In precedenza, Bordonaro ha lavorato a vario titolo presso il ministero degli Esteri, le Nazioni Unite e le istituzioni europee.