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Il Green Deal europeo comincia dall’acqua

Le misure, in via di approvazione, aggiornano gli standard di qualità fissati oltre vent’anni fa.

di Roberto Di Giovan Paolo
25 marzo 2020
6 min di lettura
diRoberto Di Giovan Paolo
25 marzo 2020
6 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 46 – Water stories

Se il Green Deal, annunciato dalla Presidente Von Der Leyen, non resterà solo un sogno lo si deve anche alle contingenze politiche ed economiche globali. La mancata resipiscenza di Donald Trump che porterà, in caso di sua rielezione alla Casa Bianca, al ritiro formale degli USA dal Trattato di Parigi e la crisi economica, oltre che sanitaria e sociale, che ha colpito la Cina, consegnano all’Unione europea la possibile leadership “sul campo” nell’impegno per la sostenibilità. Una leadership rafforzata da un assegno ideale di un trilione di euro tra risorse del bilancio Ue, stanziamenti dei 27 Paesi post-Brexit e impegni economici da parte di importanti stakeholder. Ciononostante se questo sarà un vero deal, funzionante ed effettivo, lo si scoprirà cammin facendo, verificando le azioni concrete intraprese.

Un impegno concreto, le nuove norme sull’acqua potabile

A dire il vero nel campo delle acque, in particolare di quella potabile ed a uso domestico, l’Ue sembra fare sul serio: nel mese di febbraio, la Commissione ha comunicato al Parlamento europeo la proposta finale di una nuova direttiva. Il testo, che mette d’accordo Parlamento e Consiglio e vedrà il voto finale entro marzo, aggiorna gli standard di qualità per l’acqua potabile fissati oltre 20 anni fa e stabilisce i nuovi requisiti minimi di igiene per tutti i materiali che vi entrano a contatto, come ovviamente tubi e rubinetti, atti ad evitare ogni possibile contaminazione. Su questi temi, aree di budget specifico Ue prevedono già investimenti per milioni di euro.

Le nuove norme contemplano il monitoraggio di sostanze organiche, prodotti farmaceutici e microplastiche, e stabiliscono condizioni per l’accesso all’acqua per le minoranze che ne hanno accesso limitato o nullo, con il sostegno economico (anche del Fondo sociale europeo ndr.) per la creazione di condotte e fontane. Attenzione particolare è rivolta all’uso di acqua nei locali pubblici quali ristoranti, bar o pub: la direttiva punta ad agire sulla leva del costo per limitarne gli sprechi. Grande apertura all’imbottigliamento in vetro alla fonte ed al riciclo delle bottiglie, in modo da garantire anche una diminuzione dell’uso della plastica.

La direttiva - che pure interviene in un settore già avanzato visto che, secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente, in più del 98,5 percento dei test effettuati sui campioni di acqua potabile gli standard attualmente in vigore nell’Ue risultano rispettati - viene considerata una sorta di “fiore all’occhiello” anche perché nasce da un’istanza proveniente dai cittadini europei: una petizione che ha raccolto quasi due milioni di firme in tutti gli Stati dell’Unione su linee-guida poi sposate dalla Commissione, dal Consiglio e dal Parlamento europeo. Tali linee guida prevedono la difesa del patrimonio pubblico delle acque e dei suoi bacini, la garanzia di acque controllate sanitariamente e salubri per tutti e l’accesso universale; indicando il tema dell’acqua potabile e della difesa di bacini, laghi, fiumi e delle strutture di captazione e mantenimento e di distribuzione, come capisaldi di un’idea europea comune nel settore idrico. Un settore in cui l’Unione europea, peraltro, si muove consapevolmente da oltre un decennio, ragionando in maniera ampia di risorse idriche di qualità e promuovendo lo sforzo congiunto di istituzioni europee e nazionali su tutto il ciclo dell’acqua. Già dal 2015, una direttiva quadro sulle acque aveva indicato la necessità di una gestione coordinata dei bacini fluviali, anche quando rientranti nelle geografie di più paesi e indipendentemente dal loro sbocco. Ovviamente grande attenzione, nel tempo, è stata dedicata anche all’ambiente marino: da ricordare le molte sperimentazioni in atto da anni per la desalinizzazione e la possibile potabilizzazione, e gli studi e le sperimentazioni sull’uso dei moti ondosi o dell’acqua, sia marina sia dei bacini interni, a fini energetici.

Tornando alla nuova direttiva per le acque potabili, essa è la prima revisione di tutti i documenti europei relativi al settore idrico (blueprint, libri bianchi, direttive del 2012, studi del 2015 e 2016) e traccerà la strada per le altre.

Un passo avanti verso l’economia circolare

Nella premessa, essa introduce per la prima volta il tema dell’economia circolare con una valutazione di impatto “che ha preso in esame anche l’aspetto evidenziato nell’iniziativa dei cittadini europei e nelle consultazioni, vale a dire l’inaccessibilità dell’acqua per alcuni gruppi della popolazione, ad esempio i gruppi vulnerabili ed emarginati, come i Rom”. Democraticità della diffusione del bene, dunque, riuso, monitoraggio e attenzione al consumo energetico rappresentano i paletti fondamentali della direttiva, il cui impatto andrà ben oltre i 27 Paesi dell’Unione. Le misure contenute nelle direttive guidano, infatti, non solo i finanziamenti del budget Ue (che destina circa il 25 percento del totale al contrasto al climate change e alla sostenibilità) ma anche quelli dei programmi di collaborazione e cooperazione dell’Unione con il resto del mondo ed in particolare i Paesi in via di sviluppo del Latinoamerica e dell’Africa.

La direttiva rivede poi, in senso restrittivo, la protezione delle zone vocate a bacino idrico con un approccio generale di difesa del territorio e dell’ambiente in cui risiedono. L’impatto di tali misure si farà sentire anche sul mercato, in particolare per le acque minerali di sorgente che dovranno essere conformi a canoni ben precisi a garanzia delle popolazioni e comunità locali.

La direttiva sarà inserita tra quelle del programma di lavoro per il piano d’azione della economia circolare Ue, “perché coerente con gli sforzi dell’Unione europea tesi a ridurre le emissioni di gas a effetto serra e i rifiuti marini e con la strategia europea per la plastica”. Un approccio che secondo la Commissione garantisce al mercato europeo delle acque una gestione volta a ridurre il rischio economico ed anzi a rilanciarne la competitività garantendo nel contempo ai cittadini europei maggiore informazione e trasparenza sui prodotti.

Insomma il Green Deal sembra cominciare a mettere i piedi per terra. Ma la direttiva sull’acqua è solo una tessera, per quanto fondamentale, di un puzzle molto più ampio. Un buon inizio ma appunto, un inizio.

L’autore: Roberto Di Giovan Paolo

Giornalista, ha collaborato, tra gli altri, con ANSA, Avvenire e Famiglia Cristiana. È stato segretario generale dell’Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa. È docente presso l’Università degli studi internazionali di Roma.