Naim.jpg

Fattori di instabilità

Gli enormi squilibri globali nella disponibilità idrica, aggravati dai cambiamenti climatici e dalla crescita della popolazione, aumentano le probabilità di incremento degli scontri tra stati.

di Moises Naim
19 maggio 2020
12 min di lettura
diMoises Naim
19 maggio 2020
12 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 46 – Water stories

Lo scorso gennaio i ministri degli Esteri di Egitto, Etiopia e Sudan si sono incontrati a Washington per discutere con urgenza il progetto idrico della Renaissance Dam. Se da un lato è chiaro che l’Etiopia otterrebbe dei benefici dalla realizzazione della diga, dall’altro l’opera intensificherebbe il crescente stress idrico a cui sono sottoposti milioni di egiziani. I rischi di un aspro scontro su questo tema, che sembravano ormai inevitabili, sono stati sventati da un accordo raggiunto in extremis dai negoziatori. Sebbene, per il momento, le tensioni si siano placate, la situazione rimane instabile, considerato che le attuali tendenze fanno prevedere crisi idriche continue e via via più acute nella regione e, di conseguenza, tensioni più profonde e scontri più frequenti.

Gli agricoltori insediati lungo il corso del Nilo, che si estende per oltre 6.500 chilometri, soffrono già di gravi e ricorrenti carenze d’acqua, situazione che a sua volta crea, nella regione, un ambiente segnato da frequenti contrasti.

I conflitti per l'acqua che interessano regolarmente il bacino del Nilo non sono un caso isolato, ma eventi comuni in numerose parti del mondo, tanto da rendere la scarsità idrica e i conflitti che ne conseguono la prima delle preoccupazioni della comunità internazionale. Per citare un esempio, il Global Risks Report 2019 pubblicato dal World Economic Forum individua nei conflitti per l’acqua uno dei principali rischi globali. Il rapporto mette in guardia sul fatto che le crisi idriche potrebbero condurre a una profonda instabilità sociale e perfino a violenti scontri tra stati.

I conflitti per l’acqua non sono una novità: si calcola che negli ultimi 3.000 anni siano state non meno di 900 le contese di grande portata divampate per l'accesso all’acqua. Oggi, le probabilità di un conflitto a tutto campo innescato dall’acqua stanno aumentando a causa degli enormi squilibri nella disponibilità idrica. Studi condotti dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) e dalle Nazioni Unite stimano che entro il 2025 due terzi della popolazione mondiale soffrirà di significative carenze idriche e che entro il 2050 metà della popolazione sarà colpita da un’estrema scarsità idrica. Oltre un terzo di metropoli come San Paolo, Tokyo, Città del Messico, New Delhi e Los Angeles si sta già confrontando con un fortissimo stress idrico. Nel 2008, Città del Capo ha sfiorato il cosiddetto “Day Zero”, il giorno in cui tutte le sue dighe si sarebbero prosciugate. Uno studio del 2019 pubblicato da Earth’s Future dichiara che alcuni stati statunitensi, come Nuovo Messico, California, Arizona, Colorado e Nebraska, dovranno intraprendere azioni urgenti se intendono prevenire gravi problemi di carenza idrica. Wang Shucheng, ex ministro cinese delle Risorse idriche, ha affermato: “Combattere per ogni goccia d’acqua o morire: questa è la sfida che sta affrontando la Cina”. Quando l’accesso all’acqua diviene una questione di vita o di morte per un paese abitato da un quinto della popolazione mondiale, le probabilità che scoppino violente guerre dell’acqua si fanno elevate.

Climate change e demografia, le cause dell’impennata della domanda

Il cambiamento climatico, la crescita della popolazione e i cambiamenti tecnologici sono tre importanti fattori responsabili dell’impennata della domanda idrica a livello globale. Un numero maggiore di persone consuma una quantità maggiore d’acqua e alcune tecnologie in rapida diffusione contribuiscono all’aumento del consumo idrico. L’esempio forse più significativo di queste tecnologie è rappresentato dalla fratturazione idraulica, comunemente nota come fracking. La crescita esponenziale del fracking per la produzione di shale oil e shale gas negli Stati Uniti, in Cina e in altri paesi, ha generato un’imponente domanda di acqua, innescando inoltre un’intensa competizione per le risorse di acqua dolce con il settore agricolo e gli utenti delle aree urbane. L’acqua utilizzata nel fracking viene inoltre miscelata con sostanze chimiche a vari gradi di tossicità e non può essere riciclata facilmente per il consumo umano.

Nel frattempo, i rapidi cambiamenti climatici stanno esacerbando gli stress idrici esistenti e mettendo in discussione le modalità di produzione e allocazione dell'acqua. Ad esempio, un sempre maggior numero di evidenze suggerisce che l’innalzamento della temperatura media globale spinge la copertura nuvolosa dalle regioni tropicali verso i poli, causando drastici cambiamenti negli ecosistemi tropicali, intensificando gli episodi di siccità in queste regioni e, nel contempo, aumentando le precipitazioni nelle latitudini settentrionali. Un rapporto del World Resources Institute (WRI) prevede che entro il 2030 le regioni del pianeta situate a media latitudine soffriranno di carenze idriche estreme.

La distribuzione delle risorse nel pianeta e la difficoltà di accedervi

Un altro fattore importante è rappresentato dalla distribuzione delle risorse idriche nel pianeta e dalla difficoltà ad accedervi. Quasi il 70 percento dell’acqua dolce del pianeta si trova nelle calotte glaciali e nei ghiacciai ed è quindi indisponibile per gli esseri umani, mentre il 30 percento dell’acqua più accessibile è contenuta nelle falde acquifere sotterranee. Estrarre acqua a un ritmo superiore alla velocità in cui essa si reintegra naturalmente crea notevoli limitazioni alla disponibilità in varie zone del mondo. In Yemen, un esempio estremo, si è stimato che le estrazioni siano superiori del 400 percento circa rispetto alla ricarica e situazioni simili si incontrano in Cina, Messico, India e Pakistan e altri paesi. In generale, il progressivo esaurimento delle acque sotterranee sta diventando particolarmente marcato nelle aree urbane a causa dell’aumento della popolazione e degli usi industriali.

Un ulteriore fattore d’inasprimento dei problemi idrici è l’inadeguatezza della gestione delle infrastrutture idriche e della protezione dei bacini idrografici. Un rapporto pubblicato nel 2019 dalla National Association of Corrosion Engineers statunitense segnala che le linee di distribuzione dell’acqua e gli impianti di trattamento del paese hanno urgente necessità di ammodernamenti alla luce di un maggior rischio di guasti dovuti alla corrosione. Secondo quanto affermato nel rapporto, ogni anno vanno persi oltre due trilioni di galloni di acqua a causa di questa situazione. In una recente lettera inviata al presidente Trump, il sindaco di Newark evidenzia che “le infrastrutture degradate dei nostri sistemi idrici hanno provocato una crisi a Newark, nello stato del New Jersey e in tutta l’America”. Oltre a Newark, afferma il sindaco, “oltre altre 20 città e paesi del New Jersey presentano elevati livelli di piombo nell’acqua di rubinetto, e lo stesso vale per migliaia di altri comuni della nazione”. Un rapporto dell’OCSE del 2016 sulla sicurezza idrica prevede che, a livello globale, i fondi necessari per migliorare le infrastrutture idriche passeranno da 6,7 trilioni di dollari entro il 2030 a 22,6 trilioni di dollari entro il 2050, senza contare le spese per l’irrigazione o per il settore energetico. Secondo le stime presentate in un rapporto del Global Forest Watch, i 216 bacini idrografici del mondo avrebbero perso una media del 6 percento della loro copertura arborea. Negli ultimi 14 anni, incendi, fenomeni erosivi, l’urbanizzazione e l’espansione agricola hanno consumato le coperture arboree che fornivano la protezione necessaria. Naturalmente, ciò comporta perdite sia in termini qualitativi che quantitativi dell’acqua disponibile.

I prezzi dei servizi idrici, una questione politicamente esplosiva

Un altro fattore complesso, causa di forti squilibri nell’accessibilità all’acqua, è rappresentato dall’applicazione di prezzi inadeguati ai servizi idrici, dai metodi e dalle pratiche mediante i quali le persone accedono all’acqua e dai relativi costi. Storicamente, il prezzo dell’acqua per i consumatori era basato sui costi di consegna. In realtà, nella maggior parte del mondo nemmeno questo costo marginale viene mai recuperato. Il principio che l’acqua sia un diritto fondamentale dell’uomo e che pertanto debba essere gratuita anima i dibattiti sulle politiche idriche in tutto il mondo, ma in special modo nei paesi a basso e medio reddito.

Solo nei paesi più ricchi l’addebito dei costi di recupero è una pratica comune e accettata. Circa due terzi dei paesi membri dell’OCSE misurano già (e addebitano) i consumi per oltre il 90 percento delle proprie abitazioni unifamiliari. Questa è lungi dall’essere la norma nell’Europa orientale, nell’Asia centrale, in America Latina o in paesi di grandi dimensioni come Cina, India e Indonesia. In tutti questi casi si tratta di regioni che presentano annosi e consistenti deficit finanziari nel settore idrico, i quali hanno condotto a un massiccio sottoinvestimento cronico, al deterioramento delle infrastrutture idriche e a un aumento dei rischi per la salute e l’ambiente. Nelle regioni più povere del mondo, circa 650 milioni di persone non hanno accesso ad acqua sicura a causa degli ostacoli di natura politica che impediscono ai governi di indurre i consumatori a pagare i costi di esercizio. In questo senso, l’acqua è politicamente esplosiva.

I tentativi di adottare tali sistemi hanno spesso innescato conflitti sociali come la cosiddetta Guerra dell’acqua di Cochabamba scoppiata in Bolivia nel 2000, una violenta protesta nata in reazione all’aumento delle tariffe idriche, applicato per finanziare una nuova diga.

In conseguenza della mancanza di sistemi di distribuzione idrica moderni, i poveri sono costretti a pagare un prezzo molto più alto per l’acqua rispetto a quanto accade nei paesi in cui tali sistemi esistono. A Nairobi i poveri dell’area urbana pagano l’acqua 10 volte di più che a New York. In Nuova Guinea l’importo da pagare per il fabbisogno idrico quotidiano può raggiungere la metà del reddito giornaliero di un lavoratore, mentre nel Regno Unito raramente il costo supera l’uno o il due percento degli introiti giornalieri.

Le nuove tecnologie sono una soluzione alla crisi, ma solo parziale

Il genere umano si trova ad affrontare gravi problemi per ciò che riguarda la disponibilità e l’utilizzo dell’acqua. Sebbene vi siano tecnologie, come ad esempio il fracking, che aggravano alcuni dei problemi idrici, tuttavia è ragionevole aspettarsi che le innovazioni tecnologiche contribuiranno a risolverne altri. Non significa peccare di eccessivo ottimismo presumere che, in un futuro non troppo lontano, nuove tecnologie abbasseranno i costi della desalinizzazione e la renderanno più ecologica e facilmente accessibile per le città e le regioni soggette a stress idrico. Potrebbe anche verificarsi l’ascesa al potere di leader politici in grado di persuadere i propri sostenitori che è nel loro stesso interesse pagare l’acqua che consumano.

Gli altri due principali fattori responsabili delle crisi idriche, vale a dire l’aumento della popolazione e il cambiamento climatico, sono più difficili da contenere e, se non saranno affrontati con decisione, minacceranno seriamente la sopravvivenza di consistenti parti della fauna e della flora nel nostro pianeta.

 

L’autore: Moises Naim

Moisés Naím è senior associate del Carnegie Endowment for International Peace, in seno al quale si occupa di ricerca economica e di politica internazionale. È autore e curatore di oltre 10 libri, tra cui ultimamente "The End of Power: From Boardrooms to Battlefields and Churches to States, why being in charge isn’t what it used to be" (Basic Books, 2013). Naím è capo editorialista internazionale di El País, e la sua rubrica settimanale viene pubblicata in tutto il mondo. Prima di iniziare la collaborazione con il Carnegie Endowment, Naím è stato capo redattore della rivista Foreign Policy per quattordici anni. Ha ricoperto vari incarichi pubblici, tra cui quello di Ministro dello Sviluppo del Venezuela (Fomento) agli inizi degli anni ‘90, direttore della Banca Centrale del Venezuela e direttore esecutivo della Banca Mondiale. Ha inoltre insegnato economia e amministrazione aziendale ed è stato direttore accademico presso l’IESA, il maggiore istituto di studi di amministrazione del Venezuela. Possiede una laurea e un dottorato (PhD) conseguiti presso il Massachusetts Institute of Technology.