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Gli errori da evitare prima della Cop 26

Dopo il fallimento della Cop 25, il prossimo appuntamento di novembre 2020 a Glasgow, se preparato solo con spirito burocratico, rischia di divenire un punto di non ritorno per le questioni climatiche, energetiche e di sviluppo delineate dal Trattato di Parigi 2015. Nei prossimi mesi serve un livello alto di politica, diplomazia ed immaginazione, per trasformare in evento la riunione di preparazione di giugno a Bonn.

di Roberto Di Giovan Paolo
09 gennaio 2020
7 min di lettura
diRoberto Di Giovan Paolo
09 gennaio 2020
7 min di lettura

Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, non è stato affatto diplomatico e ha definito la Cop 25 “uno scacco politico ed una occasione persa per i leader politici del mondo” mentre la segretaria esecutiva dell’UNFCCC (il coordinamento delle Cop per l’Onu), Patricia Espinosa, ha provato a salvare il salvabile ricordando che comunque 114 Paesi hanno promesso di presentare gli aggiornamenti delle loro azioni, dando appuntamento a Glasgow per la Cop 26, promettendo un ampio impegno multilaterale precedente al fine di scongiurare una ripetizione della Cop 25.

Eravamo purtroppo stati facili profeti  già nel commento alla Cop 24 un anno fa,  rilevando che se le immagini del presidente polacco, Andrzej Duda, che è anche ministro dell’Ambiente, che saltava baldanzosamente sul bancone dei relatori, sembrava offrire l’ idea di gettare il cuore oltre l’ ostacolo , fatto prezioso ed apprezzabile essendo il rappresentante di una delle Nazioni più legate al mercato del carbon fossile,  nascondeva il fatto che a Katowice per evitare il fallimento ufficiale , alle porte non solo per l’assenza di Trump ma anche per via delle bizze diplomatiche della Turchia, dell’Arabia Saudita e della Russia, oltre che dall’ assenza di Macron (annunciato e disdetto  vista la mala parata), tuttavia si era già ripiegati, nel documento finale, su una sorta di  sommario ragionato delle cose da fare per attuare nel concreto Parigi 2015, cosa utile certamente per fare il punto della situazione ma più adatta ad un vertice di sherpa che non ad una assise politica. Senza contare che al termine della Cop 24 Jair Bolsonaro, neo presidente del Brasile, aveva già annunciato la rinuncia del suo Paese ad organizzare – come previsto - la Cop 25; e il Cile, che si offerse allora per rimpiazzare il vicino Latinoamericano, non immaginava certo di trovarsi nel caos politico e sociale che ha portato a tenere la Cop 25 con presidenza cilena ma in terra di Spagn, a Madrid lo scorso dicembre.

La Cop 24 insomma, aveva lasciato un assemblaggio guidato delle norme emanate e firmate - e ratificate -  a Parigi nella Cop 19 (sorta di Rulebook di circa 100 pagine) e aveva ricordato le scadenze per alcune azioni che se si fossero attuate avrebbero portato ad una Cop 25 di confronto-scontro ma oggettivamente dirimente (anche perché l’ Accordo di Parigi e successive edizioni prevede possibili sanzioni economiche).  Purtroppo le previsioni della buona volontà si sono rivelate fallaci e le azioni inesistenti : il nodo citato e dettagliato utilmente a Katowice, delle promesse di riduzione delle emissioni  di CO2 -i cosiddetti INDC - non è stato affrontato; l’ambiguità delle parole ultra diplomatiche usate per accettare il rapporto IPCC 2018 hanno permesso ai Paesi climatoscettici di mantenere aperto il fronte della discussione per tutto il 2019; il rapporto tra governi in carica ed Ong e associazioni mondiali e regionali dell’ambientalismo è andato peggiorando anche perché le Ong insistono per includere nella riflessione il tema della influenza del climate change sui diritti umani, la sicurezza alimentare e l’uguaglianza di genere, coinvolgendo le politiche di un governo non solo nella sua parte ambientale o industriale; e sappiamo che non sempre Pil in ascesa o stabili coincidono con i diritti umani o civili. Più di tutto la Cop 24 aveva lasciato alle indicazioni di massima la questione del mercato internazionale delle emissioni del Co2 e l’ardua questione del Fondo di adattamento stimato in 128 milioni di dollari rimasto.

Con queste premesse la Cop 25 non poteva certo fare miracoli. E non li ha fatti.

Anche perché la situazione geopolitica internazionale si è terribilmente complicata. Un esempio ? La Turchia a Katowice aveva battagliato perché nel framework delle Nazioni Unite viene considerato un Paese Sviluppato, il che gli impedisce di accedere ai fondi che i Paesi più sviluppati e con più emissioni di Co2 dovrebbero, secondo l’ Accordo di Parigi, mettere a disposizione dei Paesi in via di sviluppo e con sfruttamento energetico o minori emissioni. Pensiamo realisticamente che questo argomento potesse essere ripreso pacificamente alla Cop 25 del dicembre 2019 con la Turchia in primo piano in Siria, Libia, Medio Oriente e con la sua situazione interna?

Oppure, per parlare di Paesi che sembrano offrire una visione interna maggiormente salda dal punto di vista democratico, prendiamo l’Australia che, devastata da qualche mese da incendi di proporzioni largamente simili a quelle viste per la Foresta Amazzonica in Brasile, sperava di ricevere una maggiore attenzione nella Cop 25.

E l’ ha ampiamente ricevuta dai media, dopo che i revisori sherpa responsabili dell’ aggiornamento dati  rispetto al trattato di Parigi hanno scoperto che il Governo australiano aveva usato il beneficio in emissioni Co2 risparmiate in un accordo precedente (quello relativo a Kyoto 1997) per aggirare l’ impegno di Parigi 2015 caricando sui conti 2018-19 quelli derivati in positivo da un Trattato, prolungato sì fino al 2020 per i suoi effetti, ma di fatto concluso e superato.  

Questioni non affrontate e rimandate; numeri  “aggiustati” nelle emissioni, polemiche sui conti da saldare. Tutte cose che la diplomazia conosce bene e che - non ci scandalizziamo -  fanno parte dell’armamentario degli organismi internazionali. Questioni ammantate di “interessi nazionali da difendere” o parte di strategie e tattiche sullo scacchiere diplomatico internazionale ma che la dicono lunga sul fatto che se le Nazioni Unite vogliono svolgere una Cop 26 all’altezza del compito disegnato a Parigi-soprattutto alla vigilia della possibile uscita USA  dall’ accordo, con un Trump vincente a novembre 2020, dovrebbero imporre un cambio di passo deciso.

Innanzitutto costruendo le condizioni perché Cop 26 a Glasgow non sia un ennesimo fallimento. Sarebbe forse stato utile rendere l’appuntamento politico e di grande visibilità mediatica, a carattere biennale, inframezzandolo magari con una conferenza mista governi, Ong, associazionismo civico, ma si può comprendere che avrebbe potuto significare anche simbolicamente un passo indietro, l’ esplicitazione di un timore a proseguire il cammino.

Quel che è certo è che se si vuole mantenere la data del novembre 2020 a Glasgow, la sessione di lavoro prevista a Bonn a Giugno, esattamente dal primo all’ 11 del mese, non potrà semplicemente essere un punto della situazione tra funzionari statali e funzionari delle Nazioni Unite. Nessuno vieta che alcuni Paesi, vedi  quelli membri dell’ Unione Europea che questa volta con il suo “Green Deal Plan” presentato dalla nuova Commissione Von Der Leyen, ha fatto una buona figura complessiva, non decidano di guidare il processo mettendo un surplus di politica e di volontà concreta in questa assise normalmente relegata al lavoro di cesello diplomatico.

Altrimenti, già allora, sapremo con sei mesi di anticipo come andrà a finire in Scozia.