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Le domande da porsi sul rischio idrico

Gli investitori devono intensificare la due diligence e l’impegno sui problemi riguardanti l’acqua, e non solo sulla sua scarsità o inquinamento.

di Edoardo Borgomeo
14 min di lettura
diEdoardo Borgomeo
14 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 46 – Water stories  

Per un gran numero di aziende e investitori, il 2020 è iniziato con un monito. Larry Fink, AD di BlackRock, la più grande società di gestione patrimoniale al mondo, ha concluso la sua lettera annuale agli amministratori delegati esortandoli ad agire sul clima. Il messaggio di Fink è chiaro: per prosperare con i cambiamenti climatici in atto, le aziende devono porre le problematiche ambientali e sociali sullo stesso piano della ricerca di profitti finanziari. E Fink non è l’unico a pensarla in questo modo. Nel Global Risks Report del 2020 del World Economic Forum, i primi cinque rischi globali in termini di probabilità sono tutti ambientali. Nella lista ritroviamo eventi meteorologici estremi, fallimento della mitigazione dei cambiamenti climatici e grave perdita di biodiversità.

Tra i principali rischi globali, ce n’è uno che detiene lo sgradito primato di essere comparso nella lista del World Economic Forum per dieci anni consecutivi: l’acqua. Dal 2011, la crisi di acqua dolce è rimasta tra le prime cinque questioni più urgenti del nostro tempo in termini di impatto. Questo dato è preoccupante, perché significa che negli ultimi dieci anni i governi, ma anche gli investitori e le aziende, hanno fatto ben poco per mitigare il rischio idrico. Significa che non viene adottata nessuna misura per affrontare un rischio di cui siamo tutti consapevoli. Perché?

Forse il motivo è che l’acqua è sempre stata una fonte di rischio per la società e quindi abbiamo l’impressione di non poter fare molto al riguardo. Dal libro della Genesi allo Satapatha Brahmana, le religioni del mondo sono piene di miti del grande diluvio che sommerge tutto. Anche nel linguaggio, l’acqua assume spesso il significato di rischio. La parola “rivale” deriva dal latino rivalis, che originariamente indicava “colui che utilizza lo stesso ruscello di qualcun altro”. Quella persona diventava facilmente un nemico, un concorrente, una minaccia. E l’acqua sembra essere un rischio ancora più grande nell’era del cambiamento climatico. Quello dell’acqua sarà il problema più spinoso e drammatico, ora e in futuro. I rischi idrici che affrontiamo sono numerosi: inondazioni, siccità, inquinamento fluviale, prosciugamento delle zone umide, perdita di biodiversità di acqua dolce. 

È indubbio che la società odierna si trovi a fronteggiare numerosi rischi idrici. Tuttavia, non è questo il motivo per cui non stiamo facendo abbastanza al riguardo. Forse, il motivo per cui milioni di persone continuano a morire per la mancanza di accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici e si perdono miliardi di dollari a causa dei rischi idrici risiede nel fatto di non porsi le domande giuste. Cerchiamo di prevedere quando avverrà la prossima crisi idrica, senza esaminare in primo luogo le condizioni che provocano questa crisi. Non ci rendiamo conto che la storia dell’acqua è più incoraggiante. L’acqua non è il nuovo petrolio e, nella storia moderna, gli stati non hanno combattuto per le risorse idriche. L’acqua non è solo inondazioni e siccità, è anche sicurezza alimentare e produzione di energia. La gestione efficiente dell’acqua è alla base di alcune delle più grandi conquiste della civiltà, dalla sanità pubblica ai prodigi dei polder olandesi.

Per fare in modo che l’acqua non costituisca più un rischio globale elevato, dobbiamo cambiare il nostro modo di concepire i rischi idrici. Approfondendo la nostra conoscenza dei rischi idrici, possiamo sfruttare l’acqua per creare valore, mitigare il cambiamento climatico e adattarci ad alcune delle sue inevitabili conseguenze. Ciò è particolarmente importante per le aziende e gli investitori, in quanto la mancata comprensione e mitigazione dei rischi idrici può comportare conseguenze costose che si estendono a tutte le filiere. Nel 2011, in Thailandia, le gravi inondazioni e la loro gestione inadeguata hanno provocato 884 morti nonché danni a 1,5 milioni di case e 7.500 impianti industriali. Il danno indiretto all’economia globale è stato enorme: i prezzi dei computer sono aumentati notevolmente per la carenza di hard disk e la produzione di veicoli a motore ha subito un impatto simile (basti pensare a Toyota, che ha perso 2,3 miliardi di dollari per l’interruzione della produzione negli stabilimenti thailandesi).

Il modus operandi delle aziende

Finora, la maggior parte delle aziende si è concentrata sulla segnalazione dei rischi idrici cui sono esposte fisicamente e sul potenziamento delle misure adottate per mitigarli. Il rapporto più recente del CDP, il sistema di divulgazione a livello globale per la gestione degli impatti ambientali del settore privato, ha esaminato 296 grandi aziende e il loro rischio idrico relativo. Il 75 percento di queste aziende ha segnalato solo due rischi idrici: quantità e qualità dell’acqua, ovvero carenza o inquinamento dell’acqua stessa. Per farvi fronte, le aziende potenziano l’utilizzo efficiente delle risorse idriche, aumentano la capacità di trattamento delle acque e diversificano le forniture idriche.

Alcune aziende, tuttavia, non si preoccupano minimamente dei rischi idrici. Nel 2018, gli investitori istituzionali hanno invitato circa 1.536 delle maggiori società quotate in borsa a livello mondiale a divulgare i loro dati relativi all’acqua attraverso il Climate Disclosure Project. Come indica il recente rapporto Treading Water, solo circa metà delle aziende ha risposto e un numero ancora minore ha dimostrato progressi nel controllo e nella riduzione del consumo di acqua. La maggior parte delle aziende ha addirittura rivelato che il proprio consumo idrico era in aumento. Il numero delle aziende che dichiarano prelievi idrici maggiori è aumentato di quasi il 50 percento, e di queste fanno parte aziende del settore energetico che già rappresentano oltre il 15 percento dei prelievi di acqua dolce in tutto il mondo.

Questo quadro dimostra che la comprensione dei rischi idrici da parte delle aziende è incompleta. Nonostante gli impegni a comunicare i dati e definire gli obiettivi, aziende e investitori continuano a sottovalutare e tenere in scarsa considerazione i rischi idrici. L’attenzione alla segnalazione dei rischi e alla divulgazione dei dati costituisce forse una distrazione dalla necessità di analizzare con uno sguardo più ampio l’acqua e il ruolo delle aziende nel valorizzarla. Migliorare non è semplice, ma è possibile. Le domande che le aziende e gli investitori dovrebbero porsi sul rischio idrico sono quattro.

Quattro domande da porsi sul rischio idrico

Mitigare i rischi idrici non significa solo preoccuparsi della quantità fisica e della qualità dell’acqua. I rischi idrici sorgono quando l’accesso degli individui all’acqua è compromesso o quando il fabbisogno idrico degli ecosistemi non è garantito. Pertanto, la prima domanda che le aziende devono porsi è: con chi condividiamo l’acqua? L’acqua è una risorsa condivisa, quindi le aziende devono fare attenzione al contesto idrico in cui operano, quello che gli scienziati chiamano bacino idrografico. Ciò implica fondamentalmente la consapevolezza, da parte delle aziende, non solo dei rischi idrici che le riguardano, ma anche dei rischi affrontati da altri soggetti in un dato bacino idrografico e della loro capacità di mitigarli. Gli alberi, per esempio, possono contribuire a mitigare i rischi idrici. Nello stato di New York, vengono protette ampie foreste per fornire acqua pulita alla Grande Mela. In questo modo è stata eliminata la necessità di un impianto di depurazione dell’acqua del costo di 10 miliardi di dollari, il cui utilizzo avrebbe comportato una spesa di 100 milioni di dollari l’anno. Di conseguenza, non sarà più sufficiente adottare misure di efficienza idrica e attività di riduzione dell’inquinamento. Le aziende dovranno allineare i propri obiettivi alle politiche pubbliche e dimostrare agli investitori come le rispettive attività contribuiscono alla sicurezza idrica di altri utenti in un dato bacino idrografico.

Sviluppare una solida comprensione dei rischi idrici non è semplice e richiederà anche l’uso di nuovi strumenti, parametri e processi analitici. I cambiamenti climatici aggiungono incertezza alle decisioni aziendali e di investimento, rendendo inadeguati i tradizionali metodi di valutazione dei rischi. Pertanto, sia gli investitori che le aziende devono chiedersi: qual è il metodo migliore per quantificare i rischi idrici e in che modo i nuovi dati e modelli possono essere d’aiuto? Normalmente, le valutazioni dei rischi idrici si basano su stime di disponibilità ed esigenze idriche future. Queste stime si basano su osservazioni passate, il che significa che prendiamo in considerazione quanta pioggia o acqua di pozzo era disponibile in passato e diamo per scontato che ve ne sarà altrettanta in futuro. In genere, ciò conduce a stime di rischio in condizioni “normali”. Tuttavia, alla luce dei cambiamenti climatici in atto, il futuro sarà profondamente diverso da qualunque scenario immaginato. Dovremo lasciare più acqua nei fiumi per far prosperare gli ecosistemi acquatici. Dovremo adattarci a piogge più irregolari. Pertanto, le aziende devono ampliare le proprie procedure di stima del rischio per tener conto di questi cambiamenti nei dati e utilizzare tutte le informazioni disponibili anziché soltanto le rilevazioni passate. 

Metodi e tecniche di visualizzazione computazionali avanzati possono aiutare a tal fine. È possibile utilizzare tali strumenti unitamente agli esercizi di analisi degli scenari esistenti condotti dalle aziende per comprendere da un punto di vista quantitativo gli impatti potenziali e le risposte adeguate. Le società di servizio pubblico dell’acqua utilizzano già questi strumenti per valutare i rischi idrici per le proprie attività e pianificare i relativi investimenti. A Londra, per esempio, sono stati utilizzati milioni di scenari diversi sulla quantità e sulla qualità dell’acqua per dare forma ai piani di investimento infrastrutturale del servizio idrico cittadino. Questi strumenti basati sulla simulazione al computer aiutano le aziende di servizio pubblico a identificare i rischi idrici e le opzioni più efficaci per mitigarli. Nell’ambito della valutazione del rischio, le conoscenze e l’esperienza accumulate nel settore idrico possono risultare utili in altri settori, in particolare energetico e alimentare. Man mano che acquisiscono consapevolezza dei rispettivi rischi idrici, questi settori devono attingere a queste tecniche avanzate di simulazione computerizzata per migliorare le proprie modalità di quantificazione dei rischi.

Non solo numeri, i molteplici valori dell’acqua

Non tutte le informazioni utili a comprendere il rischio idrico possono essere ridotte a cifre. L’acqua è parte essenziale delle relazioni sociali e culturali, l’acqua è sacra. Nel 2019, oltre 100 milioni di persone si sono radunate per il Kumbh Mela per immergersi nelle acque sacre alla confluenza tra i fiumi Gange, Yamuna e il Sarasvati. Pertanto, la terza domanda riguarda l’importanza di definire i molteplici valori associati all’acqua e dimostrare come le attività commerciali possono proteggere, e in alcuni casi accrescere, questi valori. Assistiamo in tutto il mondo a un’estrazione di acqua insostenibile. Il prosciugamento del Lago d’Aral ne è l’esempio più noto, ma oltre il 35 percento dei laghi e paludi di tutto il mondo è stato perso a causa di un’estrazione eccessiva. Queste tendenze dimostrano che i servizi ambientali dell’acqua sono sottovalutati rispetto ad altri valori economici. Tuttavia, l’incapacità di riconoscere i servizi ambientali legati all’acqua genera rischi idrici ancora più seri. Di conseguenza, l’irrilevanza dell’acqua deve diventare rilevante per gli sforzi di segnalazione e divulgazione delle aziende, che devono chiarire come le loro attività incidono sui molteplici valori dell’acqua e non solo sulla sua capacità di generare rendimenti economici in quanto fattore di produzione.

Infine, senza controlli interni, audit e comitati di vigilanza, le valutazioni e la divulgazione del rischio idrico aziendale, indipendentemente dal parametro o dal quadro di riferimento utilizzato, non valgono granché. Pertanto, per comprendere i rischi idrici le aziende devono esaminare i loro processi interni, inserire i problemi idrici all’ordine del giorno e richiedere una supervisione solida al riguardo.

Le misure attualmente adottate dalle aziende per affrontare i rischi idrici, dunque, non sono sufficienti. Esse tradiscono le aspettative degli investitori, in quanto non valutano adeguatamente i rischi per le attività e i rendimenti aziendali. E vengono meno anche alle esigenze della società. Per raggiungere l’obiettivo di sviluppo sostenibile di acqua pulita e servizi igienico-sanitari per tutti, non basta limitarsi a comunicare i rischi relativi alla quantità e alla qualità dell’acqua e ottimizzare l’utilizzo delle risorse idriche nelle operazioni aziendali. Il mondo è ancora molto lontano dal raggiungere questo obiettivo e le aziende devono intensificare gli sforzi se intendono impegnarsi seriamente. Per troppo tempo se la sono cavata comunicando informazioni incomplete e disoneste su questioni di sostenibilità, compreso il rischio idrico, che nelle relazioni finanziarie non sarebbero tollerate. Gli investitori devono intensificare la loro due diligence e il loro impegno su tutta una serie di problemi idrici, e non solo sulla scarsità e sull’inquinamento dell’acqua. Ciò richiederà di destinare maggiori risorse per comprendere i rischi idrici e agire di conseguenza.

 

L’autore: Edoardo Borgomeo

È ricercatore presso l’Environmental Change Institute dell’Università di Oxford. Collabora con agenzie ONU e banche di sviluppo su strategie e progetti per migliorare la gestione delle risorse idriche e l’adattamento climatico nei paesi a basso reddito. Il suo libro: “Oro Blu. Storie di acqua e cambiamento climatico” è stato pubblicato a febbraio da Laterza.