117150129

In debito con il pianeta

Le regole del dare e dell’avere applicate alle risorse della Terra per salvaguardarne la sopravvivenza.

di Media Duemila
21 ottobre 2020
5 min di lettura
di Media Duemila
21 ottobre 2020
5 min di lettura

Il Coronavirus fa guadagnare un mese al pianeta... è il risultato di una ricerca sulla disponibilità di risorse della Terra. A pubblicare lo studio è il Global Footprint Network, un centro di ricerca internazionale fondato dall’ambientalista svizzero Mathis Wackernagel, che dal 2003 si occupa di stilare un bilancio annuale delle risorse da noi consumate durante l’anno solare, rispetto alla disponibilità del pianeta. Lo studio tiene conto di diversi fattori e include sia lo sfruttamento da parte dell’uomo, sia la capacità della Terra di riassorbire e processare gli scarti generati dalle nostre azioni sugli ecosistemi. In questo rapporto, viene stabilito un limite che sancisce una sorta di equilibrio tra le due parti. Il superamento di tale limite prende il nome di Earth Overshoot Day, indicato anche come giornata del sovrasfruttamento e quest’anno, secondo i calcoli dei ricercatori del GFN, è stata il 22 agosto.

In passato veniva chiamato Ecological Debt Day, giornata del debito ecologico, considerato un vero e proprio spartiacque tra le risorse naturali della terra da un lato e quelle consumate dal genere umano dall’altro. Da quel punto in poi, il pianeta non supporta più le richieste che chiediamo per vivere, mangiare, produrre energia, assorbire i gas inquinanti che noi stessi produciamo e inizia così a fornirci risorse a debito, sottraendole al futuro. In altri termini, ciò che gli ecosistemi terrestri riescono a produrre, assorbire e rigenerare durante un anno ma insufficienti a soddisfare le nostre esigenze. Il Global Footprint Network determina il pareggio tra consumi e disponibilità: oltre questo, si vanno a intaccare le disponibilità stabili del pianeta. È quasi come se ogni anno, dopo un certo periodo, continuassimo ad attingere da un conto corrente immaginario senza versare più nulla.

La terra guadagna un mese

Erano quindici anni che l’Earth Overshoot Day non cadeva così tardi, da quando nel 2005 era stata registrata come data il 25 agosto. Nel 2019 per esempio, è stato il 19 luglio, più di un mese prima rispetto al 2020. Gli studi portati avanti dal GFN, hanno dimostrato come i lockdown imposti nei vari Paesi dalla pandemia, abbiano fortemente inciso sul calo della domanda e del consumo energetico e, soprattutto, sulle emissioni di CO2, allungando così la vita del nostro pianeta di circa un mese. Ovviamente, questo dato, sebbene positivo, non determina un cambiamento radicale nello stile di vita, né un miglioramento nella gestione delle risorse o nell’approvvigionamento energetico. È semplicemente l’immediato effetto del periodo di pandemia che ha ridotto del 9,3% l’impronta ecologica dell’impatto umano sul clima, abbassando le emissioni di carbonio del 14,5% rispetto all’anno precedente. Stando alle dichiarazioni dell’équipe di ricercatori guidata da Wackernagel è il dato più significativo dagli anni ’70.

Allo stato attuale, la Terra impiega un anno e otto mesi per rigenerare le risorse che consumiamo nell’arco di 365 giorni, ovvero il 60% in più di quanto si possa rinnovare all’interno dello stesso anno. In pratica, è come se ogni anno si consumassero le risorse di 1,6 pianeti Terra. Il ritardo del giorno del sovrasfruttamento quest’anno potrebbe essere solo una parentesi, dato che molti studi già prevedono un’impennata dei consumi e delle emissioni per l’anno prossimo. Fra questi quello di Italy for Climate (I4C) riportato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Secondo questa ricerca, l’analisi degli effetti delle crisi economiche dei decenni precedenti mostra come, a seguito di una crisi economica, la successiva fase di ripresa sia sempre caratterizzata da una nuova crescita delle emissioni, spesso maggiore di quella precrisi.

“Se non verranno messe in campo politiche fortemente orientate a criteri green e low carbon, il 2021 sarà caratterizzato da una crescita delle emissioni di gas serra mai visto dal dopoguerra a oggi” si legge nella stessa. “Nei mesi di marzo e aprile 2020 abbiamo prodotto oltre 20 milioni di tonnellate di CO2 in meno rispetto all’anno precedente. Eppure gli effetti di questa crisi potrebbero in realtà allontanarci agli obiettivi di Parigi di stabilizzazione del clima –sottolinea lo studio di I4C– per almeno due ordini di ragioni: non si tratta di riduzioni dovute a interventi strutturali favorevoli nei processi di produzione e consumo”.

Un irreversibile cambio di rotta

Queste le ragioni per cui il periodo post pandemia potrebbe cedere alla tentazione di puntare su misure in favore di attività e processi ambientali inefficienti e ad alta intensità carbonica. È necessario effettuare un cambio di paradigma serio e strutturale, uno sforzo collettivo volto ad abbattere, in primo luogo, la cosiddetta impronta di carbonio, vale a dire, somma delle emissioni di gas serra causate dai prodotti, dai servizi, dagli individui e, in ultima analisi, da tutti noi. La risposta univoca risiede nel processo di decarbonizzazione e nella transizione alle fonti di energia rinnovabili, oltre all’adozione di pratiche di riciclo e riuso, che si traducono in sintesi nell’applicazione di un’economia circolare su vasta scala. I ricercatori del Global Footprint Network hanno previsto che dimezzando l'impronta di carbonio, potremmo arrivare a consumare le risorse di appena 1,1 Terre, ritardando l'Overshoot Day di ben 93 giorni.