acqua pianeta crisi idrica

Affrontare la crisi idrica del mondo

La gestione sostenibile dell’acqua è un tema di portata globale, reso ancora più critico dal cambiamento climatico che investe l’intero pianeta.

di Sabato Angieri
26 maggio 2021
7 min di lettura
di Sabato Angieri
26 maggio 2021
7 min di lettura

Cambiamenti climatici e rapida crescita della popolazione urbana stanno determinando negli ultimi anni l’aumento delle crisi idriche. Contrariamente a ciò che si crede, la scarsità d’acqua potabile non riguarda solo le città dei Paesi del Terzo Mondo o delle aree desertiche. La città di San Paolo in Brasile, nel 2015 è stata costretta a interrompere la fornitura d'acqua per dodici ore al giorno costringendo i suoi venti milioni di abitanti a dei mesi di duro razionamento. Una siccità di portata storica che è durata per oltre un anno e ha avuto molti contraccolpi economici, oltre che sociali, determinando la chiusura di imprese e industrie.

L’acqua, un bene prezioso

Nel 2008, Barcellona aveva dovuto importare container di acqua da altre regioni spagnole e dalla Francia per far fronte a una siccità che aveva ridotto le sue riserve idriche a un quarto della capacità normale. Ovviamente, come per tutti i tipi di crisi, quando il problema si presenta in aree già segnate da altri tipi di difficoltà, le conseguenze sono molto accentuate. Per questo, in contesti come quello africano la scarsità d’acqua sta diventando un problema endemico non solo nelle aree situate nei pressi del Sahara. A Città del Capo, per esempio, con una presenza di quasi quattro milioni di abitanti ed un’economia in crescita, il 2018 è stato l’annus horribilis per quanto riguarda l’approvvigionamento idrico.

Con un clima secco, nonostante la presenza dell’oceano, una siccità durata tre anni ha determinato una crisi idrica senza precedenti e la necessità di ripensare l’intero sistema delle acque. In primis si è deciso di razionare a 50 litri per persona al giorno l’erogazione (si consideri che un cittadino inglese utilizza in media 150 litri d’acqua al giorno e uno americano 375) per poi dimezzarla ulteriormente. Per mesi gli abitanti della capitale del Sudafrica hanno dovuto far fronte a un’emergenza che sembrava senza fine e che ha messo a dura prova l’intera regione occidentale della repubblica. Nello stesso tempo i politici locali e gli esperti globali si sono interrogati su quali siano le cause e le possibili soluzioni di questo problema così urgente e destinato ad aggravarsi. Innanzitutto, bisogna sfatare un mito: l’uso domestico non è tra i principali responsabili dello spreco d’acqua.

Secondo il Water Footprint Network, un’organizzazione che si occupa di monitorare l’uso dell’acqua per le principali attività individuali, l’uso domestico intacca le risorse idriche per una percentuale che si aggira solo intorno al 3%. Ciò non vuol dire che gli sprechi domestici non siano influenti e che le vecchie reti di trasporto non influiscano sulla dispersione dell’acqua. Ma il punto è che le attività produttive, nell’ordine agricoltura, produzione di energia e industria, impiegano oltre il 90% del totale dell’acqua a nostra disposizione. La scarsa attenzione al tipo di prodotti che si coltivano determina sprechi ingenti di acqua laddove, invece, si dovrebbe optare per coltivazioni meno assetate.

Gestione sostenibile

Del resto, garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie è il sesto dei diciassette obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDGs) del pianeta stabiliti dall’ONU e sanciti dalla Cop21 di Parigi nel 2015. In altri termini, il problema è già noto ma in molti casi, si stenta ancora a riconoscerlo. Anche perché non esiste solo la scarsità d’acqua, c’è anche il suo opposto, ovvero l’eccesso, che crea altrettanti danni seppure in maniera diversa.

Negli ultimi vent’anni, infatti, l’imprevedibilità degli eventi atmosferici estremi legati all’acqua quali inondazioni, piene e tempeste, è aumentata decisamente. Tutti ricorderanno le immagini degli stati americani della Louisiana o del Texas colpiti dall’uragano Harvey che nel 2017 distrusse intere cittadine con piogge torrenziali (in alcuni casi facendo cadere anche 40 cm d’acqua al giorno) ed esondazioni dei corsi d’acqua, provocando migliaia di sfollati e miliardi di danni.

O anche le alluvioni del 2002 in Nepal che uccisero quasi 500 persone, lasciandone 250 mila senza casa. Crescita indiscriminata della popolazione, costruzione su pianure alluvionali o regioni costiere depresse e cambiamenti climatici sono tra le principali cause di questi fenomeni catastrofici. Lo scioglimento dei ghiacciai sta mettendo in serio pericolo molte città costiere del mondo e nei prossimi decenni si prevedono significative migrazioni verso le regioni interne degli stati più esposti a tali fenomeni. 

Dispute sull'acqua

Inoltre, da più parti si paventa il rischio che in futuro si assisterà a guerre scatenate dalla volontà di appropriarsi dei bacini d’acqua. Il continente africano è di certo il territorio più afflitto da questo problema e la desertificazione di intere nuove regioni subsahariane non fa che accentuare la crisi. Ma i disastrosi incendi che hanno colpito l’Amazzonia, la California e l’Australia negli ultimi anni ci hanno consegnato un quadro diverso, che estende i rischi anche oltre le zone più povere della Terra. L’ultima stima delle Nazioni Uniti segnala che, entro il 2050, ben cinque miliardi di persone potrebbero sperimentare carenze idriche. Per questo, sei istituti di ricerca hanno ideato e sviluppato un nuovo sistema di allerta creato per predire potenziali conflitti idrici. Si tratta del Water, Peace and Security (WPS) Global Early Warning Tool, finanziato dal governo olandese e presentato durante il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del gennaio 2020.

Come spiega il quotidiano britannico The Guardian: “il dispositivo combina variabili ambientali, come le piogge e i fallimenti delle colture, con fattori politici, economici e sociali, allo scopo di prevedere il rischio di violenti conflitti relativi all'acqua con un anno di anticipo”. Si tratta, quindi, del primo strumento che combina dati ambientali con variabili socioeconomiche al fine di costruire schemi predittivi plausibili, oltre a fornire probabilità e statistiche. Allo stato attuale, le analisi del WPS si concentreranno su delle aree in Africa, Medio Oriente e Sud-est asiatico. Si valuta che il sistema avrà un tasso di successo dell’86% nell’identificazione delle zone di conflitto in cui potrebbero verificarsi almeno 10 vittime e le prime previsioni preoccupanti riguardano Iraq, Iran, Mali, Nigeria, India e Pakistan.

L’autore: Sabato Angieri

Laureato in Letteratura Europea presso l’università La Sapienza di Roma è giornalista freelance e traduttore editoriale, ha collaborato a diversi progetti culturali e artistici come autore e scrittore. Attualmente collabora con Media Duemila, Lonely Planet come autore e con Elliot edizioni.