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Come affrontare una piccola era glaciale

La storia del pianeta è disseminata di brevi periodi di cambiamento climatico e il più recente ha influenzato profondamente il destino di molte popolazioni.

di Daniele Signorelli
02 luglio 2020
8 min di lettura
diDaniele Signorelli
02 luglio 2020
8 min di lettura

Nelle scienze climatiche, uno dei concetti più importanti è quello di variabilità climatica naturale. Sintetizzando al massimo, si tratta dei complessi processi naturali (interni o esterni al pianeta) che nel corso del tempo, possono anche in maniera drastica, modificare il clima. È ciò che per moltissimo tempo ha messo in difficoltà gli scienziati, che hanno impiegato decenni per dimostrare come i cambiamenti attualmente in atto, fossero causati dall’attività dell’uomo e non invece dalle bizze della natura.

È quindi a causa della variabilità interna se il clima è in costante mutamento, su intervalli di tempo più o meno lunghi. Alcuni intervalli durano anche centinaia di milioni di anni e all’interno di questi, possono verificarsi fasi climatiche differenti.

L’ultima fase che ha contraddistinto la storia climatica della Terra è nota come Piccola Era Glaciale, un’era di raffreddamento dalla durata molto più breve delle normali, che si è verificata dalla metà del 14° secolo fino alla metà del 19°, all’alba della seconda rivoluzione industriale. Dal punto di vista climatologico, si è trattato di una fase all’interno del periodo interglaciale in cui siamo tuttora immersi. 

Sbalzi atavici di temperatura

Ma il raffreddamento che ha colpito la Terra nel corso di quei cinque secoli, non è trascurabile. Al contrario, anche a fine primavera e addirittura a metà estate, il raffreddamento è stato talmente intenso da impedire al ghiaccio marino che ricopre il Mar Glaciale Artico, di sciogliersi in quelle zone, dove i balenieri olandesi erano da decenni soliti cacciare. “Le anomalie nella temperatura di questa fase sono probabilmente state più ampie e durature di quanto non lo siano state per millenni, soprattutto nell’emisfero nord”, ha spiegato il docente di Storia Ambientale, Dagomar Degroot.

A partire da circa la metà del 13° secolo, alcune zone dell’emisfero nord iniziarono a raffreddarsi a causa di una combinazione di complessi fattori, tra cui un cambiamento nell’orientamento degli assi terrestri, fluttuazioni nelle correnti atmosferiche e oceaniche e di una serie di eruzioni vulcaniche, che ricoprirono il cielo di anidride solforosa, riflettendo i raggi del Sole e impedendo loro di raggiungere la superficie. È tuttavia intorno al 15° e 17° secolo, che si sono verificati i raffreddamenti più ampi. Ma solo verso la metà del 1800, le temperature iniziano a salire, per poi impennarsi sempre più rapidamente fino all’avvio del riscaldamento globale e alla crisi climatica (questa volta causata dall’uomo) che stiamo attualmente vivendo.

Per lungo tempo, si è pensato che questi scossoni del clima avessero generato devastazioni in numerosissime società, provocandone la fine e, dimostrando come gli esseri umani siano indifesi di fronte alle forze del clima e all’incapacità di adattarsi socialmente ed economicamente alle variazioni dell’ambiente che li circonda.


Il 6 febbraio 2020, le stazioni meteorologiche hanno registrato la temperatura più calda mai registrata in Antartide, causando un diffuso scioglimento dei ghiacciai

Questione di adattamento

Gli esempi si sprecano: i Vichinghi che si erano stabiliti in Groenlandia, furono costretti ad abbandonarla attorno al 15° secolo. A seguito infatti del raffreddamento, le loro pratiche agricole non furono più in grado di sostentarli. Le gelate fuori stagione che colpirono il Centro America, devastarono le raccolte dell’impero azteco, provocando carestie e indebolendone la popolazione appena prima dell’arrivo dei soldati europei. Lo stesso avvenne anche all’impero Khmer del sudest asiatico, che fiorì tra l’800 e il 1400, ma venne distrutto anche a causa della siccità intervallata da violentissime piogge monsoniche e dalle tremende conseguenze economiche di questi fenomeni. Dall’America all’Europa, fino in Asia. La sola Piccola Era Glaciale fu in grado di scatenare migrazioni, guerre civili, carestie, mettendo in crisi anche le civiltà più avanzate.

Ma è davvero andata così? In verità, molte civiltà hanno mostrato di essere ben più abili nel contrastare le enormi difficoltà presentate dalle variazioni climatiche, di quanto generalmente non si ritenga, apportando cambiamenti sociali ed economici che hanno consentito loro di riprendersi rapidamente e anzi di sfruttare le nuove opportunità presentatesi per prosperare.

Torniamo al caso dei vichinghi in Groenlandia. Grazie a studi più recenti, oggi sappiamo che i cinquemila abitanti dell’isola artica di origine scandinava non si limitarono alla sola adozione delle stesse pratiche agricole. Al contrario, i cacciatori impararono a viaggiare anche per centinaia di chilometri per catturare i trichechi e utilizzare il loro avorio e la loro pelle, commerciandoli poi in Europa principalmente in cambio di ferro, molto più complesso da ottenere nell’Artico.

Allo stesso tempo, svilupparono innovativi sistemi d’irrigazione e ridussero la dipendenza dall’agricoltura affidandosi maggiormente alla caccia di foche e renne. In poche parole, i vichinghi si adattarono rapidamente e con successo al raffreddamento del clima, modificando la loro economia di sussistenza e i loro commerci, per fare fronte alle nuove esigenze. Furono fattori molto differenti a causare la scomparsa degli insediamenti vichinghi in Groenlandia. Per esempio, la migrazione dei Thule –antenati degli odierni Inuit– provocò scontri per il controllo dei più importanti terreni di caccia. Contemporaneamente, un cambiamento nei gusti europei fece crollare la domanda di avorio, privandoli del loro bene d’esportazione principale.

Altrove nel mondo, alcuni popoli furono invece in grado di sfruttare al meglio nuove condizioni climatiche. In America del Nord, la popolazione nativa degli Irochesi si adattò ai cambiamenti in corso durante il 16° e il 17° secolo dando la priorità alla caccia rispetto all’agricoltura, creando insediamenti più piccoli e dando vita a dei network decentralizzati di villaggi che permettevano loro di condividere –a seconda delle esigenze– delle risorse che si stavano ovviamente facendo più scarse. Al contrario, gli Algonchini abbandonarono il loro precedente modello sociale egualitario adottandone invece uno più verticistico, al fine di proteggere con maggiore efficacia, i campi di grano dalle comunità rivali.

L’esempio dell’Olanda

Tornando in Europa, il successo della Repubblica Olandese del 17° secolo (la nazione all’epoca con il più elevato PIL pro capite al mondo) è almeno in parte una diretta conseguenza della capacità di questo popolo di adattarsi al progressivo cambiamento climatico. Nelle città costiere, la dieta diversificata seguita da questa popolazione, permise loro di affrontare senza particolari problemi la carenza di alcuni alimenti che altrove causò invece pesanti carestie. Il cambiamento nella circolazione dei venti dell’epoca accorciò invece alcuni dei tragitti commerciali intrapresi dagli olandesi, contribuendo all’espansione economica della Repubblica Olandese del tempo e contribuendo alla nascita di nuove iniziative. Per esempio, gli incendi provocati dalle frequenti tempeste che si abbattevano sulle case costruite in legno, portò all’avvio di nuove tecniche per combattere gli incendi, tra cui le pompe ideate da Jan Van der Heyden, mentre i commercianti svilupparono nuove forme assicurative per proteggersi dai rischi crescenti.

In poche parole, l’uomo non è stato soltanto una vittima indifesa di questa particolare fase storica, dalle difficoltà climatiche, dove opportuno, ha saputo trarne alcuni benefici.

Perché è importante sottolineare questo concetto? Non certo per sottovalutare il problema. Tutt’altro: come ha sottolineato lo storico Jon Gertner, è proprio considerare l’umanità già condannata la visione più pericolosa, quella che può scoraggiarci dall’intraprendere le azioni necessarie per ridurre il più possibile l’impatto del cambiamento climatico.

Come abbiamo visto, la Piccola Era Glaciale, i cui cambiamenti erano tuttavia ancora nella fase iniziale, ha avuto un impatto profondissimo sulla vita dei nostri antenati, provocando migrazioni, guerre, incendi, carestie e altro ancora. Come sarà il futuro, dipenderà da ciò che l’uomo sarà in grado di fare.