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Un cielo azzurro per il dragone rosso

Le nubi di aria inquinata che ricoprono le città industriali cinese stanno uccidendo milioni di persone.

da Robin Wylie
06 febbraio 2020
7 min di lettura
daRobin Wylie
06 febbraio 2020
7 min di lettura

Un’accelerazione importante

Il problema dello smog in Cina ha raggiunto proporzioni epidemiche. Il cuore industriale del paese nel nord e nel nord-est presenta i più elevati livelli di inquinamento dell’aria al mondo; alcune città fanno segnare livelli di PM 2,5, un inquinante atmosferico, quasi 50 volte superiori al limite raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La stessa OMS stima che in tutta la Cina 1,1 milioni di persone muoia prematuramente ogni anno a causa dell’inquinamento atmosferico. Fino al 2010, l’unica energia rinnovabile in Cina era l’energia idroelettrica, con una capacità installata di circa 200 GW (pari a circa il 22% della capacità di allora). La Cina ha ottenuto questo risultato attraverso imponenti progetti idroelettrici in tutto il Paese, tra cui la monumentale Diga delle Tre Gole, la più grande centrale idroelettrica del mondo. Si registrava poi una modesta capacità installata di 30 GW di energia eolica, e praticamente nessun’altra rinnovabile. Dal 2010, tuttavia, a seguito di investimenti pubblici a livello globale nell’energia pulita, il settore delle energie rinnovabili in Cina è fiorito. La produzione idroelettrica è cresciuta in misura modesta, ma il cambiamento più significativo è stato quello dell’energia eolica e solare. La capacità eolica installata in Cina è ora di circa 169 GW, più che quintuplicata rispetto a otto anni fa, mentre il fotovoltaico è passato da un livello praticamente nullo nel 2010 ai circa 130 GW di oggi. La Cina vanta ora la più alta capacità installata di energia eolica, solare e idroelettrica di qualsiasi altro Paese e rappresenta oltre il 40% della crescita della capacità globale di energia rinnovabile.

È tempo di agire

È stata la colossale crisi sanitaria pubblica che ha obbligato il governo cinese ad agire, e il gas naturale rappresenta una chiave di volta della soluzione adottata.
Nel 2017, per combattere la crisi dello smog nella Cina settentrionale, il Primo Ministro Xi Jinping — che si è impegnato ad usare il “pugno di ferro” contro l’inquinamento dell’aria — ha implementato una ambiziosa riforma energetica che obbliga gli impianti industriali e oltre 4 milioni di abitazioni a passare da sistemi di riscaldamento alimentati a carbone a sistemi che utilizzano gas naturale (che bruciando non produce praticamente nessuna delle particelle inquinanti presenti nel fumo di carbone) o energie rinnovabili.
Il piano è dedicato a 28 fra le maggiori città cinesi nelle provincie di Hebei, Shandong, Henan e Shanxi, comprese le megalopoli di Beijing e Tianjin, e mira a sostituire oltre 150 milioni di tonnellate di carbone entro il 2021, in gran parte con gas naturale.

Il programma di gassificazione

La Cina si sta impegnando per conseguire questo sostanziale cambiamento energetico. Fra il 2016 e il 2017 il paese ha incrementato la produzione nazionale di gas del 15,4 percento, arrivando a circa 12,4 miliardi di metri cubi. Inoltre nei primi 10 mesi del 2017 le importazioni cinesi di gas naturale liquefatto (LNG) sono schizzate del 48,9 percento raggiungendo 29,1 milioni di tonnellate, facendo del paese il secondo importatore al mondo di LNG dopo il Giappone (in precedenza la Cina era il terzo importatore al mondo).

La concentrazione di PM 2,5 diminuita di un terzo

Armate con queste nuove riserve, le autorità locali hanno avviato una vigorosa implementazione del programma di gassificazione ordinato dallo stato cinese. E stanno già vedendo i risultati. Secondo Greenpeace, nel quarto trimestre 2017 la concentrazione di PM 2,5 (una delle componenti dello smog) è diminuita in media del 33,1 percento nelle 28 città settentrionali interessate dalla riforma energetica incentrata sul gas naturale, con un calo del 54 percento nella stessa Pechino, che l’organizzazione attribuisce in gran parte alle riforme.

Anche se lo sforzo compiuto dalla Cina per passare al gas naturale sta portando dei benefici ambientali, ci sono segnali che indicano che il ritmo del passaggio potrebbe essere troppo ambizioso, anche per la seconda economia mondiale. L’inverno 2017-18 ha visto enormi carenze di gas naturale in tutta la Cina – nel dicembre 2017 pari a 40 milioni di metri cubi di gas al giorno — lasciando molte persone senza riscaldamento nel gelido inverno settentrionale. Per porre rimedio a queste carenze l’Istituto Nazionale Cinese per l’Energia ha dirottato forniture di gas naturale dal settore industriale al fine di garantire il riscaldamento, fondamentale nel nord del paese. Di conseguenza le fabbriche hanno lavorato a ritmo ridotto e le aziende hanno subito un calo degli utili, secondo quanto riportato da Reuters.

Per combattere queste difficoltà le società petrolifere di stato cinesi hanno ricevuto l’ordine di incrementare ulteriormente la produzione di gas naturale e di accelerare lo sviluppo di fondamentali infrastrutture nel settore del gas, come gasdotti, impianti di stoccaggio e capacità di importazione di LNG.

Nonostante i risultati altalenanti delle proprie iniziative nel campo del gas, si prevede che la Cina faccia un sempre maggiore affidamento sul gas naturale nei prossimi decenni. La Energy Information Administration (EIA) statunitense prevede che, nel 2040, la nazione triplicherà i propri consumi di gas naturale rispetto al livello del 2015 di oltre 538 milioni di metri cubi al giorno, raggiungendo 1 miliardo e 614 milioni al giorno.

Per alimentare questo crescente utilizzo del gas naturale, è probabile che la Cina sfrutti sempre più le proprie significative riserve — stimate essere fra 33 e 56 mila miliardi di metri cubi — e prosegua nella crescita delle proprie importazioni, costituite principalmente da LNG.

A mano a mano che la Cina prosegue nella riconversione verso un settore industriale e residenziale più pulito basato sul gas naturale la sfida sarà conseguire questo cambiamento senza compromettere le proprie performance economiche. Non sarà facile. Ma il cielo azzurro sopra Pechino come non si vedeva da tempo è la dimostrazione lampante dei vantaggi che possono essere ottenuti grazie a questa audace transizione.

Un futuro più verde

Nonostante la notevole crescita del settore dell’energia pulita, la Cina, come la maggior parte dei Paesi, resta fortemente dipendente dai combustibili fossili per la produzione dell’energia. Il 60% dell’elettricità cinese proviene ancora dal carbone, mentre l’energia non fossile rappresenta attualmente circa il 13% del consumo energetico.

Ma quello che abbiamo visto pare sia solo l’inizio. Il presidente cinese Xi Jinping auspica che il suo Paese diventi una civiltà ecologica in grado di salvaguardare “l’armonia tra uomo e natura”. Il significato preciso delle sue parole ha suscitato un certo dibattito. Assolutamente certo che lo sviluppo delle energie rinnovabili continuerà ad essere una priorità chiave per la Cina anche in futuro.

La Cina si è impegnata a investire 361 miliardi di dollari in energie rinnovabili e prevede di triplicare il numero di posti di lavoro in questo settore. Ciò dovrebbe consentire al Paese di rispettare l’impegno, previsto dall’Accordo di Parigi, di ricavare il 20% della sua energia da fonti low carbon entro il 2020. Il Chinese National Renewable Energy Centre (Centro nazionale cinese per le energie rinnovabili) stima che, entro il 2050, il 60% del fabbisogno energetico totale della Cina potrebbe essere soddisfatto da fonti rinnovabili.