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Il cambiamento climatico nel Mediterraneo

Alcuni studi hanno rilevato una particolare concentrazione dei gas serra nell’area del Mare Nostrum, diverse le strategie per contenere l’impatto a livello economico sociale.

di Maria Pia Rossignaud
07 maggio 2020
6 min di lettura
diMaria Pia Rossignaud
07 maggio 2020
6 min di lettura

La pioggia scende sempre meno sul Mediterraneo. Ad affermarlo è una recente indagine condotta dal CNR (Consiglio Nazionale della Ricerca) italiano, l’Istituto di Scienze dell’atmosfera e del clima (ISAC) in collaborazione con l’università Reading e l'Imperial College London, pubblicata nella rivista scientifica PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences). Lo studio riporta che l’aumento delle concentrazioni atmosferiche dei gas serra nel Mediterraneo ha provocato una sostanziale riduzione delle precipitazioni annue. Il Mediterraneo è una delle regioni maggiormente a rischio per gli effetti del cambiamento climatico con impatti da non sottovalutare.
L’IPCC (The Intergovernmental Panel on Climate Change), il panel Scientifico dell’ONU, nel nuovo rapporto sull’impatto del cambiamento climatico sugli oceani e sulla criosfera (ghiaccio marino e terrestre, ai poli e sulle montagne), si unisce alle segnalazioni del CNR. Anche l’ultimo dossier redatto dal WWF Italia "La crisi climatica nel Mediterraneo: alcuni dati” riferisce di cambiamento climatico e criticità nelle regioni mediterranee.

Un Mediterraneo troppo caldo

Il Mediterraneo è un mare relativamente chiuso, con stretti passaggi di comunicazione con l'Oceano Atlantico (stretto di Gibilterra) e con il mar Nero (stretto del Bosforo). È poco profondo e le sue acque quindi si riscaldano a livelli superiori rispetto a quelli degli oceani.

A causa dell'aumento della temperatura delle acque, nel Mediterraneo sono comparse e si sono sviluppate specie tipicamente tropicali. Su circa 17 mila specie, si calcola che mille siano aliene, cioè originarie di altre zone del mondo, portate dalle imbarcazioni o da altre attività umane e poi sviluppatesi grazie al clima favorevole in competizione con le specie già presenti nel nostro mare e a loro volta già sofferenti a causa dell'innalzamento della temperatura.

L’aumento della temperatura del Mediterraneo può significare la scomparsa di molte specie animali e anche della flora marina, a causa della carenza di ossigeno. Se a tutto ciò aggiungiamo anche il fenomeno dell'acidificazione, un effetto diretto dell'incremento della anidride carbonica avremo come risultato certo l’estinzione di tutte le specie di corallo locale.

La crisi del sistema ecomarino ha effetto diretto anche sull’uomo: distrutta la fauna marina, l’attività di pesca non sarà più possibile. La pesca nel Mediterraneo vale circa 500 miliardi di euro all’anno. Una diminuzione della pesca si traduce in meno lavoro e meno pesce sulle tavole, conseguenza questa che impatta anche sulle nostre abitudini alimentari. I cambiamenti climatici influenzano e distruggono le colture e la produzione alimentare, in particolare la siccità che causa spesso incendi con inevitabile distruzione dei raccolti.

Dai modelli climatici osservati finora è stato rilevato che i cambiamenti delle piogge sono già in corso nel Nord Africa e nel Mediterraneo Orientale, e se le emissioni di anidride carbonica proseguiranno sui livelli attuali, il rischio potrebbe estendersi anche al Sud d’Italia. Il team scientifico dei diversi istituti coinvolti nella ricerca ha rimarcato che la crescita dei gas serra potrebbe produrre un’accentuazione della variazione della circolazione atmosferica su larga scala tanto da ridurre ulteriormente i fenomeni di bassa pressione e quindi delle precipitazioni.


Lo sbiancamento dei coralli è una delle numerose conseguenze del cambiamento climatico

Gli sforzi della ricerca

Per l’essere umano diventa cruciale conoscere quali sono i comportamenti da evitare e anche dal versante imprese, è auspicabile una riflessione sui modelli da adottare per evitare il progressivo aggravamento dell’attuale situazione.

È a tale fine che, in occasione del COP21 a Parigi, è nata la “Paris Pledge for Action”, una dichiarazione pubblica in grado di coinvolgere investitori, organizzazioni e imprese a sottoscrivere il proprio impegno verso le criticità derivanti dal cambiamento climatico. All’iniziativa hanno aderito 195 Paesi, e, per l’Italia, tra le aziende firmatarie e decise a sostenere gli obiettivi stabiliti dall’accordo, c’è Eni.

In coerenza all’impegno sottoscritto, Eni ha integrato gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU nella propria mission aziendale, adottando una strategia di lotta al cambiamento climatico che ha orientato gli investimenti nella ricerca applicata al miglioramento delle tecnologie utilizzate per ridurre le emissioni, accelerare il processo di decarbonizzazione e trovare soluzioni innovative per favorire la transizione energetica.
Da un’analisi condotta, oltre al Mar Mediterraneo, sono stati presi in esame alcuni modelli climatici di altre aree del Pianeta a clima temperato, come la California, resa tuttavia più piovosa da un ritmo di riscaldamento climatico più lento, e il Cile, il cui fenomeno di riduzione delle piogge si sta verificando in modo rapido, analogamente al Mediterraneo. I modelli esaminati mostrano inoltre, che il riscaldamento della superficie dell’oceano non è omogeneo, ma che alcune zone si riscaldano più rapidamente di altre: le aree dove il riscaldamento è più rapido, favoriscono una variazione nella circolazione atmosferica invernale tale da rendere meno piovosi i climi di tipo mediterraneo. Gli studi non escludono che l’intensità delle precipitazioni di alcune regioni Mediterranee possa evolversi parallelamente al riscaldamento globale dei prossimi secoli, e che forse procederà in misura maggiore, secondo distinte scale temporali, a seconda delle risposte climatiche rispetto all’emissione della CO2. Questo significa che ci sono aspetti del cambiamento climatico che si manifestano in modo lento nell’arco di secoli, come l’innalzamento dei mari, e altri invece che con ritmi più rapidi e tuttavia contenibili, regolarizzando la presenza dei gas serra nell’atmosfera. La stabilizzazione delle emissioni di gas serra avrebbe pertanto degli effetti benefici immediati, oltre che a lungo termine, sia rispetto alle risorse idriche, ma anche al calo delle precipitazioni nelle regioni soggette a fasi di aridità estiva e a rischio di desertificazione.