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Un prezioso alleato nella lotta ai cambiamenti climatici

La vera sfida è quella della transizione energetica verso fonti non fossili. Tuttavia il ruolo delle foreste nella mitigazione è assolutamente indispensabile per contenere il riscaldamento globale a fine secolo entro i 2 °C e lo è ancora di più per l'obiettivo di 1,5 °C.

di Riccardo Valentini
02 gennaio 2020
13 min di lettura
diRiccardo Valentini
02 gennaio 2020
13 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 45 – The power of tree. Leggi il magazine

Tre milioni di anni di evoluzione sulla terra trovano una delle loro più ricche espressioni nelle foreste. Esse racchiudono all’incirca il 90% percento delle specie animali e vegetali viventi sul pianeta.

Le foreste coprono una superficie di 3,9 miliardi di ettari, pari al 30% della superficie della Terra. Le foreste tropicali e subtropicali rappresentano il 56 percento delle foreste mondiali, mentre quelle temperate e boreali sono il 44 percento.

Le foreste sono quindi essenziali per la protezione della biodiversità del pianeta. Complessivamente le foreste tropicali, temperate e boreali offrono una moltitudine di habitat per piante, animali e microrganismi, ospitando la grande maggioranza delle specie terrestri. Garantiscono un’ampia gamma di beni e servizi, dai prodotti legnosi a quelli non legnosi. Contemporaneamente forniscono i mezzi di sostentamento e posti di lavoro a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Anche la stessa diversità biologica delle foreste ha un importante ruolo economico, sociale e culturale nella vita di molte comunità indigene.

Le foreste inoltre giocano un ruolo fondamentale per le dinamiche del clima a livello planetario svolgendo un significativo ruolo nella mitigazione del clima come bacini di assorbimento del carbonio. Quando vengono distrutte, soprattutto in seguito alla deforestazione tropicale, rilasciano grandi quantità di carbonio, questo raggiunge l'atmosfera contribuendo in maniera massiccia all’effetto serra.

Nel corso dell’evoluzione della società umana, la percezione del rapporto uomo natura ha subito enormi cambiamenti. Nel Medioevo, e ancor prima, l’uomo aveva paura della foresta. Nell’immaginario collettivo la foresta rappresentava le paure dell’inconscio, del "non conosciuto" e veniva rappresentata in molti quadri e racconti come luoghi di presenze misteriose (fauni, elfi, streghe, orchi etc.) o animali pericolosi, creature oniriche e leggendarie (draghi, grifoni, centauri etc.). Tuttora le fiabe e leggende più conosciute ci riconducono a quella rappresentazione, basti ricordare, tra tutte, la fiaba di Biancaneve. Tuttavia negli ultimi 50 anni gli uomini hanno cambiato gli ecosistemi più rapidamente e in modo più intenso di qualunque altro periodo della storia umana tanto da poter dire che oggi non abbiamo più paura delle foreste, anzi abbiamo imparato a distruggerle anche negli angoli più remoti del Pianeta.  Ciò che vedevano artisti e scrittori come Chretien de Troyes, Ariosto e Collodi, in modo diverso ma sempre con grande rispetto e attenzione alla foresta ed alla natura, oggi non esiste più. La velocità con cui l’Uomo si è appropriato della natura ha determinato una perdita sostanziale e irreversibile di molte delle sue funzioni. Più terra è stata convertita in agricoltura dagli anni ’50  di quanto non sia avvenuto nel XVIII e XIX secolo, a spese del capitale naturale del Pianeta. Complessivamente siamo passati da circa 15 miliardi di ettari di foreste negli anni ’50 ai 4 miliardi dei giorni nostri. La crescita demografica della popolazione umana da 2,5 a 7,5 miliardi di abitanti in soli 60 anni ed il conseguente fabbisogno alimentare ci ha portato ad utilizzare già oggi il 73 percento delle terre emerse (ad esclusione di quelle coperte dai ghiacci), mettendo una pesante ipoteca sul futuro delle nuove generazioni che avranno a disposizione solo il restante 27% delle terre, ma che non sarà sufficiente a soddisfare l’ulteriore crescita di circa 2 miliardi di popolazione al 2050 (IPCC-SRCCL, 2019).

Deforestazione e CO2

La deforestazione tropicale oggi è pari a circa 13 milioni di ettari all’anno, un numero enorme se consideriamo che la superficie forestale italiana è di circa 10 milioni di ettari. La deforestazione tropicale contribuisce con i suoi 5,3 miliardi di CO2 di emissioni al 13% del totale delle emissioni di gas serra. Questo contributo aumenta di molto se consideriamo che la deforestazione è fondamentalmente legata all’espansione dell’agricoltura che complessivamente contribuisce con 6,4 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente al bilancio dei gas serra globali con l’11 percento delle emissioni globali. Inoltre, se si considera tutta la filiera agroalimentare (deforestazione, produzione agricola e consumi alimentari), il contributo del settore sale al 37% delle emissioni globali (IPCC – SRCCL, 2019).

Tuttavia le foreste rappresentano anche un elemento di equilibrio del sistema climatico planetario. Come si può osservare nel grafico a pag. 15 a fronte di una emissione di combustibili fossili pari a 34,4 miliardi di tonnellate (1Gt = 1 miliardo di tonnellate) di CO2 all’anno e le emissioni della deforestazione tropicale pari a 5,3 Gt di CO2 all’anno, nell’atmosfera terrestre rimane solo il 44 percento delle emissioni grazie al ruolo delle foreste e degli oceani che catturano 11,6 Gt e 8,9 Gt di CO2 all’anno (il 29 e 22% delle emissioni totali), rispettivamente. Se non ci fossero le foreste e gli oceani la quantità di anidride carbonica atmosferica sarebbe quasi raddoppiata con conseguente molto drammatiche per il clima globale già ai giorni nostri.

L’esigenza di attivare il più rapidamente possibile sistemi efficaci di cattura del carbonio atmosferico è ben illustrata dagli scenari di emissione contenute nel quinto rapporto e nel successivo rapporto speciale dell’IPCC sul riscaldamento di 1,5 gradi a fine secolo (IPCC SR1.5, 2018, IPCC SRCCL 2019). In entrambi i casi se vogliamo limitare il riscaldamento globale a fine secolo entro i

2 °C o 1,5 °C dobbiamo raggiungere emissioni zero e successivamente emissioni negative entro il 2060 nel primo caso e entro il 2050 nel secondo. In ogni caso entrambi gli scenari prevedono il raggiungimento di emissioni negative ed il mantenimento del sequestro di carbonio atmosferico ben oltre il punto di emissioni zero fino a fine secolo. Il termine emissioni negative è alquanto singolare dal punto di vista scientifico ma viene utilizzato per indicare assorbimento di carbonio atmosferico, per rendere più comprensibile ai policy makers la complementarità dei due processi. Il raggiungimento di emissioni negative ovvero di assorbimento di carbonio può essere attuato mediante tecnologie di stoccaggio del carbonio atmosferico. Quest’ultime stanno ricevendo notevole attenzione e cominciano a comparire numerosi studi e progetti pilota in questa direzione. Ad esempio il pompaggio delle emissioni dai grandi impianti di produzione energetica e cementifici nelle cavità geologiche o la cattura della CO2 dell’aria mediante processi chimico-fisici sono oggi tecnologie piuttosto studiate ed esistono anche realizzazioni pilota. Tuttavia la scalabilità di queste metodologie, i costi e la permanenza del carbonio stoccato sono ancora elementi di criticità che ne impediscono ancora oggi una rapida diffusione.

Il ricorso a sistemi naturali, un'opzione concreta

Per questo motivo sempre di più le politiche di mitigazione stanno guardano alla possibilità di aumentare la capacità dei sistemi naturali di assorbire il carbonio atmosferico in eccesso dovuto alle attività umane. Se consideriamo gli oceani, questi hanno una capacità abbastanza costante nel medio periodo di catturare anidride carbonica, ma è molto difficile incrementare la loro velocità di assorbimento del carbonio. Sono state proposte suggestive ipotesi di “ingegneria climatica” (es. fertilizzazione degli oceani) ma che per estensione, dimensione dei volumi e costi sono da considerare impraticabili. Al contrario la riduzione della deforestazione tropicale e l’incremento della superficie forestale mediante riforestazione è sicuramente più praticabile per il sequestro del carbonio atmosferico ed è oggi una opzione concreta di mitigazione. Una foresta grazie alla fotosintesi, al netto dei processi ossidativi di decomposizione della sostanza organica, in condizioni normali, può stoccare dalle 12 alle 24 tonnellate di CO2 per ettaro all’anno. In generale le foreste tropicali hanno una maggiore capacità di assorbimento del carbonio atmosferico ma i processi di decomposizione ed i disturbi antropici (deforestazione) possono portare a zero il loro contribuito all’assorbimento atmosferico. Le foreste tropicali possono contribuire per circa 3,7 Gt di CO2 all’anno di sequestro di carbonio, ma purtroppo la deforestazione tropicale includendo anche la ricrescita dopo i disturbi, produce emissioni per circa 5,3 Gt di CO2, vanificando il ruolo di assorbimento.  Per questo motivo la riduzione della deforestazione potrebbe avere un contributo molto rilevante nel bilancio del carbonio globale ed è sicuramente una misura che non richiede particolari investimenti. Nelle zone boreali la crescita della biomassa forestale è limitata dalle condizioni climatiche anche se i ritmi di decomposizione ed il conseguente rilascio del carbonio sono rallentati. Il loro bilancio netto è comunque positivo in termini di sequestro di carbonio, anche in considerazione della loro notevole estensione, contribuendo con circa 1,8 Gt di CO2 sequestrata all’anno. Le foreste temperate, ovvero anche le nostre foreste italiane, hanno buone capacità di assorbimento della CO2 e contribuiscono globalmente ad assorbire circa 2,8 Gt di CO2 all’anno. Complessivamente quindi il ruolo delle foreste è significativo nella riduzione dell’assorbimento del carbonio atmosferico e la loro protezione è quindi di fondamentale importanza per il futuro dell’umanità.

In sintesi quali potrebbero essere le misure più efficaci in materiale forestale per contrastare il riscaldamento globale? Senz’altro ci sono diversi modi per incrementare l’assorbimento di carbonio delle foreste. Sicuramente l’azione più efficace, a costi più ridotti e portatrici di notevoli benefici ambientali è la riduzione della deforestazione tropicale. Il recente rapporto IPCC su Land e Climate ci dice che il potenziale di mitigazione della riduzione della deforestazione foreste è tra 0,4 e 5,8 Gt di CO2 all’anno. Per confronto il settore energetico vale approssimativamente 33 Gt di CO2 e quello del carbone da solo contribuisce per 10 GtCO2 all’anno. In secondo luogo ancora molto può essere fatto nel migliorare la gestione forestale dei boschi esistenti e nel proteggerli dalle avversità a dal rischio degli incendi. Ne abbiamo un caso in Italia, dove, nonostante abbiamo una superficie boscata significativa (circa 10 milioni di ettari), i nostri boschi sono abbandonati e soggetti a diversi fattori di degrado. Un’altra soluzione molto diretta ed è quella di piantare alberi su terreni degradati e non utilizzati dall’agricoltura. Un recente studio (Bastin et al 2019) mostra che sarebbe possibile riforestare globalmente circa 900 miloni di ettari di terreno degradato e contribuire quindi ad assorbire a maturità  circa 758 Gt di CO2, ovvero il 25% dell’attuale contenuto di carbonio nell’atmosfera terrestre. Infine anche l’uso di piantagioni forestali per produzione di bioenergia e quindi la sostituzione di combustibili fossili può portare un contributo significativo, così pure la sostituzione di materiale prodotto con energia fossile rispetto a quello rinnovabile (p.es. la sostituzione del cemento o dell’acciaio negli edifici con il legno). In ogni caso attenzione va posta nel promuovere interventi di riforestazione su larga scala in considerazione del possibile conflitto sull’uso della terra per le necessarie produzioni di cibo. La sicurezza alimentare è un tema oggi presente anche a causa del riscaldamento globale e la terra oggi a disposizione per l’agricoltura è assai limitata. Inoltre la riforestazione su larga scala potrebbe indurre alcuni effetti sul clima regionale che potrebbero, ad esempio, alle alte latitudini un riscaldamento locale del clima dovuto ai cambiamenti degli scambi energetici superficiali. In sostanza, la sfida è ancora quella di una transizione energetica verso fonti non fossili e sarebbe pericoloso considerare le foreste come l’unica alternativa di contrasto al cambiamento climatico. Tuttavia il ruolo delle foreste nella mitigazione è assolutamente indispensabile per contenere il riscaldamento globale a fine secolo entro i 2 °C e lo è ancora di più per l’obiettivo di 1,5 °C.

L'autore: Riccardo Valentini

Riccardo Valentini è professore ordinario dell’Università della Tuscia dal 2000 e Direttore della “Impacts Division” del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici. L’attività di ricerca di Valentini riguarda principalmente il settore dell’ecologia, delle foreste e delle problematiche connesse con l’attuazione delle convenzioni internazionali per la protezione dell’ambiente globale. È stato l’unico autore italiano per il rapporto Ipcc vincitore del premio Nobel.