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Le foreste che divorano la CO2

Piantare alberi può svolgere un ruolo importante nel limitare l’impatto del cambiamento climatico, grazie alla capacità che questi hanno di assorbire la CO2.

03 febbraio 2020
7 min di lettura
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03 febbraio 2020
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Obiettivo primario: nuove foreste ai tropici

Un nuovo studio di ETH Zurich, pubblicato sulla rivista Science, afferma che circa 900 milioni di ettari di terreno in tutto il mondo, pari alle dimensioni degli Stati Uniti, potrebbero essere riforestate, assorbendo all’incirca i due terzi del carbonio prodotto dall’uomo dai tempi della rivoluzione industriale. Lo studio ha escluso le città e le aree agricole. Il professor Thomas Crowther, coautore dello studio e fondatore del Crowther Lab a ETH, a Zurigo, spiega: “Tutti noi sapevamo che il ripristino forestale può svolgere un ruolo importante nel contrastare il cambiamento climatico, ma non conoscevamo appieno la portata di tale impatto. Il nostro studio dimostra chiaramente che ripristinare le foreste è la migliore soluzione disponibile oggi per affrontare il cambiamento climatico. Ma dobbiamo agire rapidamente perché alle nuove foreste occorreranno decenni per crescere e raggiungere il loro pieno potenziale come fonte di immagazzinamento del carbonio naturale”. Che i paesi più adatti per la riforestazione, sono quelli con le aree territoriali più estese, come Russia, Stati Uniti, Canada, Cina, Brasile e Australia, non ci sorprende. Tuttavia è importante che vengano riforestate soprattutto le zone tropicali perché qui gli alberi crescono più velocemente e consumano più CO2 e perché la copertura boschiva di queste regioni è del 90-100% rispetto al 30-40% delle foreste settentrionali.

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Le controindicazioni della riforestazione

Oltre ad assorbire la CO2, le foreste offrono numerosi altri vantaggi ambientali, come la riduzione del rischio di siccità, inondazioni e degradazione del suolo, oltre a migliorare la qualità dell’aria e dell’acqua. Scrivendo per il World Economic Forum, Crowther spiega che tutte le altre soluzioni proposte per diminuire le emissioni, “dalla produzione di elettricità, ai trasporti, all’istruzione e all’uso dei terreni, hanno una cosa in comune: prevalentemente puntano solo a prevenire le future emissioni. Per fermare il cambiamento climatico dobbiamo ridurre il carbonio già emesso nell’atmosfera. Da un punto di vista ecologico, gli alberi sono il mezzo più efficace per assorbire e immagazzinare il carbonio”. Mentre lo studio è rincuorante, molti esperti sostengono che piantare semplicemente alberi non sarà sufficiente per contrastare il cambiamento climatico. In un commento annesso all’articolo su Science, Robin Chazdon, membro del Dipartimento di Ecologia e Biologia Evolutiva dell’Università del Connecticut, afferma che “i numeri sono decisamente il massimo possibile, ma non saranno molto raggiungibili”. Uno studio precedente suggeriva che “la portata delle piantagioni di biomassa che sarebbe necessaria per mitigare in maniera significativa le nostre emissioni di anidride carbonica è sbalorditiva e tale da richiedere dei costi umani e ambientali insostenibili”. Gli ecosistemi già sovraccaricati sarebbero ulteriormente minacciati, trasformando ampie fasce di paesaggi naturali in piantagioni di biomasse, mentre piantare alberi in terreni coltivabili renderebbe ancora più difficile sfamare una popolazione mondiale in continua crescita. Inoltre, se venissero usati fertilizzanti per favorire la crescita degli alberi, questi rilascerebbero altri gas serra nell’atmosfera. Le piantagioni potrebbero poi anche aumentare la pressione sulle scarse risorse idriche. È chiaro che, mentre piantare alberi può essere “lo strumento più importante ed economico” per combattere il cambiamento climatico, non può essere l’unico. La misura più semplice da attuare subito è arrestare la deforestazione in corso nella foresta amazzonica, in Africa e in Asia. Secondo il CDP (Carbon Disclosure Project) circa 5 milioni di ettari di foreste vengono distrutti ogni anno. Come scrive Faye Flam, editorialista di Bloomberg: “L’accumulo di gas serra è un problema troppo grande per essere risolto da un solo provvedimento, che sia l’aumento dell’utilizzo dell’energia solare, la rinuncia alla carne bovina o la cattura del carbonio dall’atmosfera. Una recente stima, secondo cui piantare molti alberi potrebbe assorbire la maggior parte del carbonio in eccesso, purtroppo è un po’ troppo bella per essere vera”.

Il lungo viaggio verso le emissioni a zero

Il professore Myles Allen, che insegna Scienza dei geosistemi all’Università di Oxford, aggiunge: “Il ripristino degli alberi può essere considerata una delle strategie più efficaci, ma è ben lontana dall’essere la migliore soluzione per contrastare il cambiamento climatico o, addirittura, dal riuscire a ridurre a zero le emissioni prodotte dai combustibili fossili. Certo, un imponente rimboschimento può aiutare, ma è giunto il momento di smettere di suggerire che esiste una “soluzione del tutto naturale” per l’utilizzo continuo dei combustibili fossili. Non esiste. Mi dispiace”. Altre misure, come la decarbonizzazione dell’energia, dei trasporti e dei sistemi di riscaldamento e condizionamento, oltre alla riduzione del consumo di carne, sono altrettanto importanti. È fondamentale che i programmi di riforestazione, per quanto significativi, non vengano utilizzati come l’unica misura per la diminuzione del carbonio, ma congiuntamente ad altri sforzi proficui.

Una pianta straordinaria: la Pongamia

Una pianta non vale l’altra. Alcune piante, come il trifoglio e i fagioli, sono note per la loro capacità di ripristinare l’azoto nei suoli degradati. Ma nessuna è paragonabile alla pongamia (Millettia pinnata), un albero originario dell’Asia. Crescendo in suoli degradati e marginali, è il candidato perfetto per la riforestazione dove altre piante non possono crescere, necessita poi di poca acqua e produce semi molto ricchi di olio (fino al 40%) e proteine. Inoltre la sua capacità di sequestro del carbonio è superiore a quella di altre specie - la pongamia sequestra più CO2 di quanta ne emetta - e poiché il suo olio è un fungicida e un insetticida naturale, la pianta richiede una protezione artificiale minima, se non addirittura nulla, dai parassiti. Come coltura olearia a bassa manutenzione, a basso consumo idrico, non alimentare, ad alta resa e ripristinante, la pongamia è anche un’ottima materia prima per biocarburanti. Progetti di riforestazione che vedono la pongamia come protagonista sono in corso, con successo, in India.

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Apple al fianco delle mangrovie in Colombia

Apple ha annunciato il suo investimento in un progetto per il recupero delle foreste di mangrovie lungo le coste colombiane. Realizzato in collaborazione con la ONG Conservation International (CI), il progetto riguarda principalmente le mangrovie del delta del fiume Sinú, un’area che assicura il sostentamento di circa 12.000 persone grazie alla disponibilità di legname, cibo e materie prime. Al momento questa regione è in difficoltà e le popolazioni locali hanno bisogno della sicurezza economica che solo una pesca e un turismo più sostenibili possono offrire. L’iniziativa di Apple aiuterà le popolazioni locali ad avviare e perfezionare queste attività con il sostegno di Conservation International. Oltre a piantare nuovi alberi in zone degradate, il progetto di recupero si occuperà della conservazione degli alberi esistenti, risanando mangrovie in un’area forestale di 11.000 ettari e permettendo di assorbire fino a 17.000 tonnellate metriche (18.739 tonnellate) di CO2 atmosferica in due anni: si tratta dell’equivalente del diossido di carbonio che verrà prodotto da tutti i veicoli che raccolgono dati per Apple Maps nei prossimi dieci anni! Durante il loro intero ciclo di vita, le mangrovie recuperate assorbiranno inoltre circa 1 milione di tonnellate metriche di emissioni di CO2.