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Appiattire la curva della città

Diluire la domanda è stata la strategia usata durante la pandemia per evitare che le infrastrutture andassero in tilt. Questa stessa tattica potrebbe ora permetterci di aiutare le nostre città.

di Carlo Ratti
30 settembre 2020
7 min di lettura
diCarlo Ratti
30 settembre 2020
7 min di lettura

In una celebre scena del primo film della serie di Fantozzi (personaggio letterario e cinematografico italiano, ideato all’inizio degli anni Settanta e interpretato dallo scrittore e attore Paolo Villaggio), la voce narrante di Villaggio raccontava con tono solenne il risveglio del protagonista, e la sua forsennata corsa contro il tempo per recarsi al lavoro: “Per arrivare a timbrare il cartellino d’entrata alle 8 e 30 precise, Fantozzi, sedici anni fa, cominciò col mettere la sveglia alle 6 e un quarto. Oggi, a forza di esperimenti e perfezionamenti continui, è arrivato a metterla alle 7 e 51... vale a dire al limite delle possibilità umane!”. In una sequenza memorabile, dopo essere uscito in strada letteralmente dalla finestra di casa, Fantozzi corre e si affanna in un panorama urbano opprimente finché, schivando calci e pugni, riesce a salire al volo su un autobus strabordante di persone. La città è abitata da centinaia, anzi migliaia di altri Fantozzi, mossi dall’urgenza di quel cartellino che tutti dovranno timbrare alla stessa ora. 

Al netto delle esagerazioni, la scena di quel film ci ricorda, tra traffico e sovraffollamento, le spiacevoli condizioni che molti pendolari e altri lavoratori devono affrontare tutte le mattine. Eppure esisterebbe un modo per migliorare la situazione. Si potrebbe mettere in pratica quanto abbiamo imparato negli ultimi mesi di pandemia: la strategia dell’“appiattire la curva”.

Una strategia valida aldilà della pandemia

Il mantra dell’“appiattire la curva” si basa sull’idea che i contagi da Covid-19 possano essere meglio gestiti se distribuiti nel tempo. Il distanziamento sociale e l’uso delle mascherine non potranno fermare il virus, ma contribuiscono a rallentarne la diffusione, evitando il sovraccarico degli ospedali e la mancanza di ventilatori polmonari o posti letto. 

Qualcosa di simile avviene anche in altri contesti. Quando la domanda supera la capacità massima di un sistema, qualsiasi infrastruttura (ospedali, autostrade o reti elettriche) diventa congestionata e va in tilt. Procedendo per “diluizione” della domanda di assistenza sanitaria, la strategia dell’appiattimento della curva ha salvato moltissime vite. La stessa strategia potrebbe ora permetterci di aiutare le nostre città, rendendole più vivibili. 

Sebbene le cose siano in qualche modo migliorate rispetto all’estrema sincronizzazione della vita urbana dei tempi di Fantozzi, le infrastrutture cittadine continuano a soffrire a causa dei picchi di domanda. I pendolari delle nove del mattino intasano le strade, provocando ingorghi e incidenti. Lo stesso avviene all’ora di pranzo o alla sera tornando a casa. 

Qualcuno potrebbe ora obiettare: perché non potenziare la rete stradale? Questo in realtà non risolverebbe il problema ma genererebbe infrastrutture sovradimensionate e costose, destinate a restare sottoutilizzate per la maggior parte del tempo. Per rendere le nostre città più efficienti, possiamo invece agire in modo diverso, andando a diluire i picchi di domanda. 

La flessibilità lavorativa che abbiamo ritrovato nei mesi del Covid-19 ci presenta un’opportunità unica: quella di riprogrammare le nostre agende in modo oculato, per evitare il sovraccarico delle infrastrutture cittadine. Negli ultimi mesi, molti di noi hanno iniziato a spostarsi in modo scaglionato, andando in ufficio in giorni e momenti alterni. Oltre a ridurre i rischi di contagio, questa pratica ci permette di distribuire meglio i flussi di traffico. 

La speranza è quella che, anche dopo la fine della pandemia, ciascuno di noi possa mantenere questa flessibilità. Proviamo a immaginare cosa succederebbe se, nel nostro gruppo di lavoro, un collega iniziasse la giornata via Zoom, arrivando in ufficio soltanto a mezzogiorno, mentre un altro, presente alla scrivania già dalle 9 del mattino, si mettesse sulla via di casa nel primo pomeriggio, poi continuando a lavorare in remoto. L’ora di punta di fantozziana memoria scomparirebbe.


Un software per ridurre taxi e auto: è il progetto “Minimum fleet” (Flotta minima) presentato nel 2008 dai ricercatori di Mit, Cnr e Cornell University. Con un algoritmo, a New York si potrebbero utilizzare metà delle vetture rispetto a ora. (Nella foto uno studio del progetto)

Un modello per ridurre i picchi di traffico

Certo, la flessibilità di per sé non garantisce un uso equilibrato delle infrastrutture urbane. Le autorità pubbliche dovrebbero fornire incentivi per ridurre i picchi di utilizzo. In questo senso, le piattaforme digitali potrebbero giocare un ruolo importante. A Singapore, ad esempio, gli automobilisti sono obbligati a versare un contributo quando transitano su strade particolarmente trafficate. Questo modello, noto come Electronic Road Pricing (ERP), è riuscito negli ultimi vent’anni a ridurre i picchi di domanda in modo sostanziale. 

L’ERP è un sistema che permette di controllare il traffico e segnalare in tempo reale code e incidenti. Se ad esempio un tamponamento provoca un rallentamento sulla strada A, oppure sulla strada B si rileva un livello troppo alto di inquinamento dovuto al traffico, l’ERP aumenterà il prezzo di accesso a quelle specifiche strade. Il beneficio è doppio. Da un lato si riduce il traffico. Dall’altro si promuove l’uso dei mezzi pubblici, che a loro volta possono essere finanziati dai pedaggi automobilistici. Certo, cruciale è anche fare attenzione a possibili rischi. Le piattaforme digitali e i sistemi di incentivi dovrebbero tutelare davvero il bene collettivo e non soltanto lasciare le strade al volante dei più abbienti. Non dimentichiamo poi che molti lavoratori, in particolare precari, non potrebbero permettersi la flessibilità di riprogrammare le proprie vite o i mezzi finanziari per affrontare pedaggi costosi. Proprio come l’appiattimento della curva del Covid-19 deve accompagnarsi al sostegno finanziario per le persone a basso reddito che non possono lavorare e studiare da remoto, l’appiattimento della curva dell’utilizzo delle infrastrutture urbane dovrà mettere in primo piano le questioni di uguaglianza sociale. Si potrebbero immaginare, ad esempio, incentivi in base a criteri come professione, stato socio-economico o eventuale disabilità. Aumenti negli introiti comunali potrebbero sostenere i trasporti pubblici. 

Se anche fossimo in grado di riprogrammare perfettamente l’uso delle infrastrutture urbane, dovremo sempre mantenere un certo margine di flessibilità per affrontare picchi di domanda inattesi. Eventi imprevisti - pensiamo a un disastro naturale o ambientale - ci obbligano ad agire tutti e subito in modo sincronizzato. Non dimentichiamo poi che, per fortuna, ci sono casi in cui la sincronizzazione potrebbe essere desiderabile. Scendere in piazza tutti insieme per festeggiare la vittoria della nazionale ai mondiali di calcio non può essere diluito nell’arco di 12 o 24 ore. Ciononostante, le scene del tormentato risveglio del ragionier Fantozzi non sono per forza qualcosa di necessario. Spetta a tutti noi decidere come vogliamo gestire le nostre città. A inizio 2020 abbiamo scoperto l’utilità dell’appiattimento della curva come risposta dolorosa a una crisi sanitaria. Speriamo che quella strategia possa presto consentirci di migliorare molti altri ambiti della nostra vita urbana.

L'autore: Carlo Ratti

Architetto e ingegnere, insegna al MIT di Boston, dove dirige il Senseable City Laboratory, ed è fondatore dello studio internazionale di design e innovazione CRA-Carlo Ratti Associati. Attualmente ricopre l’incarico di co-presidente del Global Future Council su Città e Urbanizzazione presso il World Economic Forum.