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Una buona idea in cerca di paladini

La consapevolezza della necessità di contrastare l'inquinamento generato dai rifiuti stenta a diffondersi e le imprese sono restie ad abbandonare i loro modelli lineari.

di Moisés Naím
03 febbraio 2020
11 min di lettura
diMoisés Naím
03 febbraio 2020
11 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 40 – Safe & Circular. Leggi il magazine

Sono pochi i tentativi su larga scala di modificare drasticamente il nostro modo attuale di produrre e smaltire i rifiuti, adeguatamente sovvenzionati e sostenuti da politiche pubbliche.

Aziende e singoli individui in ogni parte del mondo si stanno impegnando in una crociata per eliminare le cannucce di plastica, da Starbucks ad Alaska Airlines, da Taiwan alla Scozia e da William Shatner a Jane Goodall. Perché? Perché in un’economia circolare non c’è posto per questo prodotto. Mentre la consapevolezza globale degli effetti dei combustibili fossili sul clima è cresciuta nel tempo in modo lento ma costante, la necessità di contrastare l’inquinamento generato dai rifiuti ha ricevuto molta meno attenzione. L’idea è di integrare (e alla fine sostituire) la cosiddetta “economia lineare” (produzione, utilizzo e scarto) con un’economia “circolare” in cui i prodotti usati non si eliminano ma si riciclano. L’economia circolare tenta di conservare il valore residuo dei prodotti usati, contenendo al contempo i rifiuti e l’inquinamento generati dal loro smaltimento.

Finora, la causa dell’economia circolare è stata sostenuta prevalentemente a livello locale dal settore privato e da qualche organizzazione non governativa. Circa il 62% delle iniziative che promuovono un’economia circolare ha sede in Europa e solo il 13% in America del Nord, mentre il restante 25% è sparso per Asia, America Latina e Africa. Anche se ad avviare oltre il 70% delle iniziative è stato il settore privato, lo scorso maggio i paesi membri dell’Unione europea hanno approvato una serie di norme per il trattamento dei rifiuti che porterà a riutilizzare e riciclare il 65% dei rifiuti urbani entro il 2035, a fronte del 50% circa del 2010.

Il Circularity Gap Report fa notare che dei 92,8 miliardi di tonnellate di materiali immessi nel ciclo economico globale, ne vengono riciclati solo 8,4 miliardi, ovvero il 9,1%, mentre il resto viene incenerito, messo in discarica o disperso nell’ambiente. Al contempo, dagli anni Settanta l’utilizzo di risorse naturali è triplicato, passando da 26,7 a 84,4 miliardi di tonnellate nel 2015, e, secondo le previsioni, si raggiungerà l’incredibile cifra di 175 miliardi di tonnellate entro il 2050. È evidente che c’è urgente bisogno di nuove e migliori politiche che incentivino l’uso dell’economia circolare come pure di tecnologie nuove ed efficaci che agevolino il riutilizzo e il riciclo dei prodotti usati.

Diverse definizioni, iniziative diverse

In un articolo pubblicato di recente sulla rivista “Science” in collaborazione con alcuni colleghi, il docente universitario olandese Julian Kirchherr ha individuato ed esaminato 114 definizioni di economia circolare, concludendo che “la diversità delle interpretazioni può finire per svuotare di senso o portare a un punto morto il concetto di economia circolare”. Ciò di cui invece c’è bisogno è un nesso più profondo, completo e sistematico tra i tentativi di promuovere l’economia circolare e quelli volti a coltivare pratiche più sostenibili.

Al contempo, un’analisi del dibattito globale (esiguo ma intenso) sull’importanza di promuovere l’economia circolare indica che il concetto si trova ancora a uno stadio iniziale di sviluppo concettuale.

Salvo rare eccezioni, la maggior parte dei tentativi attuali di sviluppare un’economia circolare è alquanto circoscritta e mira soprattutto all’aumento di specifici vantaggi economici. Sono pochi, invece, i tentativi globali su larga scala adeguatamente sovvenzionati e sostenuti da politiche pubbliche che cercano di modificare drasticamente il nostro modo attuale di produrre e smaltire i rifiuti generati dall’economia “lineare”. Una delle iniziative più complete e ambiziose è il programma Platform for Accelerating the Circular Economy (PACE) lanciato in sinergia tra pubblico e privato nel 2017 nella cornice del World Economic Forum, finanziato da Fondazione MacArthur, International Resource Panel, Circle Economy e Accenture. Un’altra iniziativa importante è quella del Circular Economy Club (CEC), una rete internazionale senza scopo di lucro che opera in più di 60 paesi avvalendosi della consulenza di oltre 2.600 esperti di economia circolare impegnati nella realizzazione di un database globale delle iniziative a essa collegate.

I vantaggi della circolarità

Queste iniziative danno un’idea dell’interesse e del sostegno di cui l’economia circolare gode sempre più. Un rapporto del 2016 della multinazionale di consulenza strategica McKinsey illustra il passaggio del concetto dalla teoria alla pratica e indica che la transizione è già in atto, dal momento che sempre più imprese stanno adottando concetti di economia circolare. Secondo il rapporto, in Europa l’adozione di pratiche economiche circolari potrebbe generare un utile netto di quasi 2.000 miliardi di euro annui entro il 2030. Il rapporto analizza tre dei principali settori europei (mobilità, alimentazione e alloggio) in uno scenario circolare e conclude che entro il 2050 i risparmi per le famiglie europee medie potrebbero ridurre i costi della mobilità dal 60 all’80%, quelli alimentari dal 25 al 40% e quelli per l’alloggio dal 25 al 35%. Questi progressi farebbero aumentare del 7% il volume dell’economia europea rispetto alle previsioni economiche generali attuali. Per trasformare un’economia lineare in un’economia circolare, il rapporto McKinsey raccomanda all’Europa un piano d’azione in sei punti, ovvero: passare a energie e materiali rinnovabili; massimizzare l’uso di prodotti tramite la condivisione peer-to-peer di beni di proprietà privata o la condivisione pubblica di pacchetti di prodotti; migliorare le prestazioni e l’efficienza dei prodotti; mantenere componenti e materiali all’interno di cicli chiusi attraverso il riciclaggio; porre l’accento sulla consegna virtuale di servizi pubblici e sostituire i vecchi materiali con materiali rinnovabili.

Il punto forse più importante da tenere a mente è che, una volta introdotti gli incentivi, nuove tecnologie e nuovi modelli di business creeranno inevitabilmente molte più possibilità di economia circolare ancora inimmaginabili.

Gli ostacoli

L’Istituto Copernico di sviluppo sostenibile dell’Università di Utrecht, Deloitte e il governo olandese hanno svolto una ricerca congiunta sugli ostacoli all’adozione su larga scala dell’economia circolare nell’Unione europea. Un sondaggio ha chiesto a dirigenti d’azienda di grandi multinazionali, membri di governi e leader politici di individuare le barriere principali all’adozione dell’economia circolare in aziende, governi, università e ONG. Le barriere più rilevanti sembrano quelle culturali, come la mancanza di interesse e consapevolezza da parte dei consumatori e la forte riluttanza delle imprese ad abbandonare i propri modelli lineari. Tra le barriere di mercato si annoverano i prezzi relativamente bassi del materiale vergine e la necessità di elevati investimenti a monte della filiera per completare la transizione di imprese, governi e famiglie da un’economia lineare a un’economia circolare. A ostacolare i tentativi di economia circolare sono anche le barriere normative. Come prevedibile, invece, non ci sono barriere significative dal punto di vista delle tecnologie. Tuttavia, un rapporto del 2017 del Wuppertal Institute per il clima, l’ambiente e l’energia suggerisce che quella di realizzare un’economia circolare sia un’aspirazione piuttosto utopistica, dal momento che (a detta del rapporto) ciò richiederebbe un utilizzo di energia talmente intenso da diventare incompatibile con gli obiettivi di controllo climatico. Indubbiamente, si tratta di un dilemma complesso che va studiato e chiarito in maggiore dettaglio.

L'economia circolare: e poi?

Joss Bleriot, della Fondazione McArthur, sostiene in modo convincente che la Commissione europea è la principale forza trainante mondiale a spingere per l’adozione su larga scala dell’economia circolare. Le ragioni sono molteplici: anzitutto, in Europa questo tema è sentito con particolare urgenza, in quanto il continente è più povero di risorse naturali rispetto ad altre regioni del mondo e dispone di un territorio molto meno vasto per lo stoccaggio dei rifiuti. Nel 2015, la Commissione ha approvato un pacchetto sull’economia circolare e ha annunciato lo sviluppo di un quadro di monitoraggio sulla sua attuazione. Il pacchetto che ne è risultato intende contribuire a una serie di priorità politiche in materia di cambiamento climatico e ambiente, promuovendo al contempo la creazione di posti di lavoro, la crescita economica, gli investimenti e la giustizia sociale. Il quadro di monitoraggio della Commissione comprende 10 indicatori che coprono le varie fasi dell’economia circolare ed è uno strumento fondamentale per misurare i progressi compiuti. Gli obiettivi specifici del Piano comprendono il dimezzamento dello spreco alimentare entro il 2030 e la riduzione dei rifiuti marini, definendo al contempo una strategia per la riciclabilità della plastica e una revisione della normativa sui fertilizzanti.

Non c’è dubbio che quello dell’Europa debba diventare un modello di impegno globale. È inoltre evidente la necessità che Stati Uniti, Cina, India e altri grandi paesi in via di sviluppo si uniscano a tale impegno. Il professor Seeram Ramakrishna dell’Università nazionale di Singapore osserva che nel corso degli ultimi cinque decenni l’umanità ha consumato più risorse naturali che nei 30.000 anni precedenti e ha generato più rifiuti che in tutta la storia dell’uomo, mentre il consumo di cibo e beni continua ad aumentare. A suo avviso, l’economia circolare, con l’accento che pone sul massimo sfruttamento del valore delle risorse e sul recupero e riciclo dei materiali usati, offre l’opportunità migliore per un futuro più sostenibile. Difficile non essere d’accordo.

L'autore: Moisés Naím

Moisés Naím è senior associate del Carnegie Endowment for International Peace, in seno al quale si occupa di ricerca economica e di politica internazionale. È autore e curatore di oltre 10 libri, tra cui ultimamente "The End of Power: From Boardrooms to Battlefields and Churches to States, why being in charge isn’t what it used to be" (Basic Books, 2013). Naím è capo editorialista internazionale di El País, e la sua rubrica settimanale viene pubblicata in tutto il mondo. Prima di iniziare la collaborazione con il Carnegie Endowment, Naím è stato capo redattore della rivista Foreign Policy per quattordici anni. Ha ricoperto vari incarichi pubblici, tra cui quello di Ministro dello Sviluppo del Venezuela (Fomento) agli inizi degli anni ‘90, direttore della Banca Centrale del Venezuela e direttore esecutivo della Banca Mondiale. Ha inoltre insegnato economia e amministrazione aziendale ed è stato direttore accademico presso l’IESA, il maggiore istituto di studi di amministrazione del Venezuela. Possiede una laurea e un dottorato (PhD) conseguiti presso il Massachusetts Institute of Technology.