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Il ruolo della politica per una società più sostenibile

L'economia circolare deve diventare il punto centrale del nostro modo di pensare a livello di città, di nazione e su un piano internazionale.

di Liz Goodwin
30 ottobre 2018
17 min di lettura
diLiz Goodwin
30 ottobre 2018
17 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 40 – Safe & Circular. Leggi il magazine

Sono da tempo una sostenitrice dell’economia circolare, un’espressione che tuttavia non risulta di immediata comprensione. Dobbiamo trovare delle strade significative per coinvolgere le persone nella ricerca di modalità con cui utilizzare le risorse in modo assennato: selezionare con cura, usare solo ciò di cui abbiamo bisogno, continuare a utilizzare i materiali per il maggior tempo possibile e riciclare o recuperare ciò che si può. Ogni cosa dovrebbe essere trattata come una risorsa preziosa, che si tratti di carta, plastica, vetro, metalli o altri materiali più rari. È stato dimostrato che questo approccio più circolare apporta notevoli benefici, creando posti di lavoro, migliorando il modo in cui vengono impiegate le risorse e sostenendo l’economia. L’economia circolare può agire a diversi e molteplici livelli: a livello internazionale, ad esempio quando sono coinvolte catene di approvvigionamento internazionali, a livello nazionale, a livello cittadino e anche su un piano ancora più locale. Ed è importante riconoscere i diversi ruoli svolti dai decisori politici, dalle imprese, dai singoli e dalle comunità. Ai decisori politici spetta un compito rilevante nel fornire il quadro di riferimento all’interno del quale le aziende possono operare, che definisce il contesto per i processi decisionali, la pianificazione e le attività aziendali. Le aziende devono pertanto muoversi all’interno del quadro di riferimento politico, applicando principi circolari e godendo dei benefici che ne derivano.

Vediamo un paio di esempi che illustrano questo concetto. In primo luogo, a livello di città, esaminando i progressi e il lavoro svolto sul piano politico per sviluppare un’economia più circolare a Londra, e in secondo luogo analizzando i passi compiuti nel settore alimentare e delle catene di approvvigionamento per rendere i sistemi alimentari più efficienti e ridurre le perdite e gli sprechi alimentari.

La Route map di Londra vale 2,8 miliardi di sterline

Nel giugno 2017, il London Waste and Recycling Board (LWARB), di cui sono Presidente, ha lanciato la sua Circular Economy Route Map, una tabella di marcia mirata ad accelerare il processo di transizione di Londra verso la trasformazione in una città circolare.
Londra sta crescendo a ritmo sostenuto. Secondo le proiezioni, entro il 2050 la popolazione della capitale del Regno Unito supererà gli 11 milioni di abitanti e affinché Londra sia in grado di adattarsi e crescere, sarà fondamentale adottare un approccio più flessibile e sostenibile per quanto riguarda i prodotti, gli alloggi, gli spazi per gli uffici e le infrastrutture essenziali.
Entro il 2036 l’economia circolare potrebbe apportare a Londra dei benefici netti del valore di almeno 7 miliardi di sterline annui nei settori delle costruzioni, dei prodotti alimentari, tessili, elettrici e della plastica, oltre a 12.000 posti di lavoro netti nei campi del riutilizzo, della rigenerazione e dell’innovazione dei materiali.
La Route map raccomanda una serie di azioni rivolgendosi a un ampio spettro di stakeholder, che comprende il mondo dell’istruzione superiore, del digitale e delle comunità, così come le aziende e le imprese sociali di Londra e il suo fiorente settore finanziario. Alcuni di questi stakeholder hanno già garantito il loro impegno ad attuare le azioni proposte, ma il LWARB sta cercando di coinvolgerne altri affinché contribuiscano a rendere Londra una città dove le attività improntate a un’economia circolare possano prosperare.
La Route map è un documento orientato all’azione, sviluppato in collaborazione con gli stakeholder di Londra. Un’analisi economica di questa tabella di marcia ha stimato che le azioni previste possono contribuire per 2,8 miliardi di sterline al potenziale complessivo individuato in 7 miliardi di sterline.

Parallelamente alla Route map, nel giugno 2017 la Greater London Authority (GLA) ha pubblicato una versione aggiornata della Responsible Procurement Policy, la sua politica sull’approvvigionamento responsabile. Questo documento consiste in una politica strategica di alto livello che delinea i piani, le ambizioni e gli impegni del Gruppo GLA per assicurare il miglioramento continuo di Londra e che sarà implementata in tutte le attività di approvvigionamento del Gruppo a supporto all’attuazione degli impegni assunti e delle relative strategie formulate dal Sindaco. Per la prima volta, la politica fa riferimento all’economia circolare.

Sempre nel 2017, il GLA ha pubblicato la London Environment Strategy, la sua strategia ambientale per Londra, che affronta le tematiche inerenti a qualità dell’aria, infrastrutture “verdi”, energia e mitigazione del cambiamento climatico, sprechi, adattamento al cambiamento climatico, rumore ambientale e transizione verso un’economia circolare a basse emissioni di carbonio.

Entrambi questi documenti di natura politica rivestono una significativa importanza nel dimostrare l’impegno del Sindaco di Londra nei confronti dell’economia circolare e dei benefici che può apportare.

Il quadro politico creato dal GLA fornisce il contesto in cui le aziende e altri soggetti prendono decisioni su investimenti, strategie e piani. Vi saranno sempre aziende lungimiranti capaci di una visione a lungo termine, ma molte altre necessitano di un quadro politico che le indirizzi nella direzione giusta.

L’economia circolare deve diventare il punto centrale del nostro modo di pensare, non solo a livello di città, ma anche di nazione e su un piano internazionale. Tanto i decisori politici quanto le aziende sono chiamati a svolgere un ruolo a tutti tali livelli. Numerose aziende operano su mercati internazionali e si servono di catene di approvvigionamento globali, pertanto i confini nazionali non dovrebbero rappresentare una barriera nel loro approccio.

In Europa, è incoraggiante assistere all’evoluzione del Pacchetto sull’economia circolare dell’Ue e agli impegni e orientamenti che ne conseguiranno.

È inoltre importante che i governi non pensino soltanto agli impatti che si produrranno all’interno dei propri confini, ma considerino anche gli effetti associati ai beni e ai servizi importati (ed esportati). Uno dei punti deboli dell’attuale legislazione e relative azioni in materia di cambiamento climatico è il fatto che si concentrano sugli impatti all’interno dei confini nazionali, trascurando pertanto di fornire uno stimolo a considerare le implicazioni a livello di cambiamento climatico della produzione che avviene all’estero e che si traduce in prodotti successivamente importati e consumati all’interno del paese.

Di conseguenza, gli obiettivi sulle emissioni del Regno Unito puntano ad adempiere gli obblighi assunti attraverso gli accordi sul cambiamento climatico, ma sono esclusivamente focalizzati sulla riduzione e sul monitoraggio delle emissioni all’interno del territorio nazionale. Il fatto che una grande parte della produzione sia stata trasferita all’estero significa che non abbiamo un quadro reale delle emissioni di cui il Regno Unito è responsabile (o di cui dovrebbe assumersi la responsabilità), vale a dire delle emissioni associate al consumo di beni e servizi da parte della popolazione britannica.

Le perdite di prodotti alimentari

Quello degli sprechi alimentari è un altro ambito in cui la politica ha un ruolo di primo piano da svolgere, ma è solo una parte del quadro d’insieme. Tutti noi, famiglie, comunità e aziende, siamo chiamati a partecipare alla ricerca di soluzioni a questo problema.

Le perdite e gli sprechi di prodotti alimentari si verificano lungo tutta la catena di approvvigionamento fino al loro arrivo presso il grossista o il negoziante, per proseguire poi nelle nostre case, nei ristoranti, negli alberghi, negli ospedali o in altri ambienti comunitari. Tutto ciò costa denaro, causa emissioni di gas serra, spreca risorse come acqua e terra e comporta conseguenze sociali nocive.

In termini di politiche, le attività si stanno moltiplicando. In ambito internazionale, l’ONU ha riconosciuto l’importanza di questo problema stabilendo l’Obiettivo di sviluppo sostenibile 12.3, che mira a dimezzare gli sprechi alimentari pro capite a livello di vendita al dettaglio e di consumatori e a ridurre le perdite alimentari lungo le catene di produzione e approvvigionamento entro il 2030. A livello regionale, troviamo un esempio significativo di sviluppo di politiche nel lavoro svolto nell’Ue, dove ora è presente un obiettivo di riduzione degli sprechi alimentari e di impegno da parte degli Stati membri a monitorare e segnalare gli sprechi alimentari a partire dal 2022. Questa attività di monitoraggio fornirà informazioni preziose che consentiranno di mettere in luce e agire sui punti critici degli sprechi di prodotti alimentari. Oltre a condurre queste misurazioni, l’Ue ha cercato chiarire e facilitare agli Stati membri il compito di incoraggiare la donazione e ridistribuzione del cibo.

Un esempio di sviluppo di una politica a livello nazionale è rappresentato dalla National Food Waste Strategy pubblicata dal governo australiano in novembre 2017, che fornisce un quadro di riferimento per sostenere azioni volte a raggiungere l’obiettivo, fissato nel 2016, di dimezzare gli sprechi alimentari in Australia entro il 2030.

Infine, tra gli esempi a livello cittadino possiamo citare Dubai, che ha adottato un approccio a tolleranza zero agli sprechi alimentari, Londra, che si è impegnata a ridurre gli sprechi alimentari del 50 percento entro il 2030, e Buenos Aires, dove è stato lanciato un programma per ridurre gli sprechi in tutta la città.

Questa struttura gerarchica di politiche è importante e offre un utile quadro di riferimento per intraprendere delle azioni. Occorre tuttavia che un numero maggiore di Stati traduca gli obiettivi internazionali in obiettivi e programmi d’azione specifici per il proprio Paese. Parallelamente, è necessario che tutte le aziende intervengano nei vari passaggi delle catene di approvvigionamento, in un’ottica collaborativa, con lo scopo di massimizzare l’efficacia delle catene e ridurre gli sprechi complessivi.

Analizziamo in maggiore dettaglio il problema delle perdite e degli sprechi alimentari. Sappiamo che nel Regno Unito una famiglia media con figli ogni anno spreca circa 700 sterline acquistando prodotti alimentari che non vengono consumati. Le cifre sono probabilmente simili nella maggior parte dei Paesi sviluppati di tutto il mondo, e i livelli degli sprechi alimentari nelle famiglie dei Paesi in via di sviluppo stanno crescendo proporzionalmente all’aumentare del benessere economico della popolazione e al diminuire dei prezzi dei prodotti alimentari.

Questo aspetto richiede una riflessione più attenta. È naturale che la gente cerchi un maggiore benessere economico, ma come possiamo far crescere la classe media senza perdere il nostro collegamento con il cibo e il suo valore?

Le perdite alimentari nella catena di approvvigionamento rappresentano un costo sia per le aziende che per gli agricoltori e, sebbene molte aziende se ne stiano rendendo conto e stiano iniziando a intervenire, dobbiamo migliorare la nostra capacità di misurare l’impatto degli sprechi e intraprendere delle azioni mirate. Ecco perché il rapporto “The Business Case for Reducing Food Loss and Waste”, redatto a cura del Waste and Resources Action Programme (WRAP) e del World Resources Institute (WRI), è importante. Il suo obiettivo è quello di dimostrare questa tesi sfruttando le buone pratiche di una serie di aziende. La conclusione principale scaturita dal rapporto è che l’azienda mediana aveva un ritorno pari a 14:1 sull’investimento effettuato per ridurre gli sprechi alimentari.

Tutto ciò riveste un’importanza vitale se vogliamo contrastare il cambiamento climatico. I rifiuti alimentari producono immense quantità di emissioni di gas serra; basti pensare che i rifiuti alimentari risultano al terzo posto tra i maggiori responsabili delle emissioni, dopo Cina e Stati Uniti e appena prima di India e Russia.

Lo spreco dell'acqua e dei terreni

Anche l’acqua è messa in pericolo dai sistemi alimentari e dagli sprechi che ne conseguono: quando sprechiamo del cibo, sprechiamo l’acqua utilizzata nella sua produzione. Questo aspetto potrebbe non sembrare importante in Paesi in cui vi è abbondanza d’acqua, ma diventa rilevante quando molti dei prodotti alimentari che acquistiamo sono stati coltivati in Paesi con problemi di scarsità d’acqua.  Agli sprechi alimentari corrispondono anche sprechi dei terreni utilizzati per la coltivazione o il pascolo e, man mano che una popolazione cresce, cresceranno anche le pressioni sullo sfruttamento della terra.

Inoltre le perdite e gli sprechi alimentari producono degli effetti sul piano sociale, che vanno dall’agricoltura di sussistenza, in cui gli agricoltori lavorano per produrre solo il necessario per l’autoconsumo, fino alle famiglie dei Paesi sviluppati che non sanno cucinare e adottano regimi alimentari non salutari a base di cibi confezionati e piatti pronti.

Esistono reali opportunità, e fondate ragioni, perché dunque tutti noi riduciamo le perdite e gli sprechi di cibo e rendiamo la nostra produzione e il nostro uso degli alimenti quanto più efficienti possibile. Questo andrà a vantaggio delle nostre finanze, del nostro ambiente e della nostra salute.

Ma ridurre gli sprechi alimentari non è sempre facile. Una volta che siamo motivati a cambiare, i passi da compiere per migliorare le cose sono semplici, ma prima abbiamo bisogno della motivazione. Per le aziende può essere sufficiente comprendere l’argomentazione finanziaria. Per le famiglie, trovare l’incentivo che spinga ad agire può essere più complicato, in quanto i soli aspetti finanziari potrebbero non bastare. Qualunque sia la motivazione, la gente deve essere facilitata a cambiare.

Il lavoro intrapreso per contrastare gli sprechi alimentari nel Regno Unito nei primi tempi ha compiuto grandi passi, ma di recente ha rallentato il ritmo.

Se vogliamo dimezzare gli sprechi alimentari entro il 2030, dobbiamo concentrarci sulle cause profonde che ne sono alla base:

- Abbiamo perso di vista il valore che le precedenti generazioni attribuivano al cibo. Perché è accaduto? E come possiamo porvi rimedio?

- Siamo costantemente di corsa e la struttura delle nostre famiglie fa sì che non sempre riusciamo a sederci e mangiare insieme o addirittura a mangiare la stessa cosa.

- Le generazioni più giovani hanno perso le conoscenze e competenze di base sul cibo e su come cucinarlo. È fin troppo facile affidarsi alla data stampata sull’etichetta per stabilire quando un prodotto è andato a male, invece di usare la vista e l’olfatto, come si faceva una volta. 

- Siamo più ricchi e quindi possiamo permetterci di sprecare più cibo.

 

Naturalmente una certa quantità di scarti, come bucce, ossa e altre parti non commestibili, sarà sempre inevitabile; ci servono quindi dei modi efficaci per gestire gli scarti alimentari in modo da potere recuperare il più possibile da essi. È a questo punto che intervengono la raccolta differenziata dei rifiuti alimentari domestici e il trattamento mediante digestione anaerobica e compostaggio.

Il vantaggio del compostaggio è che permette di ottenere un prodotto (digestato o compost) che può successivamente servire per restituire dei nutrienti al terreno, contribuendo a chiudere il cerchio e migliorare la qualità del terreno. Come potranno confermarvi gli esperti, non si dovrebbero sottovalutare i benefici di tale operazione. In numerose zone, come nella regione dell’Anglia Orientale, le condizioni del terreno destano serie preoccupazioni e gli agricoltori devono trovare dei modi per ricreare un equilibrio nella terra in cui coltiviamo il nostro cibo.

E nel caso della digestione anaerobica, viene inoltre prodotta dell’energia utilizzabile localmente o che può essere immessa nella rete. Pertanto questi processi svolgono una funzione significativa nel contribuire a sviluppare un’economia più circolare.

Conclusioni

In questo articolo ho cercato di guardare l’economia circolare da due diverse angolature, dalla prospettiva delle città e da quella del settore alimentare. Abbiamo di fronte delle sfide concrete che devono essere superate, e la politica ha un ruolo importante da svolgere, così come le aziende e tutti noi in quanto singole persone e membri di comunità. Nel complesso sono ottimista riguardo al futuro e sono convinta che stiamo via via affinando la nostra comprensione dei problemi, delle complessità e delle interconnessioni. Siamo sempre meglio equipaggiati per attuare dei rimedi, e questa è una delle ragioni che mi spingono a lavorare in questo settore. È una questione di estrema importanza tanto per le singole persone che per il pianeta, ma dove, con uno sforzo collettivo, possiamo compiere concreti progressi.

 

L’autore: Liz Goodwin

Chimico per formazione, Liz Goodwin è stata fino al 2016 CEO della società di consulenza britannica WRAP sull’economia sostenibile per poi entrare a far parte del World Resource Institute (WRI) come Senior Fellow e Director of Food Loss and Waste.