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Un cambio di rotta collettivo

Abbattere le emissioni nocive attraverso l'abbandono dei paradigmi di economia lineare implica un'azione concertata tra mercati e legislatori affinché convenga sempre più convertirsi alla circolarità.

di Mari Pantsar
05 febbraio 2020
14 min di lettura
diMari Pantsar
05 febbraio 2020
14 min di lettura

La pubblicazione del rapporto speciale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), “Global Warming of 1.5°C” (Riscaldamento globale di 1,5°C), ha contribuito ad alimentare l’intenso dibattito su come colmare il divario tra l’attuale politica climatica e l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius. Gran parte del dibattito si concentra su come raggiungere un’altra finalità, a lungo termine, dell’accordo di Parigi: un’economia con emissioni nette pari a zero. La questione è della massima urgenza e le decisioni di investimento prese a livello globale nei prossimi quattro anni saranno assolutamente decisive per la mitigazione dei cambiamenti climatici.

Finora il dibattito politico e le varie tabelle di marcia proposte si sono concentrate sull’aumento dell’efficienza energetica e sull’impiego di fonti a basse emissioni di carbonio. Ovviamente, entrambe le misure sono cruciali; tuttavia, quando si tratta dell’industria, una delle principali fonti di emissioni, offrono solamente una soluzione parziale. Per limitare la notevole quantità di emissioni derivanti dalla produzione di materiali come l’acciaio, il cemento, la plastica e l’alluminio, sono necessarie ulteriori strategie.

Il percorso dal modello lineare a quello circolare

Il nostro attuale modello economico può essere descritto come lineare. Ciò significa che continuiamo a estrarre materie prime per produrre sempre più prodotti con una durata di vita sempre più breve, al termine della quale vengono semplicemente smaltiti. Su un pianeta di 7,7 miliardi di persone, con livelli di consumo di massa in continuo aumento, la transizione verso un’economia circolare è inevitabile. In un tale sistema economico, i rifiuti vengono eliminati il più possibile e, qualora non fosse possibile, trasformati in preziose risorse e materie prime. I cicli di vita dei prodotti vengono prolungati e i loro tassi di utilizzo massimizzati, per esempio tramite modelli di business che grazie a piattaforme digitali si concentrano sulla condivisione e sull’affitto di beni e servizi. Il riciclaggio e il riutilizzo dei prodotti diventerà una pratica corrente. In realtà, l’economia circolare non si limita a riciclare. Si tratta in effetti di un modello economico nuovo, sostenibile e vitale, in cui il consumo si basa su un maggiore utilizzo di servizi grazie a condivisione, noleggio e riciclo, invece che sul possesso di beni. Secondo uno studio condotto dall’istituto di ricerca finlandese Sitra, Material Economics e dalla Fondazione europea per il clima (2018), un maggior tasso globale di riciclo relativo a quattro materiali (acciaio, plastica, alluminio e cemento) contribuirebbe in misura notevole al raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima. Un approccio circolare potrebbe ridurre le emissioni industriali dell’Unione europea (UE) del 56 percento (300 Mt) all’anno entro il 2050, ovvero di più della metà di quanto necessario per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette. A livello globale, le riduzioni potrebbero raggiungere i 3,6 miliardi di tonnellate all’anno nello stesso periodo. L’industria è responsabile del 24 percento delle emissioni globali di CO2, una quota pari a 37 miliardi di tonnellate nel 2017 (vedi infografica).

Se desideriamo rispettare gli impegni dell’accordo di Parigi, l’economia futura dovrà includere modelli di business circolari: maggiore riciclo e ricircolo dei materiali e prodotti molto più efficienti sotto tale punto di vista. A livello globale, i governi e le aziende devono porre la circolarità, favorita dai progressi della tecnologia digitalizzata, al centro delle loro strategie di innovazione industriale con l’obiettivo di raggiungere zero emissioni nette entro il 2050.

Come raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni in quattro mosse

Per sfruttare al massimo il potenziale dell’economia circolare, è necessario un quadro normativo intelligente che preveda almeno i quattro punti seguenti.

1. Tracciare una linea di azione definita per riconoscere il potenziale dell’economia circolare come catalizzatore fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi climatici.

Nell’attuale politica climatica o industriale, il potenziale di un approccio circolare per il raggiungimento degli obiettivi climatici è tutt’altro che riconosciuto. Attualmente, i piani d’azione per il clima a livello internazionale, nazionale o locale non fanno alcun riferimento a un’agenda generale. Pertanto, come primo passo, occorre concentrarsi su decisori politici, società civile, ricercatori e dirigenti d’impresa. I responsabili della definizione delle politiche di governance, a tutti i livelli, possono contribuire a mettere in chiaro che l’intenzione, o piuttosto la necessità, è quella di integrare la circolarità in tutti gli aspetti della politica climatica e industriale dell’UE.

2. Creare un quadro di riferimento: dalla ricerca finanziata con fondi pubblici alle infrastrutture e ai riferimenti normativi.

Sarà soprattutto il settore privato a impostare nuovi modelli di economia circolare: dalle aziende che producono materiali di largo consumo alle imprese di costruzione, dai distributori di beni di consumo fino alle imprese di gestione e riciclo dei rifiuti. Detto questo, il settore pubblico continuerà a svolgere un ruolo fondamentale, determinando il panorama imprenditoriale, le infrastrutture, i quadri politici e gli incentivi che aiutano, incoraggiano e facilitano l’azione privata. Uno degli elementi essenziali per compiere questo passo è stimolare l’innovazione. Lo sviluppo tecnologico sta rendendo le misure di circolarità più praticabili e vantaggiose che mai. Le opportunità di aumentare le entrate e il valore aggiunto sono innumerevoli: piattaforme per il car-sharing; programmi per veicoli autonomi; selezione dei rottami metallici basata su sensori; tracciamento automatico dei flussi di materiali negli edifici; marcatura chimica dei diversi tipi di plastica per semplificare smistamento e riciclaggio; automazione dei processi di costruzione; smontaggio automatico di prodotti complessi; tecnologie di riciclaggio chimico; metodi di rimozione del rame dall’acciaio, l’elenco è infinito.

Le aziende abbastanza lungimiranti e veloci da cogliere queste opportunità diventeranno i futuri leader globali. E mentre molte imprese potrebbero non essere ancora pronte a fare grandi investimenti in queste innovazioni, il settore pubblico può accelerare il processo finanziando la ricerca e lo sviluppo, incoraggiando e dando l’esempio nella fase di adozione iniziale. Per consentire opportunità di economia circolare, potrebbe anche essere necessario modificare o introdurre legislazioni e regolamentazioni ad hoc. Come sempre, occorre considerare e analizzare attentamente tutti gli approcci normativi per garantire un giusto equilibrio tra i diversi obiettivi e le parti interessate.

Per esempio, nella gestione dei rifiuti, sono molte le norme da prendere in considerazione: come gestire gli incentivi attuali e futuri per l’incenerimento dei rifiuti; l’impatto degli additivi e delle sostanze tossiche nel riciclo delle materie plastiche; le politiche che determinano quando un rifiuto cessa di essere tale, che spesso possono impedire o ostacolare il commercio di materiali secondari e come garantire chiarezza riguardo alla proprietà e all’accesso ai materiali a fine vita. Dovrebbero inoltre essere incoraggiati gli sforzi per concordare norme riconosciute a livello internazionale per la proprietà e l’uso di materiali secondari.

3. Garantire condizioni paritarie per disincentivare la produzione di rifiuti e migliorare la redditività degli investimenti in modelli circolari.

Le condizioni di mercato attuali favoriscono la produzione di rifiuti a scapito dell’efficienza dei materiali e del riutilizzo. Per migliorare la redditività dei modelli commerciali circolari, devono cambiare gli incentivi finanziari. Il fatto che così tante iniziative, nonostante le opportunità a costo zero e, quindi, chiaramente vantaggiose dal punto di vista economico, non siano ancora state realizzate indica che le misure politiche esistenti nell’UE, come la determinazione del prezzo del carbonio, non sono sufficienti. I materiali presi in considerazione sono commodity scambiate a livello internazionale, il che rende difficile l’introduzione unilaterale, da parte dell’UE, di prezzi del carbonio tali da raggiungere i livelli necessari a garantire riduzioni significative delle emissioni, sia sul lato dell’offerta sia su quello della domanda. Ma anche fissare prezzi del carbonio elevati potrebbe non essere sufficiente, dato che molti degli ostacoli che impediscono di ridurre le emissioni non sono di natura finanziaria. Le regolamentazioni di settori chiave come quello edile e della gestione dei rifiuti potrebbero favorire la circolarità ma, in realtà, spesso sortiscono l’effetto contrario. Pertanto, anche se la fissazione dei prezzi del carbonio può costituire un primo passo, i decisori politici devono fare molto di più per sfruttare l’intero potenziale dell’economia circolare. Una questione cruciale è come incentivare al meglio i produttori a tenere conto dell’impatto ambientale dei materiali e del tipo di progettazione prescelta una volta che i prodotti si avviano alla fine del loro ciclo di vita. Fino ad oggi, l’approccio principale è stato quello di incoraggiare la “responsabilità estesa del produttore”, ma, in pratica, ciò fornisce pochissimi incentivi alla modifica del design dei prodotti. Di conseguenza, rimangono numerose inutili esternalità e, su scala globale, occorre poter pensare ad approcci più creativi per risolvere questa anomalia.

4. Agire a livello governativo in una serie di settori, in particolare laddove i governi sono decisivi nel determinare i risultati.

I governi possono essere i principali catalizzatori di una transizione verso procedimenti più circolari. Per esempio, il settore pubblico è tra i maggiori fornitori e fruitori di servizi di mobilità, possiede e gestisce gran parte del patrimonio immobiliare edificato ed è grande utilizzatore di prodotti ad alta intensità di materie prime. Ciò significa che i governi, a tutti i livelli amministrativi, si trovano in una posizione ideale per spingere il mercato verso un’economia più circolare attraverso i propri investimenti e acquisti.

I governi coordinano inoltre le fasi di progettazione, sviluppo e gestione delle aree edificate e delle infrastrutture di trasporto. Ciò è particolarmente vero se si considera il tipo di decisioni prese a livello delle singole città in tutto il mondo. Una priorità è garantire che i sistemi di trasporto pubblico siano integrati con sistemi di car-sharing e bike-sharing. Inoltre, la pianificazione urbana influenza gli edifici: come vengono costruiti, quali materiali vengono utilizzati e come vengono riscaldati e raffreddati. Considerando l’ampio potenziale di riduzione dei materiali, è vitale che l’efficienza di questi ultimi e l’uso flessibile del patrimonio edilizio di una città, di una regione o di un’intera nazione siano considerati alla stessa stregua di fattori più “tradizionali” come la possibilità di nuova occupazione o le questioni sociali. Gli appalti pubblici sono un altro settore su cui riflettere. L’impegno a considerare materiali riciclati e riciclabili o strategie più ampie di efficienza dei materiali nelle decisioni di acquisto potrebbe contribuire a stimolare i mercati emergenti. Come per tutti gli altri suggerimenti citati, sono necessari ulteriori progressi e valutazioni, ma tutti sono economicamente fattibili e a portata di mano dal punto di vista tecnologico.

Il pianeta ha bisogno di un cambiamento sistemico

Si dice spesso che la transizione verso un’economia circolare richieda un cambiamento “sistemico”, ritenuto difficile se non del tutto irrealizzabile. In realtà il cambiamento è necessario, e un recente rapporto dell’IPCC invita a una trasformazione radicale. Ma ciò che è confortante ed entusiasmante, in questo senso, è che esistono provvedimenti meno elaborati e più gestibili che, uniti a una visione chiara e ambiziosa per il futuro e una forte volontà politica, potrebbero scatenare un’ondata di innovazione e nuovi investimenti che andranno a beneficio delle generazioni future.

Occorre un cambiamento di mentalità profondo, eppure allo stesso tempo contenuto, per rendersi conto che l’economia circolare non è solo una questione ambientale o un mezzo per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Un tale modello economico può, in effetti, offrire enormi opportunità per le imprese, i governi e l’intera società, fornendo alle aziende un significativo vantaggio competitivo attraverso un uso più efficiente dei materiali e la riduzione al minimo della dipendenza dalle materie prime originarie. È questa, senza ombra di dubbio, la strategia vincente.

L'autore: Mari Pantsar

È direttrice del fondo finlandese per l’innovazione Sitra, specializzato sui temi dell’economia circolare. Dopo aver lavorato per il gigante del riciclo UPM, ha ricoperto posizioni pubbliche e private nel settore delle tecnologie pulite. Ha guidato, tra le altre cose, il programma di strategia cleantech del governo finlandese. È docente all’Università di Helsinki e all’Università di Tecnologia di Lappeenranta.