mascherina pandemia coronavirus

La circolarità delle mascherine

Alcune soluzioni per riciclare la protezione più comune per contrastare il diffondersi della pandemia.

di Davide Perillo
03 maggio 2021
12 min di lettura
di Davide Perillo
03 maggio 2021
12 min di lettura

Centrotrenta miliardi di pezzi al mese. Oppure, se preferiamo, 180 milioni ogni ora, nel mondo. Moltiplichiamoli per la durata della pandemia a oggi, per l’incognita di un futuro in cui, vaccini o no, continueremo a indossarle a lungo, e avremo numeri capaci di mettere i brividi, quanto e più delle immagini che ormai vediamo di continuo. Le mascherine usa e getta, benemerita arma di difesa globale contro il Covid, stanno diventando un problema enorme per l’ambiente. Ne usiamo a valanghe, poco meno di un miliardo al mese solo in Italia, stima il Politecnico di Torino; ma non riusciamo a smaltirle tutte attraverso il percorso normale. Basta guardarsi attorno per vedere quante sfuggono all’inceneritore e finiscono buttate per strada, nei parchi, negli oceani. Se poi abbiamo voglia di fare altri conti, moltiplichiamo il tutto per i 450 anni necessari a una mascherina per decomporsi (è fatta in gran parte di polipropilene), avremo un quadro completo di quella che ormai è un’emergenza per l’ecosistema, oltre che per la salute.

Non è solo una questione di quantità e diffusione: è proprio la natura dei famosi dispositivi di protezione a renderli difficili da gestire. Monouso, e per di più a rischio infezione, vanno trattati quasi alla stregua di rifiuti pericolosi. Non a caso, i primi tentativi di ridurne un uso così massiccio prendevano il problema dalla parte del virus: "Non possiamo farne a meno? Sterilizziamole, così si possono riutilizzare come le mascherine di stoffa". Tentativo nobile, corroborato da esperimenti e prototipi (uno dei più avanzati lo ha prodotto la De Lama, azienda italiana specializzata nelle macchine per il trattamento di materiale ospedaliero), ma complicatissimo da mettere in pratica.

Plaxtil, la start-up francese

Ora, un po’ alla volta, si stanno provando altre strade basate sull’economia circolare. Riciclare le mascherine non è semplice. Sono fatte di materiali composti, i più difficili da gestire e il rischio che siano infette pone ostacoli a qualsiasi trattamento. Ma a più di un anno dall’inizio della pandemia, qualche segnale inizia a vedersi. Per esempio dalla Plaxtil, una piccola start-up di Châtellerault, comune della Nuova Aquitania francese. Nata due anni fa per lavorare sul riciclo del tessile, è diventata famosa di colpo a fine estate scorsa, quando ha annunciato di aver trovato un sistema per riciclare le mascherine usa e getta. E per trasformare il problema in un’opportunità, un modo per "uscire da un circuito puramente lineare", come ha detto alla Nouvelle Republique Jean-Marc Neveu, uno dei fondatori dell’azienda: "Per affrontare questioni del genere, bisogna ripensare funzioni e uso dei prodotti e riequilibrarne la catena di vita".

Tradotto nel progetto Plaxtil, vuol dire raccogliere le mascherine usate in postazioni posizionate strategicamente nei centri commerciali o nelle farmacie (una cinquantina, per ora) e lasciarle in quarantena per quattro giorni. Poi, dopo l’eliminazione (a mano) del ferretto per la chiusura nasale, vengono frantumate in una macchina speciale e sterilizzate, facendole passare in un tunnel a raggi UV: "Uccidono i virus in 4 secondi, ma noi ce le lasciamo per 25, per essere sicuri al mille per mille", spiega Olivier Civil, co-fondatore dell’azienda.

Il passaggio successivo è la mescola con una resina speciale, per indurire il materiale fino alla consistenza giusta. Da lì in poi, il prodotto entra nel ciclo di lavorazione della plastica, fino alle classiche presse a iniezione. Ne esce anche sotto forma di altri oggetti anti-Covid, come le visiere protettive trasparenti o gli apriporta, piccole pinze di plastica che servono a maneggiare le maniglie senza toccarle. "Siamo riusciti a ricavare anche lanugine di tessuto e ora testeremo la produzione di fibre tessili", ha detto Pascal Mongella, responsabile della produzione, in una delle tante interviste rilasciate ai giornali di mezzo mondo.

Dagli USA, TerraCycle

L’azienda francese però non è l’unica. A battere strade simili c’è anche TerraCycle, multinazionale tascabile del riciclo. Negli Stati Uniti raccoglie maschere, guanti monouso, visiere protettive, in scatole ad hoc, le lascia in quarantena per 72 ore, poi le seleziona e separa i materiali. Il polipropilene viene lavorato per diventare materia prima di altri prodotti: contenitori, tubi, mobili da esterni, ecc. Il metallo delle chiusure viene fuso e torna in circolo. Ma anche l’elastene e la gomma dei guanti finiscono in polvere che può servire a produrre le coperture per i campetti da basket dei playground o addirittura piste di atletica.

Il progetto, per ora, esclude i rifiuti ospedalieri: troppo alto il rischio di contaminazione. Ma si sta allargando a centri commerciali, scuole, università. E ha passato il confine per arrivare in Canada. A Winnipeg, il Red River College ha piazzato le scatole di TerraCycle in giro per il campus, per arginare i danni collaterali causati da quelli che ormai "sono diventati oggetti di uso quotidiano: esci di casa e prendi su chiavi, telefono e mascherina", dice Sara MacArthur, responsabile della Sostenibilità dell’ateneo: "Il risultato è che le ritrovi dovunque. Servono soluzioni".

La canadese Vitacore

Le sta cercando anche un’altra azienda canadese. Si chiama Vitacore, fa base a Burnaby, sobborgo di Vancouver dove si calcola che solo quest’anno almeno 93mila tonnellate di maschere siano destinate alla discarica. Sta testando un sistema simile per "dare una seconda vita non solo alle monouso, ma anche ai respiratori, i dispositivi più pesanti", racconta Mikhail Moore, presidente, a Global News. Raccolte direttamente negli ospedali e in alti punti della città, le mascherine verranno trattate e trasformate in pellet di plastica grezza, riutilizzabile in tanti modi.

La ricerca in Australia

Nell’emisfero opposto invece, si battono altre strade. Letteralmente. Succede in Australia, dove i ricercatori del Royal Melbourne Institute of Technology hanno studiato un sistema per trasformare le mascherine in asfalto. "Servono tre milioni di pezzi per ogni chilometro di strada a due corsie", dice Jie Li, responsabile del team che lavora al progetto. Tradotto in benefici per l’ambiente, vorrebbe dire 93 tonnellate di rifiuti in meno verso le discariche, secondo uno studio pubblicato su Science of the Total Environment.

Un percorso a tappe che, ovviamente, parte dalla raccolta. L’idea è di separare le maschere dagli altri rifiuti "usando getti e barriere d’aria, e sfruttando la loro leggerezza". Poi, risolto il problema della sterilizzazione (si sta studiando la soluzione migliore), le maschere vengono ridotte a strisce da 2 per 0,5 centimetri e aggiunte all’aggregato di cemento riciclato, il composto che serve per fabbricare gli strati inferiori del manto stradale. In percentuale minuscola (dall’1 al 3%), ma sufficiente per "rafforzare il legame chimico tra la particelle che compongono il materiale". Il che, dice Mohammed Saberian, uno degli ingegneri che seguono il progetto, si traduce in "benefici reali in termini di elasticità e aiuto alla compattezza dell’asfalto". Mentre si cercano partner aziendali per i primi test su strada, la sperimentazione si sta allargando alla produzione di calcestruzzo. Un altro tentativo per "dare soluzioni intelligenti e sostenibili a un problema che rischia di diventare irrisolvibile", dice Jie Li.

In Spagna una mascherina ha tante vite

Intanto, nell’attesa di trovare rimedi da portare su scala globale, c’è chi azzarda tentativi più artigianali, ma interessanti. In Spagna, nella Cantabria affacciata sul mare, il consorzio dei farmacisti locali ha organizzato l’operazione Una mascarilla tiene muchas vidas (Una mascherina ha tante vite). Quelle raccolte nei contenitori piazzati nelle 261 farmacie (unica condizione: che non provengano da famiglie con un malato in casa) vengono impacchettate e spedite a un’impresa del posto, che si occuperà di recuperarne i materiali utili. "Non è solo una campagna di riciclo, ma di sensibilizzazione dei cittadini", ha detto ai giornali Jorge de la Puente, dirigente sanitario della regione.

Design coreano

In Corea del Sud, invece, Kim Ha-Neul, studente della Kaywon University of Art and Design di Uiwang, ha avviato per conto suo un progetto ancora più ruspante: raccolta di diecimila mascherine colorate, quarantena di quattro giorni, rimozione di metallo ed elastici e fusione a 300 gradi con una pistola termica, direttamente in uno stampo. Il prodotto finale? Una serie di sgabelli a tre gambe, alti 45 centimetri, esposti in una mostra dell’ateneo. E l’idea di produrre altri oggetti, lanciando "un messaggio forte per l’ambiente".

Mascherine biodegradabili in Svizzera e Australia

Per ora, appunto, sono tentativi. Che vanno assieme all’altro filone seguito da chi cerca soluzioni alternative: lo sviluppo di nuovi materiali. L’Istituto di Tecnologia di Losanna, in Svizzera, sta sperimentando HelloMask, una plastica ricavata al 99 per cento da biomasse. È trasparente, filtra al punto giusto ed è, ovviamente, biodegradabile, ma costa. Così come, per ora, non si ipotizzano produzioni su ampia scala per un’altra idea sbocciata a Brisbane, ancora in Australia. La Queensland University of Technology sta testando un materiale tessuto da scarti della canna da zucchero: le fibre di cellulosa lo renderebbero capace di filtrare le nano particelle fino alle dimensioni dei virus, lasciando una comoda capacità di respirazione. Ma siamo ancora agli inizi di un processo lungo, che richiede investimenti, visione e possibilmente una spinta decisa dai governi, visto che l’emergenza riguarda tutti e che un po’ alla volta ce ne stiamo accorgendo. 

L'autore: Davide Perillo

Giornalista, attualmente si occupa di sostenibilità, temi sociali e Terzo Settore. Ha diretto per 13 anni la rivista Tracce. Membro della redazione del Meeting di Rimini (evento internazionale per il quale ha curato numerosi incontri), è stato caporedattore a Sette, magazine del Corriere della Sera, e ha seguito l’economia per L’Europeo. È laureato in Filosofia e ha un master in Giornalismo.