megalopolis aerial view

In nome della resilienza

Un nuovo mondo dove le città lavorano insieme, per condividere idee, studi, soluzioni operative con l’obiettivo di scoprire nuove strade per la sostenibilità.

di Davide Perillo
13 gennaio 2021
9 min di lettura
di Davide Perillo
13 gennaio 2021
9 min di lettura

L’hanno chiamato Nirmalaya Project, con quel nome che per gli hindu significa: i resti delle offerte fatte al dio Shiva, ma in sanscrito vuol dire anche purezza. Siamo a Pune, in India, dove si festeggia il Ganapati Visarjan, una ricorrenza che all’ambiente lasciava da sempre le stesse conseguenze: fiumi zeppi di plastica, stracci, cartacce.

Grazie al Nirmalaya Project, in quella metropoli di due milioni e mezzo di abitanti da qualche anno la storia è differente: i rifiuti vengono raccolti e destinati al riciclo o allo smaltimento. Non proprio tutti, ma ci si sta lavorando. È solo una parte di un progetto più ampio per potenziare raccolta e recupero, che ha coinvolto in un consorzio, denominato SWaCH, oltre 3.500 wastepickers, raccoglitori di rifiuti della metropoli indiana. Vuol dire dare formazione e un minimo di tutela a chi vive rivendendo quello che ripesca dalla spazzatura. Ma significa anche 70mila tonnellate di rifiuti riciclati ogni anno.

A Cape Town, in Sudafrica, il progetto WISP (Western Cape Industrial Symbiosis Programme) in sei anni di attività, ha permesso di non buttare più in discarica rifiuti per 25mila tonnellate l’anno, grazie all’introduzione dell’economia circolare nelle aziende locali, che hanno usato i rifiuti per produrre energia. Questo ha anche ridotto le emissioni di 309mila tonnellate di gas serra e generato 7 milioni di dollari di risparmi.

Se ci si sposta di altri 11mila chilometri verso sudest, in Nuova Zelanda, si può vedere come il nuovo programma di raccolta differenziata messo in piedi a Christchurch, la terza città del Paese, finisca per produrre 53mila tonnellate di compost all’anno, destinando all’agricoltura quello che invece prima finiva buttato.

Città resilienti

Tre esempi virtuosi da altrettante metropoli, lontanissime per latitudine, cultura e livello di sviluppo economico, ma accomunate da un fatto: appartengono tutte a Resilient Cities Network, l’associazione che ha fatto da volano a questi progetti. È una rete promossa nel 2013 dalla Fondazione Rockefeller, alla quale hanno aderito 97 città di 49 stati in sei continenti. Un progetto nel quale sono stati investiti 164 milioni di dollari. Si va da Accra a Montreal, da Londra a Nairobi. E Atene, Bangkok, Rio, Seul... In totale 220 milioni di abitanti. Le Italiane sono due, Roma e Milano. L’idea di fondo è rendere le metropoli globali più resilienti, quindi capaci di affrontare problemi senza restarne stravolte. Anzi, se possibile, usandoli addirittura come chance per migliorarsi. Proprio come a Pune, Cape Town, Christchurch, o nelle altre decine di programmi promossi grazie al Network.

Resilienza è una parola ampia e adottata in vari campi. In ingegneria, i materiali resilienti sono quelli che non si rompono se vengono schiacciati o deformati. In biologia gli organismi che si auto riparano. Applicata alle metropoli, secondo il Resilient Cities Network si declina così: “… è la capacità di un sistema cittadino –economia, istituzioni, comunità e individui– di sopravvivere, adattarsi e crescere, a prescindere dagli shock acuti o dagli stress cronici a cui è sottoposto”. Là dove gli shock sono gli eventi improvvisi, come un terremoto o un uragano, e gli stress le lacune permanenti, non solo nelle infrastrutture (come le strade, i trasporti, la mancanza di case), ma anche nel tessuto sociale.

L’approccio del Network è cooperativo: “Crediamo nel potere delle città di lavorare insieme”, si legge nei documenti fondativi. Si tratta di creare Cops, come dicono loro, ovvero comunità di pratica. Chi ha problemi simili, si mette insieme e condivide idee, studi, soluzioni operative. Il Network ha uffici a New York, Washington, Londra, Singapore e Città del Messico. Aiuta le città che aderiscono a mettere in piedi una struttura ad hoc collegata alle amministrazioni locali. In genere, il CRO (Chief Resilience Officer), viene nominato i direttamente dai sindaci o dai consigli comunali, e si fissano piani e obiettivi.

Le città stanno facendo progressi, ma è il movimento globale per la resilienza che guadagna forza: sta cambiando le istituzioni e innestando processi nuovi in tutto il mondo. E siamo solo all’inizio

Michael Berkovitz - presidente del Resilient Cities Network

Il Network raggiunge l’Italia

Come quelli che sta mettendo a punto Milano, unica città italiana ad avere un CRO in carica (a Roma la posizione è vacante): si chiama Piero Pelizzaro, 38 anni, vicentino di origine. Il suo lavoro è iniziato nel 2018 “con la valutazione preliminare di resilienza”, racconta “un documento quadro in cui si interpellavano le anime della città –associazioni, imprenditori, realtà sociali– per capire quali fossero i rischi più avvertiti dalla cittadinanza, i punti più caldi su cui intervenire”. La risposta puntava soprattutto sulle infrastrutture (erano accaduti da poco il disastro ferroviario di Pioltello e il cedimento di un ponte autostradale) e sul clima, con quelle ondate di calore diventate abituali. Da lì, sono partiti vari lavori: il tracciamento di un profilo climatico locale dettagliato. Una mappatura delle isole di calore che si formano in città “fatta, tra l’altro, collaborando con l’Osservatorio di Atene, una delle città del Network”. Un progetto confluito nelle linee guida del nuovo Piano Generale del Territorio, dove “sono stati inseriti elementi di verde obbligatori nei nuovi edifici: tetti e pareti, verticali o perimetrali. Un edificio che è in grado di rinfrescare l’esterno, o non riscaldarlo, ha un impatto positivo su tutto. E se pensa che una quota molto alta del mercato immobiliare italiano gira attorno alla città metropolitana di Milano, si capisce bene che cambiamenti ne verranno fuori. Culturali, ma anche ambientali e sociali”.

E ancora: il progetto Forestami, “…tre milioni di alberi da piantare entro il 2030, programma simile a quelli di Melbourne e Manchester e nato anche grazie a gruppi di lavoro con queste città, oltre che con Buenos Aires, Parigi, Quito”. O il Milan School Oasis, un’iniziativa che ricalca idee simili già sviluppate a Barcellona, Parigi e Atene: “Le scuole sono l’edificio pubblico più prossimo alla gente e a Milano ne abbiamo circa 500”, dice Pelizzaro: “Stiamo pensando a come inserire nella loro riqualificazione la creazione di zone verdi o sale rinfrescate, che possano fare da riparo estivo per gli anziani. Durante le ondate di calore non puoi dirgli di andare a camminare al parco. Ma se gli offri dei luoghi freschi dove ritrovarsi, è un aiuto grande. Perché non sfruttare le scuole anche quando sono chiuse?”.

Sono solo esempi, ma bastano a dare un’idea di come il Network generi davvero “una collaborazione trasversale molto concreta”, come la chiama Pelizzaro. Che non è stata bloccata neanche dal Covid, anzi. Se è vero che con la pandemia le città coinvolte hanno dovuto rivedere le loro strategie di resilienza, è altrettanto vero che “in tanti casi, più che stravolgere le priorità, ha accelerato certe tendenze già individuate”, osserva Pelizzaro. Esempi? Proprio i temi di cui si discute molto a Milano: le piste ciclabili, la riduzione delle auto, l’idea di una “città policentrica, dove i servizi pubblici siano raggiungibili da chiunque in 15 minuti. Se ne sta parlando perché il distanziamento sociale impone dei vincoli, ma l’idea di restituire lo spazio pubblico alle persone c’era già. Erano percorsi avviati da prima: il Covid li ha accelerati”.

Iniziative ambiziose e in espansione

È il cuore dell’idea di resilienza: non si tratta solo di trovare i modi per reggere all’imprevisto, ma di imboccare strade nuove. E sostenibili. Non è un caso che accanto ai programmi per superare il digital divide, o a quelli per sviluppare l’imprenditoria femminile, ai progetti educativi e a quelli urbanistici, parecchie iniziative del Network riguardino, appunto, l’economia circolare. Iniziative ampie, come il programma Urban Ocean che sta mettendo intorno al tavolo una decina di città per pensare a come ridurre la plastica e i rifiuti destinati a finire in mare. O più mirate, locali.

A Salvador de Bahia, in Brasile, tre milioni di abitanti, si deve al Resilient Office locale la creazione di una rete locale per promuovere la circolarità. Evitare sprechi di acqua e cibo e fare da incubatore a una serie di microprogetti imprenditoriali nel settore. A Montevideo, capitale dell’Uruguay, il piano di resilienza sta portando alla bonifica progressiva del Pantanoso, la zona più malandata della città per via delle inondazioni periodiche e delle difficoltà a smaltire i rifiuti. A Surat, in India, 6,8 milioni di persone hanno il fiume Tapti come fonte di acqua potabile. L’inquinamento e il degrado della rete, fanno sì che i rubinetti si aprano in media solo tre ore al giorno. Una collaborazione con Rotterdam sta aprendo la strada alla raccolta dell’acqua piovana dai tetti, sono già stati installati più di 1.300 impianti, oltre che a sistemi di protezione dalle inondazioni. Si potrebbe continuare a lungo. Sul sito del Network si parla di “oltre 3,3 miliardi di finanziamenti raccolti direttamente dai progetti” e di quasi 25 catalizzati indirettamente attorno alle iniziative. “Le città stanno facendo progressi”, ha detto qualche tempo fa Michael Berkovitz, presidente del Network “ma è il movimento globale per la resilienza che guadagna forza: sta cambiando le istituzioni e innestando processi nuovi in tutto il mondo. E siamo solo all’inizio”.