moda industria tessile vestiti

Circolarità fashion

L'economia circolare conquista il mondo della moda.

di Davide Perillo
20 maggio 2021
9 min di lettura
di Davide Perillo
20 maggio 2021
9 min di lettura

L’idea è venuta nel 2017 durante il Fashion Summit di Copenaghen, appuntamento globale per l’industria della moda. A promuoverla non è stata un’associazione di categoria o un brand di quel mondo, ma la Fondazione Ellen MacArthur, nata nel 2009 per sostenere l’economia circolare. È intitolata all’omonima ex velista inglese che nel 2005 stabilì il record di circumnavigazione in solitaria del globo: 71 giorni, 14 ore e spiccioli. Lo stesso anno fu nominata Dame Commander of the British Empire, una delle massime onorificenze britanniche e, dopo essersi ritirata e aver fondato un trust per la ricerca sul cancro, ha consacrato vita, patrimonio e relazioni personali —di alto livello— alla formazione di una delle realtà mondiali più attive nel promuovere l’economia circolare. Finanzia ricerche, fa divulgazione, offre formazione. Tra i tanti partner strategici ci sono: Philips e IKEA, Renault e Google, Unilever e H&M. Marchi capaci di fare tendenza, insomma. Proprio come quelli presenti in quell’occasione attorno al tavolo danese nel 2017. Protagonisti di un settore che ha un impatto sull’ambiente e sulle nostre vite quotidiane: la moda.

La moda finora non si sposa alla circolarità

I numeri parlano chiaro. Secondo la World Bank, l’industria tessile produce circa il 10% delle emissioni globali di CO2. Almeno il 12% dei tessuti viene scartato già in fase di produzione, per il taglia e cuci che serve a sfornare un denim o una t-shirt. Si aggiungono alla montagna di 15 milioni di tonnellate di abiti che finiscono in discarica ogni anno. "Più o meno un camion al secondo", calcolano alla Fondazione Ellen MacArthur. Aggiungeteci che il settore consuma almeno 98 milioni di tonnellate l’anno di risorse non rinnovabili (e che le stime pre-Covid prevedevano consumi triplicati entro il 2050), e avrete un quadro dell’impatto sull’ambiente. Determinato, in gran parte, dalla formula con cui è andata avanti per secoli la produzione: "Take, make, waste", riassume un video molto interessante sul sito della Fondazione; prendi una risorsa naturale, facci un prodotto e, dopo l’uso, buttalo. Ecco perché in quello stesso video Evet Sanchez, stilista americana, conclude: "La verità è che il ritmo con cui cerchiamo di restare alla moda non è più sostenibile. La velocità di questo mondo è diventata esagerata".

Cambiare il modello operativo

Da qui, quel primo brainstorming di Copenaghen. Poi mesi di ricerche e idee. L’anno successivo, la presentazione di un progetto entrato tra i programmi cardine della Fondazione, accanto a quelli contro lo spreco del cibo o per il recupero della plastica: Make Fashion Circular, rendiamo la moda circolare. "Per crescere, e non limitarsi a sopravvivere, l’industria della moda ha bisogno di un cambiamento radicale nel suo modello operativo", si legge nel documento di presentazione. E l’industria sta rispondendo: il programma mette insieme marchi come Gap e Burberry, Inditex (p­er intendersi, Zara) e H&M, Stella McCartney e PVH (ovvero Calvin Klein, Tommy Hilfiger e altri). Accomunati da studi e progetti che ruotano intorno a tre mantra condivisi: usare gli abiti più a lungo, produrli in maniera tale da poter essere riciclati, fabbricarli con materiali di riuso, o comunque sostenibili. "Dobbiamo pensare in maniera diversa, e puntare sull’economia circolare", dice Francois Souchet, responsabile del programma. E bisogna farlo dal primo passo, dal design che, non a caso, è un altro campo su cui la Fondazione sta spingendo molto, finanziando progetti e incoraggiando alleanze anche in altri settori.

Iniziamo dai Jeans

Non si tratta solo di buone intenzioni. Attorno a quel tavolo, uno alla volta, si sono aggiunti altri big del settore. E i primi risultati di questo interessantissimo scambio globale di idee ed esperienze stanno già sbarcando sui mercati, nonostante il freno della pandemia: sono i jeans circolari. Merito del progetto Jeans Redesign, appunto. Coinvolge una sessantina di marchi, fabbriche e produttori (compresi quelli storici, tipo Wrangler, Lee e Banana Republic) che si sono impegnati a fabbricare capi seguendo le tre linee guida: i jeans devono essere fatti per durare di più, devono essere riciclabili e devono essere prodotti nella maniera migliore possibile per lavoratori, clienti e ambiente —ovvero, evitando chimica e inquinanti.

Un video a più voci mostra i lavori in corso nelle diverse fabbriche. Si è partiti apposta da uno dei capi più universali, per diffusione e target, ma probabilmente meno ecologici. Oggi produrre i jeans richiede una grande quantità di cotone, pesticidi, fertilizzanti e acqua. E per dare l’effetto invecchiamento serve ancora più chimica. Come fare a renderli circolari? Per Axen, stilista di Weekday (marchio svedese della famiglia H&M), racconta che hanno lavorato sul cotone del tessuto e delle cuciture, "che ora sono completamente biodegradabili". Pyoumi Perera, di Hirdaramani (multinazionale con base in Sri Lanka), spiega che "l’acqua di lavaggio adesso viene filtrata e riciclata al 98%". Eliminata anche l’etichetta posteriore, sostituita da una stampata. I bottoni sono diventati di plastica e facilmente staccabili, per essere riciclati. L’invecchiamento, invece che con la classica lavorazione a pietra, acqua e solventi, si fa con una tecnologia laser che non lascia inquinanti. Via tutti i pezzi metallici. Largo ai modelli unisex, per ampliare l’usabilità e ridurre gli sprechi. Infine, "usiamo vecchi jeans per fare altri jeans", dice ancora Perera. È l’ultimo passaggio per chiudere il cerchio: molti marchi permettono di portare i vecchi capi in negozio e riciclano il tessuto. Un circuito virtuoso, insomma.

Che si sta allargando. Su Circle Round, sezione del sito di Tommy Hilfiger dedicata proprio al rapporto tra azienda ed economia circolare, Ömer Aksoy (designer della turca Kipas, che collabora al progetto Jeans Redesign con le ricerche sui materiali) cita "un detto famoso, che ricordo spesso: “Non abbiamo ereditato la Terra dai nostri antenati, l’abbiamo ricevuta in prestito dai nostri figli”. Per questo dobbiamo fare di più in ogni campo". Da qui i modelli di pantaloni fabbricati interamente con gli scarti di produzione, quei pezzi di stoffa che dopo il taglio venivano buttati: vengono rilavorati e messi in circolo. "Siamo sull’orlo di una vera rivoluzione", aggiunge Aksoy: "Molto presto, la sostenibilità non sarà più un fattore di distinzione tra le aziende: diventerà lo standard".

Questione etica oltre che ambientale

E sarà sempre più normale trovare sul mercato capi come i costumi da bagno di Weekday, prodotti interamente da PET e bottiglie di plastica riciclata. O come le AppleSkin sneaker, scarpe da tempo libero fatte per un quarto di fibre ricavate dalle bucce di mela: è una tecnologia inventata dalla Frumat, azienda italiana di Bolzano, nata con l’idea di creare prodotti in similpelle ricavati da materiali di riciclo. "In futuro la gente sarà sempre più attenta ai materiali di cui sono fatti i propri vestiti, a come possono essere più sostenibili", dice sullo stesso sito Hannes Parth, ceo di Frumat. E non è solo per l’impatto sull’ambiente: "È una questione etica. Soprattutto i giovani chiedono trasparenza e tracciabilità. Si chiedono: chi ha fatto i miei vestiti? L’industria della moda deve rendersene conto e adeguarsi". Sono soltanto esempi, spigolature di una realtà che sta prendendo piede anche grazie all’innovazione tecnologica. Nelle settimane scorse, per lanciare il Global Technology Governance Summit programmato per i primi di aprile in Giappone, il World Ecomomic Forum ha raccontato sui suoi canali digitali storie ed esempi di approcci salva sprechi. Uno di questi era una macchina della Shima Seiki, prodotta proprio dai giapponesi: tesse gli abiti in 3D, eliminando le cuciture, i modelli di prova e soprattutto i ritagli. Risultato: niente stracci o materiali di scarto. La stanno già usando marchi come Uniqlo e H&M. Ma di casi del genere se ne trovano tanti altri. Alcuni pure in Make Fashion Show, un talk show in piena regola pubblicato sempre sul sito della Fondazione MacArthur: cinque puntate piene di esempi, fatti e pensieri. All’insegna di una convinzione che Souchet, il capo del progetto, riassume così: "Riusciremo a rendere la moda circolare. Ci vorrà tempo, creatività, investimenti. Ma ce la faremo".

L'autore: Davide Perillo

Giornalista, attualmente si occupa di sostenibilità, temi sociali e Terzo Settore. Ha diretto per 13 anni la rivista Tracce. Membro della redazione del Meeting di Rimini (evento internazionale per il quale ha curato numerosi incontri), è stato caporedattore a Sette, magazine del Corriere della Sera, e ha seguito l’economia per L’Europeo. È laureato in Filosofia e ha un master in Giornalismo.