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La biblioteca degli oggetti

La cultura della condivisione

di Davide Perillo
26 febbraio 2020
8 min di lettura
diDavide Perillo
26 febbraio 2020
8 min di lettura

A chi non è capitato di aver bisogno di un trapano, di una spara chiodi o di qualcosa che non avevamo nessuna intenzione di acquistare? Quante volte ci è capitato di utilizzare certi attrezzi solo per qualche ora e poi riporli in cantina per mesi, se non per anni? Allora, perché non metterli in comune in un posto dove si possono prendere in prestito o scambiare temporaneamente con un altro oggetto utile?

Ecco, l’idea della “Library of Things” la biblioteca delle cose è nata così. Questa modalità si sta espandendo in fretta nel mondo anglosassone e non solo. E’ un’idea semplice e brillante. L’ultima aperta a fare notizia è quella di Londra, un magazzino in zona Crystal Palace con scaffali e catalogo anche online. Una ventina di volontari (compresi i tre amici che hanno importato l’idea dal Canada) a gestire il viavai. Solo che invece di libri, prestano oggetti. Attrezzi per il “fai da te”, friggitrici a gas, bidoni per un tè extralarge, piastre per cuocere i waffle ma anche tende da campeggio e gazebo da giardino, amplificatori e proiettori video. Insomma, tutto quello che serve in occasioni particolari, una festa, una gita, un lavoro casalingo e poi non più. Comprarlo, vuol dire spendere soldi per qualcosa che si usa pochissimo e occuperà spazio per sempre. Affittarlo a prezzo di saldo, magari con un abbonamento o semplicemente versando una caparra a garanzia, per riportarlo qualche giorno dopo, fa risparmiare denaro e metri cubi. «Perché lo facciamo? Il consumismo non funziona», spiegano sul sito della Library londinese (www.libraryofthings.co.uk): «Soprattutto in città, abbiamo sempre meno spazio a disposizione e sempre più cose da stipare. E poi, se ogni abitante della Terra buttasse via la stessa quantità di cose come facciamo noi inglesi, l’umanità avrebbe bisogno di tre pianeti e mezzo come il nostro, per cavarsela…».

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La soluzione è l’economia circolare che elimina le cose inutili, evita di riempire le discariche di oggetti seminuovi e dà l’idea, per niente fasulla, di aiutare l’ambiente e chi ci sta intorno anche mentre si sta montando uno scaffale o aggiustando il tetto di casa. Non a caso, c’è chi comincia a parlare di “Library movement” un movimento di seguaci delle Librerie, che spazia dalla Gran Bretagna alla Germania, passando per la Francia, la Svezia, il Canada… fino, naturalmente, agli Stati Uniti, che rivendicano la primogenitura dell’applicazione del “modello biblioteca” agli oggetti quotidiani. Risalendo fino agli anni Quaranta del secolo scorso, quando nelle zone più remote si diffusero le “biblioteche dei giocattoli”, per far divertire i bambini durante i tempi grami della guerra e quelle degli “attrezzi da lavoro”, per insegnare ai giovani a usarli dove scarseggiavano (la prima di cui si ha notizia è del 1943 a Grosse Pointe, nel Michigan). 
Difficile dire se la rivendicazione sia legittima! Ma di sicuro l’elenco di libraries che affittano attrezzi e cose, oltre ai libri, nel tempo, si è fatto lunghissimo. Da Hillsbury a Reading, da Sacramento a Chicago e poi Ann Arbor, Kansas City, Oakland… Ognuno con il suo catalogo online, qualcuna con una specializzazione che va ben oltre i classici attrezzi da bricolage.

Esempi? A Toronto la “Sharing Depot” (il deposito della condivisione) nata nel 2012 ha superato i 25mila prestiti. C’è anche una “kitchen library“ dedicata alla condivisione di planetarie, impastatrici professionali e articoli da cucina. Ad Erie, Pennsylvania, si prestano canne e cesti da pesca (siamo sul lago omonimo, uno dei più grandi degli Stati Uniti). A Berkeley, nella biblioteca comunale, tra il centinaio di attrezzi in affitto trovi pure una dozzina di scale di diverse lunghezze. Ad Anchorage, Alaska, prestano kit per esperimenti scientifici e persino animali imbalsamati, rigorosamente locali: «Servono alle scuole, per studiare l’ambiente», ma si prelevano e si riportano esattamente come i volumi della biblioteca. Mentre a Paschalville, sobborgo a sudovest di Philadelphia dove povertà e disoccupazione superano di tre volte la media nazionale, è emersa l’importanza di un’adeguata preparazione su come presentarsi ai colloqui di lavoro.  Da lì corsi di formazione, una piccola fiera locale dell’impiego e, addirittura, una nuova sezione della biblioteca municipale: la “Tiery”, una “cravattoteca” che presta cravatte per occasioni speciali. Ce ne sono più di 50, divise per disegni e colori, e si affittano, anche qui, come i libri. 

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Guardi le foto, e viene da sorridere. In fondo, basta tornare indietro di qualche decennio per trovare chi affittava cravatte o smoking, o altri accessori…piazzandosi fuori dai locali, che imponevano dress code eleganti. L’idea in sé non è nuovissima, ma l’applicazione, sì. Perché, come ogni buona pratica di economia circolare, oltre a ridurre i consumi (e gli sprechi) produce effetti collaterali positivi come partecipare all’idea di un progetto comune. Si creano legami sociali più intensi. «Le biblioteche che funzionano meglio sono quelle che aiutano a creare un senso di comunità», osserva Gene Homicki, fondatore di “myTurn”, piattaforma online inventata una decina d’anni fa per gli scambi di oggetti. Il software ideale per chi vuole mettere in piedi “biblioteche delle cose”. E infatti ne ha fatte nascere più di cento in tutto il mondo, con un migliaio di oggetti a disposizione e un progetto a lungo termine e a larga scala: «Vogliamo costruire un futuro in cui dovunque vivi o dovunque viaggi, puoi trovare una rete di oggetti da affittare», ha detto lo stesso Homicki in un’intervista al magazine online Shareable

Se poi non sei tu a trovarli, possono sempre essere loro a venire da te. Sempre in Canada, a Vancouver, si sperimentano già varianti come la “Thingeryun container mobile che la biblioteca pubblica locale fa girare nei quartieri più periferici per portare gli oggetti quasi a domicilio La stessa idea di fondo importata in Europa da Share Shed, altra biblioteca itinerante di oggetti e attrezzi che verrà lanciata fra poco nei villaggi a Sud dell’Inghilterra, dopo che il progetto ha vinto addirittura un concorso in tv (e i relativi finanziamenti: 48mila sterline). E in Italia? Dopo qualche tentativo di piattaforme online per “noleggio tra privati”, forse prematuro e comunque incapace di attecchire davvero, le biblioteche stanno sbarcando anche qui. A Bologna è nata Leila, figlia di un progetto analogo a Berlino, che nella sua homepage (www.leila-bologna.it) esplicita: «In fondo abbiamo bisogno di utilizzare, non di possedere. E la cultura è l’unico bene che, diviso tra tutti, anziché diminuire diventa più grande», con la condivisione di schede e video sul recycling e la circolarità. 
Nella Kalsa, quartiere popolare di Palermo, hanno appena aperto “Zero” (www.attrezzicondivisi.it),  «connessione tra persone, servizio di prestito e circuito di relazioni». Un sito che annuncia obiettivi ambiziosi: «Salvaguardare il pianeta e le nostre tasche, sperimentare la condivisione di cose e saperi, ridurre lo spreco di risorse e di spazi, imparare a far da sé». Uno degli elementi chiave dell’economia circolare. 

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