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Dall’albergo di lusso al centro commerciale: l’economia circolare è possibile

Sembra impossibile. Eppure, anche un hotel di lusso e un centro commerciale possono essere pienamente sostenibili e fondarsi sull’economia circolare. Ecco due esempi.

di Livia Formisani
06 febbraio 2020
8 min di lettura
diLivia Formisani
06 febbraio 2020
8 min di lettura

Un albergo di lusso che rispetta i criteri della certificazione LEED Platinum, una delle più stringenti al mondo per l’edilizia ecocompatibile, ad Amsterdam. Un centro commerciale perfettamente circolare a un’ora di treno da Stoccolma. Due esempi di come l’economia circolare possa realizzarsi pienamente anche in edifici e funzioni urbane che, ad oggi, tutti siamo abituati a pensare come necessariamente poco amichevoli, rispetto all’ambiente.

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Lusso sostenibile ed economia circolare ad Amsterdam

Il QO, ad Amsterdam, è un albergo caratterizzato da finiture in pietra e legno e da vetrate a tutta altezza permettono di sfruttare al meglio la luce solare, che rappresenta l’80% dell’illuminazione dell’hotel. Allo stesso tempo, i 1.638 pannelli termici integrati nella facciata reagiscono autonomamente alle condizioni climatiche (e alla presenza degli ospiti) per ottimizzare la coibentazione e minimizzare il fabbisogno di riscaldamento: una peculiarità che è valsa all’hotel la definizione di edificio vivente. Di fatto, la progettazione del QO è basata da cima a fondo sull’impiego circolare e sostenibile delle risorse. I materiali edili provengono quasi interamente da località vicine: il calcestruzzo che sorregge la struttura è ricavato per il 33% dai resti di un grattacielo demolito ad Amsterdam. I filati con cui sono intessuti i tappeti dell’hotel provengono al 100% da reti da pesca riciclate, anch’esse di origine locale. Gli ingredienti delle pietanze servite al ristorante e al bar sul tetto provengono dalla serra dell’hotel e da aziende agricole locali; perfino gli asciugamani provengono dalla propria zona.

Lo scopo di un sistema basato sull’economia circolare è quello di ridurre il più possibile il consumo di risorse, riutilizzando tutto ciò che è disponibile e riducendo al minimo gli sprechi. In tema di gestione dell’acqua, una delle risorse più critiche per qualsiasi hotel, il QO soddisfa standard decisamente elevati. Le acque grigie, ad esempio – tutte quelle provenienti da docce e lavandini – vengono reimpiegate nelle cassette di risciacquo delle toilette, abbattendo il consumo idrico complessivo di un ragguardevole 42%. L’acqua riscaldata dal sole estivo viene immaganizzata a 70 metri di profondità per l’uso invernale, mentre l’acqua fredda è usata per abbassare la temperatura delle camere in estate. Il 100% dell’energia dell’edificio proviene da fonti rinnovabili, in particolare dai parchi eolici olandesi. Allo stesso tempo, l’hotel non rinuncia a offrire i servizi tipici di una catena di lusso, tra cui un’area wellness e fitness, spazi creativi e multifunzionali per eventi e convegni, il bar sul tetto Juniper & Kin e il ristorante Persijn, che propone piatti tipici della cucina olandese. Inaugurato ad aprile del 2018, il QO Amsterdam si è già aggiudicato una serie di riconoscimenti, tra cui l’Hotel Property Award 2018, l’AHEAD Award 2018 per la categoria Best Urban Hotel – Newbuild e il FRAME Sustainability Award 2019.


“Vogliamo che il QO si distingua dalle altre destinazioni improntate al lifestyle. Anziché chiedere agli ospiti di scegliere tra lusso e sostenibilità, vogliamo dimostrare che le due sfere sono perfettamente compatibili”, ha dichiarato Inge van Weert, General Manager del QO. Ma il fiore all’occhiello del QO è senza dubbio la serra sul tetto, un sistema acquaponico circolare con annesso allevamento ittico. Le deiezioni e le carcasse dei pesci fungono da nutrimento organico per le piante, che hanno le radici immerse nell’acqua e che, a loro volta, purificano l’acqua per gli animali. Il risultato sono frutta, verdura, fiori e pesci che il ristorante e il bar panoramico impiegano come ingredienti per pietanze e cocktail, variando i menù in base ai prodotti di stagione disponibili giorno per giorno.

Un centro commerciale che recupera i rifiuti

Ci spostiamo in Svezia, e troviamo ReTuna Återbruksgalleria. Un nome e un programma, letteralmente. Tuna sta per Eskilstuna, la città che lo ospita: 65mila abitanti, a un’ora di treno a ovest di Stoccolma, Svezia. Återbruk vuol dire “riuso”. Proprio grazie a questo centro commerciale innovativo, la piccola città svedese sta guadagnando spazio sui giornali di tutto il mondo proprio grazie a questo mall dall’ingresso decorato a quadrettoni rossi e verdi, che prima era il magazzino dei camion di un’azienda di logistica.


Vista da fuori, la facciata assomiglia a una scuola, una biblioteca o un centro civico come se ne vedono da queste parti. Entri, e il paragone diventa subito un altro, inevitabile: l’Ikea. Una galleria dove trovi di tutto, mobili e accessori elettrici, attrezzi da bricolage e articoli per animali. Distribuiti tra 14 negozi, un bistrot – rigorosamente bio –, una libreria, una piccola sala convegni. E una vetrina dove i clienti possono vedere i prodotti che poi si comprano online. Molta luce, ordine nordico. Niente a che vedere con i classici mercatini delle pulci, insomma: le ambizioni sono altre. «Vorremmo essere come la Hugo Boss dell’usato», dice, sorridendo, Anna Bergström, la manager.

Lavora qui dall’inizio, agosto del 2015. Quando l’idea di dare una seconda vita agli oggetti per allungare quella del Pianeta – argomento forte, in un posto dove si discute da sempre di come combinare economia e sostenibilità – si è fatta strada grazie a una corto circuito virtuoso tra ambientalisti locali e politici avveduti. La EEM (Eskilstuna Energy Miljo), la municipalizzata dell’energia, ha messo i soldi e il controllo della gestione. E il desiderio di Eskilstuna di diventare una città all’avanguardia sul fronte della lotta allo spreco, di segnare una strada, è diventato realtà.

Il mall è nato a trecento metri dal centro di riciclo dei rifiuti. La gente arriva, imbocca la strada che scorre accanto al negozio, si ferma e scarica quello che trasporta davanti a uno staff di 6-7 persone in giacche fluorescenti scegliere gli oggetti, dividerli e infilarli in una serie centi, tipo quelle degli addetti agli aeroporti. Sta a loro di grandi contenitori. «A priori, non si rifiuta nulla», dice la Bergström. Le cose che proprio non possono essere rivendute vengono impilate e passate a un secondo vaglio, perché potranno venir buone a qualcun altro: la scuola, per esempio. O il comune. Se proprio non c’è niente da fare, poco più in là, appunto, c’è la discarica.
Intanto, i proprietari dei negozi passano una fetta di mattinata a scegliere quello che può finire in vetrina. Nel loro contratto d’affitto c’è una clausola: lo spreco deve «tendere allo zero». Non ci si riesce sempre, ma ci si prova, eccome.

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Un sistema di incentivi che sostiene il riuso

Gli incassi del mall sono più che discreti: 28 milioni di corone (2,65 milioni di euro) dall’apertura, 10,2 milioni (più o meno 970mila euro) nel solo 2017. E anche i conti del 2018 si prevedono in crescita. Abbastanza per tenere in piedi i negozi, dare lavoro a una cinquantina di addetti (molti sono immigrati, perché ReTuna fa parte di un programma pubblico per l’integrazione dei lavoratori stranieri) e attirare una media di 6-700 clienti al giorno, domeniche comprese. “L’approccio è commerciale”, dice la Bergström: “Gestiamo il magazzino come qualsiasi altro, facciamo le cose che fanno tutti. La differenza sono i nostri prodotti”.

E gli obiettivi, che non si fermano al fatturato. ReTuna non è solo uno shopping center: vuol essere un modello. Un volano capace di portare l’idea stessa del “secondamano” nella concezione comune, di cambiare l’atteggiamento della gente verso i consumi. In una parola, di educare. È per questo che accanto ai laboratori di riparazione si organizzano convegni, mostre e lezioni. Fino ai concorsi per le migliori idee riservate agli studenti (alla media cittadina Folkhogskola le ore di “Design del riciclo” sono obbligatorie). Certo, aiuta molto vivere in un Paese dove l’economia circolare sta già facendo legge: l’IVA è la metà per chi riusa invece di buttare (il 12% anziché il 25), il costo delle riparazioni si può scaricare dalla dichiarazione dei redditi, il 99% – avete letto bene – dei rifiuti domestici viene riciclato (ma già quarant’anni fa si era a un terzo…) e il Parlamento ha stabilito che si arriverà ad emissioni zero entro il 2045.