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I container sono pieni di sorprese

Soluzioni alternative per dare nuova vita ai giganti di metallo.

di Stefano Bevacqua
31 marzo 2020
5 min di lettura
diStefano Bevacqua
31 marzo 2020
5 min di lettura

La paternità di molte invenzioni che popolano la nostra vita quotidiana è in tanti casi certa e conclamata, fino a dare il proprio nome agli oggetti frutto del loro ingegno. A iniziare da Lazló Birò, e la sua penna a sfera, a Luois de Béchamel, cui si deve la crema indispensabile anche per le italiche lasagne, e i fratelli Montgolfier, con il loro mezzo aereo, per citare alcuni noti esempi. In altri casi, invece, l'identità dell'inventore è oggetto di diatribe secolari, come quella che ancora divide le due sponde dell'Atlantico tra Antonio Meucci e Alexander Bell (in mezzo, naturalmente, c'è il telefono). Infine, ci sono invenzioni straordinarie, ma senza un artefice unanimamente riconosciuto. È il caso di quegli enormi scatoloni di acciaio, i container, che hanno rivoluzionato il modo di trasportare le merci. Si dice li abbia inventati Malcom McLean, il più imprevedibile ed eclettico imprenditore americano dei trasporti, ma a quanto pare, il suo vero merito sembra quello di aver soltanto escogitato un sistema per velocizzare e standardizzare lo stivaggio delle navi, ma non i container strettamente intesi, quelli che vediamo giacere nei grandi porti o a bordo degli autoarticolati.

Una misura per tutti

Vista quindi l’incertezza della reale paternità dei container, cercheremo di raccontare la loro storia senza partire da un inventore, ma da uno standard, quello fissato dall'International Organization for Standardization nel 1967. In quell'epoca, di container ne circolavano già molti, soprattutto negli Stati Uniti, ma avevano un difetto: non erano tutti uguali, ce n'erano di un po' più larghi, o più bassi o più lunghi. Un sistema del genere funziona bene soltanto se ciascuno di questi scatoloni d'acciaio è perfettamente mutuabile con qualsiasi altro, grazie a dimensioni, sportelli e attacchi identici (con la sola eccezione di quelli destinati alle stive degli aerei, sagomati per i diversi apparecchi e realizzati in leggero alluminio). Ognuno ha un codice che dice tutto di lui, dal proprietario alla tipologia di merci che può contenere: sono di solito larghi circa 244 cm, alti 259 cm e lunghi approssimativamente tra 610 e 1220 cm, pesano tra 2 e 2,6 tonnellate e possono ingurgitare merci per un peso compreso tra 18 e 28 tonnellate. Unico difetto, come si intuisce dagli standard dimensionali, qualche problema di compatibilità con il Vecchio Continente c'è: in un container è impossibile far entrare due pallet europei del vecchio standard affiancati.

Un (ri)utilizzo alternativo

Oggi si stima che nel mondo circolino oltre 20 milioni di container, che vengono riempiti in un angolo del pianeta, sigillati, trasportati, sdoganati, svuotati e pronti a fare un altro viaggio su un autocarro, un treno o una nave per andare da tutt'altra parte. Si potrebbe dire che, sotto il profilo di un'economia circolare, i container siano già un buon esempio di continuo riutilizzo. Ma ci sono casi, niente affatto rari, in cui il circuito virtuoso del riuso si interrompe. A meno che non si voglia approfittare della loro più tipica caratteristica: quella di essere tutti uguali, modulari, come i mattoncini del più popolare dei giochi di costruzioni. Ogni vecchio container può trovare una vita totalmente diversa da quella passata: non più come enorme scatolone che viaggia per tutto il mondo, ma come cellula di base di un edificio. È quanto da qualche anno hanno iniziato a fare molti architetti in diversi paesi sparsi per il mondo: opportunamente rimessi a nuovo, vengono utilizzati per realizzare alberghi, edifici di pubblica utilità, abitazioni.

È così che una  delle più importanti agenzie di prenotazione alberghiera online, in nome della sostenibilità ambientale, ha realizzato alcune interessanti iniziative: un vivace ostello realizzato a Nha Trang, nel turistico Sud del Vietnam, con una dozzina di camere a quattro letti; un hotel a Valparaiso, in Cile, unico nel suo genere perché anche gli arredi sono realizzati con materiale di riciclo, un'ostello di Warnemunde, sul mar Baltico, in Germania, dotato anche di camere individuali e di sauna, un sofisticato apart-hotel di Amsterdam, costruito  incastrando diversi container nella struttura di un'immensa gru portuale abbandonata da decenni mentre a Londra, sono stati messi insieme 26 elementi abitativi, più un ristorante, un’enoteca e sauna.


Un hotel realizzato da container inutilizzati in Cina

Ma oltre ad ostelli per i giovani o alberghi di lusso, ci sono anche innumerevoli esempi di riutilizzo pubblico o sociale. A Guacara, in Venezuela, per esempio, i container sono stati utilizzati per realizzare un centro culturale e ridare vita a una periferia altrimenti condannata al degrado, con sale espositive, spazi musicali, un teatro e laboratori artistici. A Chiang Mai, nel Nord della Tailandia, l'International Sustainable Developmental Studies Institute ha creato un centro per la formazione dei giovani sulle tecnologie del recupero e del riutilizzo. A Ibaraki, in Giappone è stata costruita una scuola materna, perfettamente antisismica, riutilizzando container altrimenti destinati alla rottamazione. Nella periferia Nord di Pechino un giardiniere ha costruito un edificio utilizzando 6 container destinati ad ospitare una comunità votata all'ambiente. E per finire, manifesto di architettura socialmente sostenibile, l’esempio dei 97 container abbandonati, divenuti alloggi per il personale del centro di cardiochirurgia realizzato dai medici italiani di Emergency in Sudan. 

L'ultima frontiera del riciclo: i container usati

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