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Coltiviamo l’energia circolare

Le attività di Eni per la decarbonizzazione della produzione di carburanti e lo sviluppo sostenibile.

di Davide Perillo
25 novembre 2020
7 min di lettura
di Davide Perillo
25 novembre 2020
7 min di lettura

La tanica era sulla scrivania. Verde, non troppo grande, ma abbastanza capiente per raccogliere un bel po’ dell’olio che di solito si butta via in famiglia, dopo una frittura o un’insalata con il tonno in scatola. L’hanno ricevuta in milleottocento, assieme a un memo che spiegava il come e il perché dell’iniziativa. E, in sostanza, dava a quei dipendenti di Eni il benvenuto nel progetto Oilà, raccolta di oli esausti da destinare alle bioraffinerie per tirarne fuori eco-carburante. Partito negli uffici romani a fine 2018 –e allargato man mano a Taranto, Porto Marghera, Sannazzaro de’ Burgondi–, è un esempio perfetto di quello che può venire fuori quando si guarda con più attenzione ai piatti che portiamo in tavola, per arginare gli sprechi. Ci guadagniamo tutti: noi, l’ambiente e chi produce energia. È per questo che lo scorso gennaio, Eni ha stretto un patto con Coldiretti, la maggiore organizzazione di imprese agricole d’Italia, con il suo milione e mezzo di associati. Obiettivo: organizzare “iniziative congiunte nell’ambito dell’economia circolare e dello sviluppo sostenibile, per rafforzare il ruolo dell’energia a servizio dell’agricoltura”. Eni distribuisce alle aziende Coldiretti la sua gamma di carburanti e oli per le macchine agricole, oltre a lubrificanti biodegradabili a basso impatto ambientale e formulati con materie prime da fonti rinnovabili.

L’associazione di coltivatori porta in dote il suo know-how di settore agricolo più verde d’Europa. La sua filiera super controllata (solo lo 0,4% di controlli positivi all’uso irregolare di prodotti chimici, contro una media dell’1,4% nell’Ue) e 272 tra prodotti DOP e IGP. Coldiretti fornisce al Cane a sei zampe scarti e residui della lavorazione agricola, che a loro volta entrano nel ciclo di produzione di biocarburanti. Un accordo che dà a Eni una discreta spinta verso l’obiettivo, ambizioso ma esaltante, di ridurre le emissioni di CO2 dell’80% entro il 2050, decarbonizzando i prodotti energetici, ma che ha radici più profonde di una semplice partnership commerciale. “Il cibo è energia, è il carburante della nostra vita”, dice Teresa Dina Valentini, responsabile Processes, Reporting and Support Circular Economy and Green Refinery di Eni: “Ma per disporre di questo carburante, è necessario avere altre energie che garantiscano tutto il processo”. C’è una parentela stretta insomma, che non a caso, genera iniziative capaci di andare oltre le sinergie industriali.

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Prendi, usa, riusa: i principi dell'Energia Circolare.

Gastronomia etica

Un perfetto esempio lo si è avuto con il Circular Tour, lanciato subito dopo l’annuncio dell’accordo. L’idea di partenza prevedeva un giro d’Italia dell’eccellenza gastronomica. Prima tappa a Gela, in Sicilia, a febbraio: un weekend che ha ospitato in piazza incontri, seminari, laboratori didattici per i più piccoli, corsi di cucina. Le bancarelle Campagna Amica di Coldiretti da una parte, all’insegna degli acquisti a km zero ed ecosostenibili e l’EniCiclo dall’altra, la struttura circolare a sette schermi ideata dall’architetto Marco Capasso, che permette ai visitatori un giro virtuale nelle tradizioni culinarie locali, tra video, foto e musiche originali. Poi la pandemia ha ostacolato tutto, rallentando le altre uscite previste: Taranto, Napoli, Genova.

Ma la collaborazione ha trovato altre strade. Online, per esempio, davanti alla platea di Corriere.it, dove nel weekend tra il 6 e l’8 novembre si è svolta la kermesse Cibo a regola d’arte. Tra le decine di incontri, talk show e seminari, si è discusso di gastronomia etica e sostenibilità e c’è stato anche un interessante dialogo tra la stessa Valentini e Veronica Barbati, delegata di Coldiretti Giovani Impresa. “Quando siamo in grado di essere comunità, mettiamo in circolo energie virtuose”, diceva la manager di Eni, e una collaborazione del genere permette di farlo “proprio per la magica interazione che si innesca in certi processi di simbiosi industriale. Comparti produttivi che lavorano insieme per trovare soluzioni – in questo caso, che garantiscono prodotti a minor impatto ambientale– sono un bene per tutti”. Come esempio la Valentini cita proprio gli oli di scarto: “Sono un elemento molto inquinante: contaminano le acque, possono fare danni notevoli ai depuratori e, se si accumulano sulla superficie dell’acqua, ne limitano l’ossigenazione”.

Chi ha fatto i conti, dice che bastano due litri e mezzo di olio per rendere non potabili 2,5 milioni di litri d’acqua, pari al contenuto di una piscina olimpica. Se si pensa che in un solo anno in Italia si raccolgono oltre 75mila tonnellate di olio alimentare di scarto, quasi esclusivamente prodotte dal settore della ristorazione e dell’industria, si capisce bene di che rischi si parla. “Eppure quell’olio si può recuperare: invece di fare danni, può diventare energia”, dice la Valentini. Come nel progetto Oilà, appunto: grazie alla tecnologia Ecofining. Gli oli esausti convogliati a Venezia e Gela diventano la componente bio di Eni Diesel+. Un processo analogo avviene con il bio-olio proveniente da rifiuti organici e fanghi da acque reflue. Sempre da tecnologie Eni, si usa soprattutto per il produrre combustibile a basso contenuto di zolfo per il trasporto marittimo. Tutte attività che permettono di inquinare meno e di dare una seconda vita alle materie prime, rimettendole in circolo. Proprio come succede con l’operazione Coldiretti.

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Non chiamateli rifiuti.

Un circolo virtuoso

Ma se il valore economico e ambientale di alleanze del genere è evidente, quello culturale, forse, è persino maggiore. “Si tratta di modificare un paradigma”, dice la Valentini “Dietro un piatto che arriva in tavola c’è tantissima energia. Serve a ogni passaggio della filiera”. Per accendere i fornelli, ma anche a ritroso per la logistica, i mezzi di distribuzione… Fino alle tecnologie necessarie a produrre le materie prime. “E la qualità di questa energia, in qualche modo garantisce anche la qualità di ciò che mangiamo. Per questo dobbiamo attivare comportamenti virtuosi, per non sprecarla e per ridurre le emissioni”. Il primo passo da fare è migliorare la consapevolezza dei cittadini, “Parola che preferisco, rispetto a consumatori”, osserva la Valentini “Non ci è chiesto solo di cambiare passo, ma mentalità.

E non si cambia il modo di agire se non si modifica il modo di pensare. In tutti i nostri comportamenti c’è energia. È fondamentale per il nostro cambiamento, quindi dobbiamo renderci conto che gli sprechi sono un male per tutti, bisogna imparare a farlo nella maniera più efficiente”. Una sollecitazione condivisa appieno da Coldiretti, se è vero che in quell’incontro online anche la Barbati sottolineava quanto sia decisiva la nostra responsabilità: “Se compro a km zero da Campagna Amica ho fatto un pezzo importante di cammino, certo. Ma se poi non sto attento alle scadenze e butto una parte della spesa, siamo da capo. La sostenibilità è fatta di tanti aspetti.  

Noi ci concentriamo molto sulla gestione delle risorse naturali, ma è un discorso che riguarda tutti. Pensate all’acqua: è un bene preziosissimo. Ma quanta ne sprechiamo con comportamenti disattenti?”. Così, a conti fatti, in progetti del genere di circolare non c’è solo il percorso della materia prima, recuperata, ma anche il legame che si tesse e si stringe via via tra i protagonisti. Un circolo virtuoso, appunto. Fatto di connessioni, rapporti, azioni comuni. “Il grande vantaggio dell’economia circolare è che mette in simbiosi”, dice la Valentini: “In questo gioco non esiste un player da solo che può risolvere il problema, un soggetto che fa mentre gli altri stanno a guardare: siamo tutti protagonisti”.