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“Circularity gap” e le strategie per colmarlo

Solo il nove percento dell'economia mondiale è circolare. Ecco cosa serve per favorire il passaggio da un uso "a esaurimento" ad uno "a recupero" delle risorse.

di Jelmer Hoogzaad & Marc de Wit
30 ottobre 2018
19 min di lettura
di Jelmer Hoogzaad & Marc de Wit
30 ottobre 2018
19 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 40 – Safe & Circular. Leggi il magazine

L’economia circolare rappresenta un’opportunità di business che concilia la transizione verso un sistema economico più sostenibile con la riduzione della nostra impronta di carbonio. Dal momento che si propone di rendere disponibili per un numero maggiore di individui servizi essenziali come alloggio, mobilità e alimentazione (a costi inferiori in termini finanziari, ambientali e sociali), i vantaggi di un’economia circolare non si limitano alle azioni di mitigazione del cambiamento climatico.

Chiudendo i cicli dei materiali, ampliando la responsabilità dei produttori oltre il punto di vendita e correggendo tanto i nostri sistemi fiscali quanto il nostro modo di individuare le opzioni per la mitigazione dei gas serra, l’economia circolare può intervenire sulle cause alla radice delle emissioni. Ecco perché tale sistema offre una via promettente verso una società a basse emissioni di carbonio, che ha fatto progressi su una vasta gamma di Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Oltre a spiegare il legame tra utilizzo delle risorse globali ed emissioni di gas serra, questo articolo fornisce un’anticipazione del secondo Global Circularity Gap Report (“rapporto sul divario di circolarità globale”) che sarà pubblicato nel mese di gennaio del 2019. Il report approfondirà il nesso tra massa, valore e carbonio, mettendo in relazione queste tre dimensioni al fine di individuare i “punti di leva” globali su cui intervenire per poter passare a un’economia circolare. Infine, l’articolo esamina in maggiore dettaglio le opportunità dell’economia circolare per l’edilizia, i beni strumentali e l’impegno globale a mitigare il cambiamento climatico.

Un mondo circolare al 9,1%

Solo il 9,1% dell’economia mondiale è circolare e questo provoca un “divario di circolarità” enorme. Questa statistica allarmante è il principale risultato del primo Circularity Gap Report, che ha inaugurato un metodo per misurare lo stato di circolarità del pianeta.

Le conseguenze di un'economia quasi del tutto lineare

Appena il 9,1% di tutti i materiali in uso viene recuperato e riutilizzato (figura 1). Il resto finisce in “giacimenti a lungo termine” sotto forma di edifici e infrastrutture (21,5 miliardi di tonnellate) oppure viene smaltito. Lo smaltimento annuale di 62,9 miliardi di tonnellate di materiale comporta gravi conseguenze ambientali come cambiamento climatico, perdita di biodiversità, acidificazione degli oceani, perturbazione dei cicli dell’azoto e del fosforo, degradazione del suolo e sfruttamento eccessivo dell’acqua dolce.

Di per sé, il modello economico lineare “prendi-produci-getta” (basato cioè sulla catena estrazione-produzione-scarto delle risorse) impedisce di fare progressi su una serie di Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG). Molti di questi sono correlati alla produzione di rifiuti o all’uso eccessivo di risorse naturali, sia che tengano conto della qualità dell’aria nelle città, dello spreco alimentare, della disponibilità di acqua potabile e delle conseguenze per la salute dell’esposizione a emissioni pericolose, sia che riguardino obiettivi più generali come vivere in armonia con la natura o l’efficienza delle risorse globali a livello di consumo e produzione.

In un’economia circolare, la quantità di risorse estratte e la quantità di materiali dispersi e scaricati dovrebbero essere ridotte al minimo. I principi di fondo per raggiungere questo scopo sono due (figura 1):

1 | Ottimizzare lo sfruttamento delle materie prime, ovvero utilizzare tutto il potenziale dei “giacimenti in uso”, rappresentati da edifici e macchinari, riducendo il ricorso a quelli temporaneamente inutilizzati (o “dormienti”) oppure mobilizzando i materiali per farli rientrare nell’economia (il cosiddetto “urban mining”, o estrazione mineraria urbana);

2 | Ottimizzare il ciclo dei materiali per favorirne il riutilizzo, il che comporta una nuova progettazione di prodotti, l’adozione su larga scala delle migliori tecnologie a disposizione e il miglioramento delle infrastrutture di raccolta per la lavorazione delle risorse.

Il metabolismo globale: flussi e giacimenti di materiali

Per riconoscere le opportunità dell’economia circolare è necessario comprendere come usiamo i materiali al fine di soddisfare i bisogni della società. Ciò richiede un approccio metabolico (figura 2). In un’analisi di questa natura ogni flusso, giacimento, lavorazione, importazione, esportazione e utilizzo energetico di risorse viene esaminato come un sistema anziché come un insieme di elementi distinti. Considerare un’amministrazione locale o un polo industriale alla stregua di un metabolismo apre prospettive di sviluppo trasversali ai singoli settori e alle singole industrie e ha effetti che travalicano i confini di un ente locale o i cancelli di una fabbrica.

Circa la metà dei materiali che utilizziamo (combustibili fossili, alimenti, foraggio e legna da ardere) fornisce energia e nutrimento. L’altra metà (metalli, minerali, legname da costruzione, asfalto e plastica) viene utilizzata per impieghi a lungo termine, ovvero accumulare, conservare e reintegrare scorte e beni materiali. Queste scorte di materie prime sono gli edifici, le infrastrutture e i generi di consumo che forniscono alla società alloggi, trasporti, comunicazioni e altri servizi preziosi.

Dal 1900 al 2010, i materiali utilizzati nel mondo in costruzioni e infrastrutture sono cresciuti fino ad arrivare a 792 miliardi di tonnellate. La maggior parte dei materiali attualmente in uso è relativamente recente, l’82%, infatti, ha meno di 30 anni. In qualche paese sviluppato, il livello dei materiali si è stabilizzato o ha addirittura iniziato a diminuire. Le economie in via di sviluppo ed emergenti, tuttavia, stanno accumulando rapidamente le loro scorte. Per esempio, dal 1990 la quota cinese dei materiali globali è più che raddoppiata, passando dal 10 al 22%, e le aggiunte nette del paese asiatico ai materiali in giacenza hanno superato quelle delle economie industriali.

Tutte queste risorse vengono utilizzate per soddisfare le esigenze della società. Le tre necessità della società che richiedono la maggior parte dei materiali sono edilizia abitativa e infrastrutture, alimentazione e mobilità.

L’edilizia abitativa e le infrastrutture, ovvero il settore edile, utilizzano quasi la metà di tutte le risorse globali, che sono soprattutto minerali (come sabbia, ghiaia e calcare per produrre calcestruzzo), acciaio e legno. Il più delle volte, questi materiali edili restano confinati a lungo nelle costruzioni per cui sono impiegati. Questo flusso di risorse è particolarmente cospicuo nei paesi emergenti e in via di sviluppo che hanno iniziato a costruire le proprie infrastrutture solo di recente. I materiali edili possono essere recuperati solo quando le strutture che li utilizzano giungono al termine della loro vita utile: si stima che la quantità di calcestruzzo derivante dalla demolizione di edifici e infrastrutture corrisponda alla metà dei 14,5 miliardi di tonnellate di materiale scartati ogni anno.

L’alimentazione è l’esigenza sociale a consumare la seconda quota più elevata di materie prime, sotto forma di sostanze organiche (in altre parole, il cibo). Grandi quantità di prodotti alimentari e materie prime di origine animale percorrono molti chilometri per arrivare al consumatore finale. Sebbene sia possibile recuperare i nutrienti, la grande distanza tra luogo di produzione e luogo di consumo complica la chiusura di tali cicli.

La mobilità si colloca al terzo posto per consumo di materiali, in tal caso i metalli presenti nei veicoli e i combustibili fossili che servono ad alimentarli. Si stima che i combustibili fossili costituiscano il 20% delle risorse che estraiamo. Dal momento che vengono utilizzati soprattutto per fornire energia e che dopo la combustione non hanno alcuna utilità concreta per la società, la natura di questi combustibili è intrinsecamente lineare. In termini di recupero di componenti e materiali dai veicoli, l’andamento del settore dei trasporti è relativamente buono.

Strategie per colmare il divario di circolarità

Per favorire il passaggio da un uso “a esaurimento” a un uso “a recupero” dei materiali esistono sei strategie di economia circolare in grado di affrancare la crescita economica dall’utilizzo delle risorse. Ciò è possibile proponendo strategie che riducono l’apporto di materiali vergini, perfezionano l’uso delle risorse esistenti e limitano la produzione di rifiuti nocivi.

1 | Recupero e riutilizzo: recuperare e trattare scarti e sottoprodotti come materiali per altri utilizzi.

2 | Utilizzare fonti di materiali rigenerative: evitare l’uso di materiali che creano rifiuti nocivi e ottimizzare l’uso di fonti rigenerative di materiali.

3 | Aumentare la durata: elevare la vita media di beni e prodotti puntando maggiormente (tanto in fase di progettazione quanto in fase di utilizzo) su manutenzione, aggiornamento e riparazione, come pure su logistica di ritorno, ritiro prodotti e rigenerazione.

4 | Modelli di condivisione e servizio: offrire prodotti come servizi tramite modelli pay-per-use e utilizzare piattaforme di condivisione e locazione per massimizzare l’utilizzo di beni e prodotti.

5 | Digitalizzazione: dematerializzare sostituendo prodotti fisici con servizi o corrispettivi online.

6 | Progettazione circolare: progettare beni e prodotti riducendo al minimo l’utilizzo delle risorse lungo tutto il ciclo vitale è una strategia che rende possibile e sostiene le strategie sopraelencate.

Azioni circolari di mitigazione

È inoltre possibile utilizzare le strategie di economia circolare per intervenire espressamente sulle emissioni di gas serra. Sono cinque i “punti di leva” principali su cui l’economia circolare può agire per ridurre le emissioni di gas serra:

1 | Preferire le materie secondarie a quelle primarie: riciclare riduce le emissioni di gas serra. L’analisi su una serie di prodotti e materiali ha mostrato che i prodotti ottenuti da materie secondarie o riciclate hanno un’impronta di carbonio minore rispetto ai prodotti ottenuti da materie primarie. La differenza si attesta intorno alle 1,4 tonnellate di CO2 per tonnellata di prodotto. Ciò rende il riciclaggio un ottimo strumento di mitigazione.

2 | Privilegiare i materiali a basse emissioni di carbonio: le scelte di investimento che operiamo oggi determinano quali saranno le nostre emissioni di gas serra per molti decenni a venire. Per esempio, possiamo scegliere se investire nel miglioramento dell’efficienza di industrie esistenti a elevate emissioni di carbonio o in alternative intrinsecamente a basse emissioni per i servizi che forniscono alla società. La crescita senza precedenti della capacità energetica da fonti rinnovabili indica che per il settore energetico abbiamo deciso di preferire le fonti che si rigenerano a quelle fossili. Dovremo fare altrettanto per i materiali.

3 | Chiudere i cicli dei nutrienti: un terzo “punto di leva” riguarda le sostanze organiche e mira a chiudere i cicli dei nutrienti coniugando la separazione alla fonte tramite la digestione anaerobica di letame, rifiuti organici e liquami al recupero delle sostanze nutritive e al loro successivo impiego agricolo. Grazie all’utilizzo agricolo delle acque di scolo, questa tecnologia può evitare la degradazione del suolo. Attualmente, la capacità di digestione riesce a trattare solo lo 0,5% dei rifiuti organici globali. Aumentare questa capacità rappresenta un’opportunità che può trarre vantaggio dall’esperienza e dalle iniziative agricole e ambientali esistenti tanto nei paesi in via di sviluppo quanto in quelli sviluppati.

4 | Ottimizzare l’uso di beni attivi: ottenere un valore economico maggiore o ottimizzare il livello dei servizi che i beni attivi esistenti possono fornire è un altro modo in cui l’economia circolare può avere un’impronta di carbonio minore rispetto all’approccio lineare che adottiamo attualmente.

5 | Progettare per il futuro: infine, se la progettazione è adeguata, è possibile ottimizzare le probabilità di riutilizzo, rigenerazione e riciclaggio dei prodotti. Ne sono un esempio Fairphone (vedi pag. 41), uno smartphone modulare di cui è possibile sostituire agevolmente le componenti che si dovessero rompere, e l’uso di materiali biodegradabili.

Strategie integrate ai sensi dell'Accordo di Parigi

I piani nazionali per la mitigazione del cambiamento climatico che i vari paesi hanno presentato alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) dopo aver ratificato l’Accordo di Parigi indicano che solo un numero esiguo di paesi sta sviluppando politiche ambientali che intervengono contemporaneamente sui gas serra e sull’utilizzo delle risorse. Perfino l’Unione europea considera l’azione sul clima indipendentemente dai propri obiettivi in termini di efficienza delle risorse. Ciò è in contraddizione con la ricerca scientifica e con i modelli economici, secondo cui la combinazione di economia circolare e “inverdimento” dei sistemi energetici determina vantaggi ambientali ed economici assai più elevati rispetto alla strategia di puntare solo sul sistema energetico.

L’Accordo di Parigi prevede un meccanismo ciclico quinquennale per aumentare l’ambizione collettiva dei paesi firmatari. Scindere obiettivi climatici e seri tentativi di scongiurare un inquinamento e un utilizzo delle risorse eccessivi impedisce di cogliere una grande opportunità di mitigazione. È qui che risiede il potenziale per rendere più ambizioso il proprio impegno iniziale a mitigare il cambiamento climatico. Dal punto di vista di un’economia circolare, esistono molti modi in cui i paesi possono aumentare il livello di ambizione della propria azione per il clima, facendo al contempo un uso ottimale dei nuovi meccanismi per la cooperazione internazionale ai sensi dell’Accordo di Parigi.

1 | Integrare le strategie di mitigazione esistenti che mirano alla fonte delle emissioni con strategie che puntano alla causa. L’enfasi storicamente posta sulle fonti di emissione dei gas serra ne ha consentito un’enorme riduzione nei settori dell’industria e dell’energia. Tuttavia, questa enfasi ha anche distolto l’attenzione dallo sviluppo di alternative alle industrie a elevate emissioni di carbonio. Nel settore energetico, la crescita delle energie rinnovabili ha cominciato a rendere obsoleti i beni basati sui combustibili fossili. È ora di mirare a un analogo passaggio a materiali rigenerativi a basse emissioni di carbonio sia chiudendo i cicli dei nutrienti al fine di ridurre la dipendenza dagli apporti chimici di origine fossile sia utilizzando materiali edili che determinano un sequestro netto di CO2.

2 | Utilizzare strategie metaboliche per individuare le opzioni di mitigazione. Cooperazione e capacity building internazionali dovrebbero smettere di concentrarsi esclusivamente sulle fonti delle emissioni e capire piuttosto come vengono utilizzate le risorse per fornire servizi alla società. Ciò richiede un’analisi metabolica, vale a dire una mappatura dei flussi e dei giacimenti di materiali ed energia in una data sfera di competenza. Solo allora i paesi potranno aspirare al progresso del sistema e del modo in cui soddisfa le esigenze della società, anziché perseguire progressi incrementali del sistema esistente.

3 | Sostenere paesi che integrano economie circolari e politi.che a bassa emissione di carbonio. Tra gli esempi di queste politiche possiamo ricordare:

a | Riforma fiscale, dalla manodopera all’estrazione delle risorse. L’organizzazione non governativa olandese Ex’Tax chiede una riforma fiscale in cui le imposte e i contributi previdenziali che ricadono sulla manodopera subiscano una riduzione, a fronte di un aumento della tassazione ambientale. Ex’Tax chiede di tassare ciò di cui vogliamo meno, incentivando invece ciò di cui vogliamo di più. Una simile riforma fiscale può rendere più allettante per le aziende l’adozione di modelli circolari di business, anche qualora siano a più elevata densità di lavoro, per esempio laddove richiedano riprogettazione, logistica di ritorno, smistamento o maggiore manutenzione per aumentare la vita utile di un prodotto o recuperare prodotti e materiali al termine del loro ciclo di vita.

b | I piani di aumentare la responsabilità del produttore introducono il concetto di Life-Cycle Thinking (l’analisi della sostenibilità dei prodotti in tutte le fasi del loro ciclo di vita) a livello di fabbricazione, finanziamento della commercializzazione di prodotti migliori e promozione di un’interazione responsabile tra produttori e consumatori. Tali progetti si sono dimostrati efficaci nell’Unione europea e in paesi leader come la Francia.

c | Gli incentivi per l’acquisizione di verde pubblico e verde privato contribuiscono a creare domanda di prodotti e servizi circolari.

4 | Individuare nuove politiche per la mitigazione delle emissioni di carbonio modificando la domanda dei consumatori. Per incidere sulle emissioni di carbonio di ciascun paese è necessario adottare una strategia basata sul ciclo di vita in grado di indicare e promuovere azioni di mitigazione nelle catene del valore internazionali. Si tratta di un punto importante, poiché si stima che tra il 20 e il 30% dell’impronta di carbonio di ciascun paese derivi dalle emissioni imputabili all’esportazione dei prodotti oltre i confini nazionali. Se i paesi continuano a calcolare il loro impatto sul clima in termini di confini nazionali, quel potenziale di mitigazione non verrà sfruttato. Alcune città, ma anche il Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), hanno preso i primi provvedimenti per considerare tutte le emissioni a monte della filiera un potenziale di mitigazione, anche se queste emissioni avvengono al di fuori dei confini nazionali o cittadini.

L'autore: Jelmer Hoogzaad

Fondatore e senior advisor di Shifting Paradigms, Jelmer Hoogzaad in precedenza ha lavorato con Climate Focus, una sociatà di consulenza internazionale impegnata nello sviluppo di politiche e progetti per la mitigazione del cambiamento climatico. Ancora prima, ha collaborato con il governo olandese.

 

 

L'autore: Marc De Wit

Marc De Wit guida le partnership strategiche e la consulenza di Circle Economy ed è il principale autore del Circularity Gap Report. Ha 10 anni di esperienza nella consulenza a società e governi nello sviluppo di strategie sostenibili. Da quando è entrato in Circle Economy nel 2012, ha avviato e guidato oltre 25 progetti.