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Perché serve un'economia circolare del cibo

L'impronta ecologica dello spreco alimentare torna a essere un tema di prima piano. Un sistema altamente compromesso?

da Daniele Fattibene
05 febbraio 2020
8 min di lettura
daDaniele Fattibene
05 febbraio 2020
8 min di lettura

Lotta alla malnutrizione: una battaglia per il futuro dell’uomo

Nella settimana in cui i riflettori sono puntati sull’Assemblea generale delle Nazioni Unite e sulle decisioni che i leader mondiali prenderanno nella lotta al cambiamento climatico, il tema della sostenibilità ambientale del sistema alimentare mondiale torna a giocare un ruolo di primo piano. Da anni infatti appare chiaro come il sistema alimentare globale sia ormai altamente compromesso. Dopo alcuni miglioramenti registrati nel corso degli ultimi anni, il numero di persone che soffrono di varie forme di malnutrizione (dalla malnutrizione cronica all’obesità) è tornato ad aumentare, superando gli 820 milioni di individui nel 2018. Nel corso dei decenni il cibo si è progressivamente trasformato in una vera e propria merce, forse la più globalizzata di tutte, e ciò ha comportato l’emergere di una serie di contraddizioni e paradossi. Uno di quelli più drammatici continua ad essere rappresentato dallo spreco alimentare, ossia di quel cibo destinato al consumo umano e che nel corso della filiera alimentare (dal campo allo smaltimento) viene perso oppure sprecato. Per quanto risulti ancora complicato giungere ad una completa misurazione del fenomeno, da numerosi anni l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) sostiene che circa un terzo del cibo prodotto a livello mondiale si perde o si spreca all’interno della filiera alimentare. Si tratta di una quantità spaventosa – circa 1,3 miliardi di tonnellate - che se equamente redistribuita sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno di una popolazione quattro volte superiore a quella che oggi soffre di malnutrizione. Trasformare la catena alimentare seguendo i criteri dell’economia circolare consentirebbe non solo di evitare questi sprechi e perdite di cibo, ma anche fare passi in avanti concreti verso la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg).
Lo spreco alimentare è un fenomeno complesso, le cui cause dirette sono molteplici (dal deterioramento durante il trasporto, alla produzione eccessiva, fino alle caratteristiche estetiche) e sono il combinato disposto di numerosi fattori tecnologici (infrastrutture carenti, tecniche di imballaggio poco sofisticate), manageriali (scarsa capacità di gestione di domanda e offerta), comportamentali (carenza di educazione e consapevolezza) o strutturali (politiche e regole deficitarie, debolezze finanziarie, situazione climatica). Tutti questi fattori sono fortemente collegati fra loro e possono verificarsi in vari momenti della filiera alimentare, con un’incidenza diversa a seconda delle regioni del mondo. Come mostrano i dati della Fao in basso, mentre nei paesi del Sud globale, il cibo viene prevalentemente “perso” nei primi stadi della filiera (produzione, conservazione, trasformazione e distribuzione), nei paesi del Nord globale il consumatore è spesso il maggiore responsabile dello spreco di cibo, in particolare in America settentrionale, Oceania e Europa.

L’impronta ecologica dello spreco alimentare

Lo spreco alimentare, oltre ad essere un fenomeno eticamente ormai inaccettabile, produce dei costi elevati non solo dal punto di vista economico (circa 940 miliardi di dollari secondo la Fao) ma soprattutto ambientale. Esso infatti genera una serie di perdite all’interno dell’intera catena alimentare, dall’acqua e la terra necessarie per produrlo, alle emissioni generate nel corso delle varie fasi della filiera alimentare fino all’energia necessaria per trasportarlo, distribuirlo, conservarlo e smaltirlo. Scoprire i “costi nascosti” dello spreco alimentare è quindi fondamentale per comprendere la reale impronta ecologica di questo fenomeno drammatico. Negli ultimi anni diversi studi hanno provato a colmare questo gap, calcolando che lo spreco alimentare è responsabile di circa l’8% delle emissioni annuali globali di gas serra, consuma circa un quarto di tutta l’acqua usata in agricoltura e occupa una superficie agricola totale grande quanto la Cina.


Oggi è pertanto possibile misurare quali alimenti producono un’impronta ecologica in termini di gas serra maggiore di altri. In particolare, alcuni studi mostrano da un lato che la carne rossa produce la quantità maggiore di gas serra per kilogrammo, seguita dai prodotti caseari, sia a causa della fermentazione enterica, sia a seguito della conversione di terra per uso agricolo o per l’allevamento di bovini e suini. Per quanto riguarda gli alimenti vegetali, alcune ricerche hanno dimostrato che il riso ha un’impronta ecologica elevata, dovuta al metano presente nelle risaie, e non è un caso che il riso generi circa il 17 per cento di tutte le emissioni agricole a livello globale. Quantificare questi costi è fondamentale, soprattutto se si tiene conto della progressiva evoluzione dei modelli di consumo verso diete sempre più occidentali e poco sostenibili, ossia ricche di proteine di origine animale, che rischiano di avere impatti potenzialmente molto profondi nei confronti dell’ambiente. Ciò è tanto più vero, quanto più si considera che nei prossimi decenni più di 2 miliardi e mezzo di persone si trasferiranno in città, aumentando notevolmente la loro domanda non solo di energia, ma anche di cibo processato.

Un’economia circolare del cibo

Ridurre lo spreco alimentare è una sfida complessa che richiede una vera e propria agenda globale d’azione di tutti gli attori della filiera alimentare, dal settore privato ai consumatori, dai Governi centrali alle organizzazioni regionali. Non è un caso che molti di questi attori abbiano già intrapreso una serie di azioni significative per combattere questo fenomeno. Sono già tanti gli Stati del Nord e del Sud globale che hanno iniziato a misurare questo fenomeno per raggiungere l’obiettivo ambizioso di dimezzare il livello di sprechi e perdite alimentari previsto dall’Agenda 2030 dell’Onu.

Inoltre, numerose organizzazioni regionali e sovranazionali (Unione europea, Unione africana e la Cooperazione economica asiatico-pacifica) hanno fissato dei target ambiziosi per i prossimi anni, introducendo anche delle metodologie innovative per calcolare il fenomeno, come il Food Loss Index sviluppato dalla Fao, oppure la nuova metodologia di misurazione europea. Negli ultimi anni nuovi soggetti come le città si stanno progressivamente imposti in questa battaglia. Numerose infatti sono le città (ad es. Milano, New York, Vancouver, Jeddah, ecc.) che hanno cominciato a misurare lo spreco alimentare prodotto a livello di consumatori per dar vita a delle politiche efficaci per contrastare il fenomeno.

Infine, è importante ricordare gli sforzi che molti attori privati hanno compiuto per far sì che quella parte purtroppo inevitabile di spreco alimentare prodotta a livello di trasformazione e consumo non esca dalla catena del valore ma sia riconvertita in energia in grado di soddisfare le esigenze di una crescente popolazione, soprattutto urbana. In altre parole, costruire un’economia circolare del cibo può produrre una serie di vantaggi non solo etici, ma anche e soprattutto ambientali. Tra i tanti, dimezzare lo spreco alimentare entro il 2050 eviterebbe di destinare una superficie grande quanto l’intera Argentina in terreni coltivabili da qui al 2050 e di ridurre l’uso di risorse idriche del 13%. Infine, ciò consentirebbe di ridurre le emissioni di gas serra di circa 1.5 giga tonnellate di diossido di carbonio equivalente all’anno fino al 2050, una quantità superiore alle emissioni prodotte dal sistema energetico e industriale del Giappone. È quindi necessario che tutti gli attori della catena si uniscano in questa battaglia con lo scopo non solo di ridurre l’impronta ecologica del sistema alimentare.

L'autore: Daniele Fattibene

Istituto Affari Internazionali.