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Amsterdam e l’economia della ciambella

Dopo la crisi, il cambiamento che chiude il cerchio.

di Davide Perillo
14 settembre 2020
8 min di lettura
diDavide Perillo
14 settembre 2020
8 min di lettura

Il mondo intero sta affrontando l’emergenza Covid e non possiamo sapere quali saranno i prossimi sviluppi della situazione epidemica. Non lo sa neanche l’organizzatissima Olanda, dove il virus, oltre a fare migliaia di vittime, continua a zavorrare l’economia, tenere lontani i turisti e infiammare una campagna elettorale di fatto già aperta, in vista del voto di primavera 2021. Un fatto però è certo: Amsterdam ha già deciso come e da dove ripartire, quando le condizioni lo permetteranno. E la chiave sta tutta in quel disegno tracciato in bianco-gesso sulla copertina di un libro uscito tre anni fa: due cerchi concentrici, il simbolo della Doughnut Economics, l’economia della ciambella.

Schema semplificato di una realtà complessa

Un modo leggero per battezzare un modello economico serissimo, che la stampa inglese ha definito ”un’alternativa rivoluzionaria al paradigma della crescita”. The Guardian ha piazzato la sua ideatrice nella classifica dei dieci personaggi più innovativi del suo settore.

Kate Raworth, ricercatrice all’Environmental Change Institute di Oxford, raccoglie in maniera sintetica nello schema della ciambella la complessità di una sfida epocale. Si è chiesta che cosa serva davvero all’uomo, e a una comunità, per vivere bene, e come si potrebbe fare per assicurare a tutti senza gli sprechi degli ultimi decenni, una quota sempre più grande delle risorse che il nostro pianeta ci mette a disposizione.

La sua risposta è in quel disegno semplificato. Il buco all’interno è il vuoto dove si posiziona chi non raggiunge gli standard minimi di reddito, istruzione, assistenza sanitaria, possibilità di alloggio, cibo, accesso ad acqua e aria pulite. Insomma, chi è lontano dagli ormai famosi 17 obiettivi per uno sviluppo sostenibile codificati dall’ONU. La ciambella vera e propria è la quota di chi quelle risorse le ha, e le usa, senza sprechi e danni eccessivi per l’ambiente: l’umanità che vive bene. Il bordo esterno segna il limite, tracciato in base a una grande quantità di studi e ricerche, oltre il quale si finisce per consumare in eccesso rispetto a quello che si ha a disposizione. In pratica, il confine da non oltrepassare per non danneggiare il clima, gli oceani, la biodiversità, quindi la Terra nel suo complesso.

Schema essenziale, ma efficace. E con in più la possibilità di essere applicato in scala dappertutto. Perché i dati a disposizione ormai, secondo la ricercatrice inglese, permetterebbero ovunque di capire chi e dove resta “nel buco”. Quanti sono i poveri di una città, o quelli che vivono in quartieri più inquinati, o le zone dove le scuole, le case o i metri di verde sono al di sotto degli standard. E cosa serve per portare quelle persone all’interno della ciambella, dove c’è la polpa, senza sforare dal lato opposto e finire nello spreco. Serve studiare bene la mappa di partenza. Rendersi conto che i problemi sono interconnessi e che, come osserva la Raworth: “dobbiamo occuparci allo stesso momento e nello stesso modo dei posti di lavoro e della salute, dell’economia e dell’ambiente”.

La ciambella di Amsterdam

Amsterdam è la prima città al mondo ad adottare ufficialmente la Doughnut Economics. Partita l’anno scorso, molto prima della pandemia, aveva invitato l’economista inglese a salire in cattedra come docente alla locale Applied Sciences University e a mettere in piedi una rete che, assieme all’amministrazione locale, coinvolgesse associazioni, enti, aziende. Una trentina per ora, raccolti nella Amsterdam Donut Coalition, laddove donut è lo slang semplificato e più usato per doughnut. Si sono messi a raccogliere dati, studiare situazioni, elaborare proposte.

Il risultato è stato doppio: un ritratto inedito e dettagliato della città e una Roadmap 2020-2025 approvata dal Consiglio comunale, che a fine giugno ha annunciato la rivoluzione. "Pensiamo sia la modalità più adatta per aiutarci a uscire dalla crisi, ma soprattutto per ripensare il futuro", ha detto Marieke Van Doorninck, vicesindaco di Amsterdam: "per chi governa è un dovere". Aggiungendo una nota importante: "la ciambella non dà riposte, ma aiuta a trovarle". Non contiene quindi ricette da applicare, ma piuttosto una prospettiva che allarghi la visuale con cui si affrontano i problemi.

I dati raccolti per esempio, dicono che in città quasi il 20% degli abitanti fa fatica a combinare le esigenze di base con il costo degli affitti troppo alti. Costruire di più risolverebbe una parte del problema, certo, ma aprirebbe uno squarcio più ampio in un altro tessuto delicato: l’ambiente. Una buona quota delle emissioni di CO2 da quelle parti dipende dalle importazioni di materiali da costruzione. Conseguente quindi la scelta, incentivata ad hoc, di costruire sì, ma usando il più possibile legno e materiali di riciclo. Linea che si combina bene con l’obiettivo di dimezzare entro il 2030 il consumo di materie prime, ma anche con l’intento di eliminare entro la stessa data i 41 chili di cibo sprecati ogni anno dal cittadino medio. A questo fine sono già partiti programmi mirati su ristoranti e hotel. Tra gli altri obiettivi: ridurre al minimo i rifiuti, incentivare il riciclo di mobili, vestiti, oggetti di elettronica, moltiplicando le biblioteche delle cose, i mercati dell’usato e i centri dove si insegna l’arte della riparazione.

L’economia circolare a vantaggio di tutti

Lo scopo è tagliare entro il 2050 il traguardo di una città a impatto zero, fondata sull’economia circolare e al tempo stesso capace di combinare "sviluppo economico e tutele individuali”, come ha detto la stessa Van Doorninck a Wired. Il segreto sarebbe proprio lì: chiedersi, per ogni ipotesi di intervento, come cambierebbe il disegno complessivo e che impatto avrà non solo sul problema particolare, ma sull’insieme. “Nella nostra strategia, ogni azione ha una posizione nella ciambella e contribuisce al modello generale", osserva ancora il vicesindaco. 

Pensiamo che l’economia della ciambella sia la modalità più adatta per aiutarci a uscire dalla crisi, ma soprattutto per ripensare il futuro

di Marieke Van Doorninck, vicesindaco di Amsterdam

Il modello dell’economia della ciambella poggia su una domanda che secondo Kate Raworth non possiamo più dare per scontata: cosa vuol dire davvero crescere? Siamo certi che l’incremento del Pil sia l’unica bussola per orientare le nostre scelte, o lo sviluppo è qualcosa di altro? “Be agnostic about the growth”, non farti incantare dalla crescita, recita uno dei “sette modi per pensare come un economista del XXI secolo” del sottotitolo di Doughnut Economics. L’obiettivo non sarebbe più to grow, crescere, ma piuttosto, to thrive, ovvero svilupparsi, acquisire prosperità: qualcosa di più ampio e armonioso. “Non esiste nulla, in natura, che cresca in maniera indefinita”, ricorda la Raworth: “qualsiasi cosa nasce, cresce ed è destinata a maturare. Solo il nostro modello economico si appoggia sull’idea che il Pil globale debba salire per sempre, mentre le risorse restano limitate”.

Un nuovo benessere

Non sarebbe la crescita felice o addirittura il ritorno al passato, del quale parlano altri economisti, ma un’altra cosa: “… la ricerca di un sistema che offra una vita buona per tutti, all’interno dei confini che ci offre la Terra". Per arrivarci, la Raworth e il suo staff propongono anzitutto di cambiare obiettivo: dal PIL alla ciambella. Poi di "nutrire la natura umana”: il benessere dell’uomo ha molti più lati e sfaccettature del semplice rispondere al bisogno di consumo. E va riscoperto l’umano per disegnare un “sistema più saggio”, flessibile, non basato solo su teorie economiche costruite a tavolino. Da qui gli altri punti: "progettare per ridistribuire", perché non sarebbe vero che il mercato alla lunga produce di per sé uguaglianza; «creare per rigenerare», abbandonando per sempre l’idea di un consumo usa e getta. Infine, "raccontare una nuova storia", perché la narrativa della crescita continua e del mercato come timone delle scelte, dominante per tutto il ventesimo secolo, avrebbe troppi nodi che stanno venendo al pettine.

Secondo la Raworth, l’Amsterdam del post-Covid è solo il primo passo: "non avremmo mai immaginato che ci saremmo trovati a lanciare il progetto in un momento di crisi così forte, ma forse il bisogno di cambiamento ci dà un’opportunità ancora più grande". Ci stanno pensando anche altre città: si parla di economia della ciambella anche a Philadelphia e Portland, dove è già in fase avanzata il lavoro di mappatura della situazione. Ma il Doughnut Economics Action Labs raccoglie idee e spunti da ogni parte del mondo "per ripensare il futuro".