di Claudio Descalzi
Cosa c’entra la situazione degli operatori Eni dislocati sulle piattaforme petrolifere, negli impianti di estrazione localizzati nel bel mezzo del deserto o a ridosso delle coste africane o sudamericane, con gli stranieri, in particolare quelli di difficile integrazione, che si insediano precariamente negli interstizi urbani delle nostre città? Quali si sono le problematiche che accomunano e differenziano situazioni apparentemente così distanti sul piano delle forme di convivenza e delle relative pratiche di governo orientate a promuovere livelli accettabili di integrazione? E ancora, venendo alle tema della mostra, qual è l’esperienza di un soggetto complesso come Eni in tema di “abitare”?
Per rispondere a queste domande credo sia importante partire da un elemento comune alle due situazioni, ovvero in entrambi i casi, per entrambi i “gruppi” è necessario sviluppare forme di relazioni; con i luoghi, gli ambienti, le culture con le quali interagiscono e convivono. Da questo punto di vista Eni rappresenta un grande player, che ha accumulato nel corso di decenni una propria cultura organizzativa sulle modalità attraverso le quali rapportarsi ai territori nei quali atterra. E’ evidente che i flussi migratori, oltre a veicolare culture piuttosto eterogenee, non assumono certo la capacità di omogeneizzazione e direzione di una grande organizzazione, anche se spesso portano con sé culture millenarie. Posto quindi che un soggetto come Eni abbia un’evidente capacità di plasmare l’ambiente nel quale si inserisce in modo più deciso rispetto al movimento carsico degli stranieri che giungono nelle nostre città in cerca di opportunità, ciò non significa che, in entrambi i casi, i soggetti della relazione in gioco non debbano adottare strategie, più o meno complesse, di adattamento reciproco. Il locale, infatti, se non opportunamente compreso nelle sue caratteristiche culturali, sociali, economiche e politiche, sviluppa forme di rigetto o di resistenza ai flussi in entrata.
Un altro terreno sul quale si possono evidenziare significative similitudini tra l’esperienza di Eni e quella dei migranti attiene invece alla dimensione esistenziale dei nostri contrattisti e dei nostri espatriati (quelli che vivono stabilmente in un Paese straniero) dislocati per il mondo e quella di coloro che giungono nei nostri territori dall’estero. Isolamento, solitudine, estraneità, desiderio di socialità, sono sentimenti con i quali entrambe le “popolazioni” si trovano a fare i conti, sebbene anche in questa circostanza nel caso di Eni il tutto si inquadri in una organizzazione che assume la forma di impresa, mentre nell’altro caso questa dimensione è lasciata alla spontaneità delle forme di relazione (di cooperazione e conflitto) che si creano sul territorio di arrivo all’interno dei circuiti informali. Ovviamente il nostro personale non si trova nelle stesse situazioni di precarietà estrema dei migranti: hanno un lavoro, hanno una casa, in genere hanno un luogo nel quale tornare periodicamente. E’ questa per loro una situazione già data in partenza, in sostanza i problemi esistenziali di base sono risolti e le soluzioni sono definite ed organizzate,mentre per i migranti si tratta di un obiettivo da perseguire quotidianamente tra tanti ostacoli e altrettante tentazioni di percorrere scorciatoie illegal-criminali, che poi alimentano reazioni radicali tra gli autoctoni.
Ma il punto più interessante mi pare risieda nel significato che noi attribuiamo al tema dell’abitare. Nel codice genetico e nella strategia di territorializzazione di Eni, a partire da quella del suo fondatore Enrico Mattei, abitare il mondo significa essenzialmente creare le condizioni per favorire il dialogo con l’altro, ancor prima di stabilire le forme funzionali dell’abitare. La casa non ha un senso se non è famiglia e inizio di comunità. Abitare il mondo significa per Eni integrarsi, condividere ;la condivisione con le Comunità ospitanti è stato il motore che ha permesso lo sviluppo di Eni nel mondo, la condivisione ci ha permesso di crescere e di far crescere chi ci ospitava, anche la tipologia dei nostri contratti petroliferi; i PSC ( production sharing contract) hanno nella condivisione il punto cruciale.
La condivisione e l’attenzione all’altro, sono gli aspetti caratteristici fondamentali che hanno permesso al “gattino” di Enrico Mattei di crescere e di competere con i più grandi.
I mattoni delle nostre case simboliche non li abbiamo mai messi da soli, ma con l’aiuto di chi ci ospitava e le nostre case non sono mai state segregate ed isolate e soprattutto chiuse.
Se c’è una cosa che distingue Eni dalle altre grandi compagnie petrolifere, specie quelle di matrice anglosassone, è il tipo di approccio al territorio. Eni, infatti, non ha mai applicato il modello del compound blindato come fanno altre compagnie, non ha mai percorso, se non per necessità contingenti, strategie di isolamento, neanche in situazioni locali di belligeranza. In Angola abbiamo convissuto 28 anni con la guerra civile così come in Congo, anche se per periodi inferiori; o durante la guerra del Biafra, dove Eni perse 11 uomini nei fatti drammatici del 1969, il gruppo continuò a perseguire la via del dialogo costruendo le proprie case di fianco a quelle dei nigeriani.
Nel lungo periodo la strategia di scambio e contaminazione culturale con la popolazione locale ( altro discorso sono le piattaforme off shore o gli impianti in pieno deserto ) aumenta i livelli di sicurezza complessivi di chi è impegnato nelle manovre di estrazione. E’ questa una strategia storicamente nata come necessità, ovvero come conseguenza della scarsa copertura politica di cui godeva il nostro Paese e della forza relativa in termini di capitale inizialmente disponibile. Per questi motivi, e non per puri e semplici orientamenti umanitari, Eni ha quindi scelto lo scambio e la condivisione, anche quelli delle risorse energetiche. Ad esempio, dal gas associato viene prodotta, in alcuni contesti, elettricità, che Eni fornisce al sistema domestico. E se è vero, come segnalano altre compagnie in modo quanto meno ambiguo, che questo determinerebbe la crescita di agglomerati urbani artificiali , rischiando con ciò di scompensare il sistema locale, è anche vero che con l’elettricità la vita sociale trae generale beneficio, sia dal punto di vista delle tante piccole attività artigianali che sfruttano l’energia a bassissimo costo, sia dal punto di vista del prolungamento della giornata oltre le ore diurne. Se poi a questo si aggiunge la costruzione di scuole e servizi sanitari, mi pare che stiamo facendo qualche cosa di positivo per popolazioni che spesso vivono nella povertà assoluta.
Queste pratiche di scambio, per la soddisfazione dei nostri competitor, sono poi diventate leggi, almeno in Nigeria. Il che segnala, mi pare, come i grandi player dell’energia possano configurarsi come soggetti di civilizzazione, mentre perseguono il proprio interesse imprenditoriale, e non essere vissuti come depredatori di risorse.
Il successo di questo tipo di approccio nel tempo testimonia di qualcosa che potrebbe essere traslato anche nelle nostre realtà, in rapporto alla nuova popolazione straniera. Il punto è che se ci si limita a guardare le cose da lontano, ovvero se ti mantieni a distanza dall’altro, prima o poi la situazione si radicalizza, se invece gli vai incontro lo conquisti. Eni lo conquista offrendo casa, lavoro e opportunità come prodotto di una relazione che viene a crearsi tra diversi. Qui in Italia, viceversa, dovrebbero essere gli autoctoni a sviluppare una strategia di conquista (alla condivisione delle regole) offrendo qualche opportunità in più di coltivare relazioni costruttive. L’esperienza, ma anche l’evidenza, dice che il primo passo deve farlo colui che ha risolto i bisogni primari, cioè colui che ha possibilità di intravedere un futuro senza essere schiacciato sulle esigenze di sopravvivenza del presente, quelle che la mostra chiama “nuda vita”.
L’esperienza di Eni fornisce un’altra suggestione, che attiene alla costruzione di una “casa comune”. Prendiamo l’esempio delle piattaforme off shore, dove convivono decine di nazionalità diverse in un luogo di grande concentrazione fisica. Ebbene, uno degli aspetti sui quali insistono i protocolli di formazione aziendali, oltre alla dimensione puramente tecnica delle mansioni, attiene proprio alla condivisione delle regole di sopravvivenza e convivenza, che vanno oltre l’aspetto lavorativo. In queste situazioni estreme individuare un filo conduttore tra cinesi, indiani, pakistani, italiani, etc., significa anche pensare ad una forma abitativa che permetta e favorisca la comunicazione, perché ciò che distingue una prigione da una casa è proprio questo aspetto fondamentale. Una comunicazione che deriva da una consapevolezza comune, che la sopravvivenza di ognuno, in un sistema a possibile rischio come una piattaforma, dipende dalla condivisione di comportamenti di reciprocità, di attenzione e rispetto delle cose e delle persone, in un rapporto che è di costante protezione dell’altro con il risultato di proteggere se stessi.
Oggi avere investito sulle risorse umane locali significa, come nel caso libico, nigeriano, congolese ed egiziano, dirigere le attività con pochi espatriati, qualche centinaio di contrattisti (italiani o di altre nazionalità) e migliaia di operatori locali che imparano a condividere delle regoli comuni e grazie a queste integrarsi.
Ora, mi rendo conto che il discorso possa sembrare più semplice quando applicato ad un microcosmo, per quanto articolato pur sempre chiuso come quello di una piattaforma, mentre è assai più complesso trasferirlo nelle nostre metropoli dove i codici di comunicazione sono plurimi e fluidi, tuttavia la metafora della piattaforma come sistema complesso che richiede la cooperazione di tutti per funzionare, anzi per non esplodere o andare alla deriva, mi pare significativa.