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SOSTENIBILITA'

 

HIGHLIGHTS

Impegno per la Sostenibilità

La Sostenibilità è parte integrante della cultura e della storia di Eni e rappresenta il motore di un processo di miglioramento continuo e trasversale all'interno dell'azienda che garantisce la Sostenibilità dei risultati nel tempo e ne rafforza il processo di sviluppo e valorizzazione.

In questa sezione:

  • I nostri obiettivi espressi da uno strumento operativo: le Aree di Miglioramento
  • Il modello concettuale e organizzativo di gestione della Sostenibilità: le esigenze degli stakeholder determinano le direttive principali del piano di sviluppo industriale
  • La nostra posizione nei principali indici di Sostenibilità
  • Le opinioni degli stakeholder sulle iniziative di Eni nel mondo
  • Le interviste ai nostri manager sulle nostre politiche e strategie
  • I premi e riconoscimenti ottenuti da Eni dal 2006 ad oggi
  • La Fondazione Eni Enrico Mattei : uno dei più autorevoli centri di ricerca sullo sviluppo sostenibile a livello internazionale
  • La Sostenibilità nella nostra storia dall’anno della nostra fondazione

  • conversazione fra P. Scaroni e Jeffrey D. Sachsconversazione fra P. Scaroni e Jeffrey D. Sachs
  • Dialogo Scaroni e MonizDialogo Scaroni e Moniz
La cooperazione globale per uno sviluppo sostenibile.
Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni e Jeffrey D. Sachs, Direttore di The Earth Institute, Columbia University.

Jeffrey D. Sachs Jeffrey D. Sachs:
Viviamo in un mondo intensamente integrato: non solo l’intero sistema produttivo, l’energia e le tecnologie sono tutti elementi interconnessi tra loro, ma anche i rischi a questi collegati si legano fra loro a livello globale. Senza dimenticare la dimensione locale: una delle caratteristiche proprie di un mondo così interconnesso è che i problemi dei territori hanno impatto ovunque e non si possono trovare soluzioni se non cooperando su una scala mondiale.

 

Paolo Scaroni Paolo Scaroni:
La realtà che viviamo come Eni è quella di un’impresa internazionale, per defi nizione globale. La nostra attività produttiva – essenzialmente nel settore dell’oil&gas – si confronta con un mercato già da diversi anni globalizzato. La questione che ci si pone oggi, però, è come affrontare le minacce e i cambiamenti attraverso un approccio globale. Naturalmente non abbiamo la facoltà di fare delle scelte che spettano specifi catamente al mondo politico o ai poteri delle organizzazioni internazionali, ma certamente noi possiamo avere un ruolo decisivo rispetto ai grandi temi di fronte ai quali ci troviamo giorno per giorno nei Paesi in cui lavoriamo: la povertà, il cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile in genere. Questi temi sono al centro della nostra strategia e per questi cerchiamo risposte da un’angolazione globale. Ho letto pochi giorni fa un articolo del Professor Sachs, nel quale egli suggerisce che l’insegnamento della crisi è che la teoria macro-economica che regola la nostra vita andrebbe riscritta. Io non sono sicuro che sia del tutto così, ma certamente una buona parte di essa andrebbe ripensata. Un esempio di soluzione di ampio respiro che abbiamo proposto si può trovare nel G8 dell’estate scorsa, durante il quale abbiamo suggerito un meccanismo di controllo dei prezzi del petrolio, tale da mantenerne la variazione in un intervallo tra i 60 e gli 80 dollari. Questo meccanismo dovrebbe essere tale da mantenere i prezzi abbastanza alti per consentire alle aziende di sopravvivere, e, allo stesso tempo, abbastanza bassi da permettere alle economie del mondo di riprendersi dalla crisi e ricominciare a essere prospere. Ulteriore vantaggio di mantenere il prezzo del petrolio in questo intervallo è la possibilità di garantire nel tempo lo sviluppo delle energie rinnovabili dando stabilità agli investimenti. Questa è una delle aree in cui è necessario un intervento globale, di certo nessuno è nella posizione di poter defi nire una soluzione unilateralmente. Questo tipo di meccanismo è solo un esempio di come bisognerebbe pensare globalmente se vogliamo trovare soluzioni complesse e concrete ai grandi problemi.

Jeffrey D. Sachs:
Una cosa è certa, questa crisi e la velocità con la quale si è diffusa partendo da Wall Street è un buon esempio di effetto negativo della globalizzazione. Ciò che ho scritto nel mio articolo è che ci sono altri aspetti relativi a questa crisi di cui bisogna tenere conto e che, invece, non sono abbastanza considerati dalle tradizionali teorie economiche. Questa è di certo una crisi fi nanziaria, ma non di meno del mercato energetico, dell’ambiente, delle risorse alimentari – tutte concentrate in un’unica crisi. In un mondo come il nostro, completamente interconnesso, laddove si manifesta una crisi di una di queste risorse si innesca anche una crisi sociale. Noi ci concentriamo sulla fi nanza nel tentativo di stabilizzare tutti gli aspetti della crisi, ma a meno che non si adotti un approccio olistico e sistematico non riusciremo a uscirne davvero, come mostra l’esempio della stabilizzazione dei prezzi del petrolio. Se vogliamo trovare soluzioni durature e di lungo periodo è necessario un approccio integrato a livello globale, che abbracci dalla fi nanza all’energia, dalla questione alimentare fi no al clima. Attualmente le grandi aziende come Eni sembrano essere molto più globali di quanto non lo siano i Governi stessi. Io ritengo che le aziende non siano solo delle pedine importanti per rendere il business sostenibile, ma siano una conditio sine qua non per il mondo intero. Lo erano già prima, lo sono ancor più dopo la crisi.

Paolo Scaroni:
Io credo che le aziende giustifi chino la loro stessa esistenza solo se agiscono in vista dei benefi ci di lungo termine che possono apportare alle società in cui operano. Ogni cosa che noi facciamo in termini di Sostenibilità è fi nalizzata a dare ai Paesi in cui operiamo più di quanto da loro prendiamo. Questo signifi ca che bisogna mantenere un adeguato livello di investimento sia in tempi buoni che in periodi cattivi. Eni è un’azienda relativamente giovane – è stata fondata dopo la seconda Guerra Mondiale – e così ha dovuto trovare la sua strada in mezzo ai giganti del mercato del petrolio, che già operavano da anni. Il fondatore di Eni, Enrico Mattei, era fortemente convinto che la migliore via per accedere a nuovi Paesi, in Africa in particolare, fosse adottare un approccio completamente nuovo, un modello secondo cui noi avremmo dovuto sedere dalla stessa parte dei Governi, non dall’altro lato del tavolo, e provare a trovare delle soluzioni per i Paesi in cui cominciavamo ad operare intervenendo su fronti diversi, anche se nulla avevano a che fare con il petrolio, come la costruzione di infrastrutture, l’agricoltura e l’elettricità. Questa strategia ha incontrato un grande successo, dal momento che siamo stati nel tempo l’azienda petrolifera con la crescita più veloce al mondo e
questa crescita continua ancora oggi. Siamo la prima azienda produttrice di petrolio in Africa. Dal mio punto di vista, la ragione del nostro successo sta proprio in quel modello che oggi noi chiamiamo Sostenibilità, ma che a quel tempo era solo un modo di relazionarsi con Governi e Paesi. Noi continuiamo su quella strada perché siamo convinti che la sopravvivenza come azienda si fondi su una visione di lungo periodo del mondo e dei Paesi in cui operiamo.

Jeffrey D. Sachs:
Io chiamo questo approccio leadership. Un’azienda leader afferma, dando dimostrazione di serietà: “Noi andiamo a investire in Africa, perché non vogliamo essere buttati fuori da questo continente domani; non vogliamo instabilità sociale in modo da permettere alle nostre persone di andare a lavorare sui siti petroliferi o vivere lì con le loro famiglie‘. Se il business continua a perseguire obiettivi limitati e di breve termine, si va incontro alla distruzione dell’equilibrio del sistema mondiale. Se il settore privato diventa, invece, più consapevole del proprio ruolo come depositario della sicurezza di centinaia di migliaia di lavoratori in dozzine di Paesi e investe in tecnologie all’avanguardia, diventa possibile trovare soluzioni effi caci. In ogni caso nessuno può agire da solo. È necessaria una collaborazione della comunità globale che coinvolga le aziende, i Governi e la società civile. Questo è il senso dei Millennium Development Goals. Anche semplicemente il fatto di essere stati enunciati e condivisi e di avere stabilito un impegno temporale può già essere considerato un ottimo risultato, anche se non si dovessero raggiungere entro il 2015. Gli otto macro-obiettivi fi ssati all’inizio del millennio devono guidare un cambiamento di rotta. Io li reputo molto utili, ad esempio per attirare l’attenzione sulla necessità di mandare i bambini a scuola, per garantire l’esistenza di un sistema sanitario funzionante ovunque nel mondo e per dare agli agricoltori l’aiuto necessario per permettergli di avere coltivazioni più produttive. Bisogna che sia chiaro che i più poveri tra i poveri hanno bisogno di tecnologie, know-how, macchinari, attrezzature, semi da piantare, fertilizzanti, energia. E non elemosine. Ecco un’altra lezione che possiamo imparare dallo stadio attuale di applicazione dei Millennium Development Goals. Se lo sviluppo fosse perseguito sulla base di risultati economici e responsabilità distribuite da tutte le parti, noi saremmo in procinto di raggiungere gli obiettivi. È per questa ragione che io credo che la partnership tra il settore privato e il pubblico andrebbe rafforzata per fare davvero la differenza in un contesto come l’Africa; perché le aziende – e l’approccio manageriale – possono davvero cambiare il mondo.

Paolo Scaroni:
Ciò che facciamo nei Paesi in via di sviluppo è abbastanza semplice. All’interno di uno scenario quale quello fornito dai Millennium Development Goals, stabiliamo i nostri obiettivi, decidiamo esattamente cosa possiamo fare e seguiamo poi la nostra metodologia: analisi dei fattori economici di base, strumenti di misura degli obiettivi e responsabilità precise. Vi faccio un esempio: il gas fl aring è un problema grave e i Governi dell’intera Africa stanno cercando di defi nire una scadenza entro la quale ridurlo ed eliminarlo. Hanno fatto dichiarazioni uffi ciali in merito alla necessità di fermare il fl aring, ad esempio, entro il 2010, ma non hanno messo in atto alcuna azione correttiva tale da ridurre effettivamente questa pratica. Così sono stati obbligati a posticipare le scadenze. Come azienda, noi abbiamo fi ssato un limite e abbiamo cominciato a realizzare concretamente azioni di per sé non particolarmente complesse: produciamo, infatti, elettricità dal fl aring emesso nei Paesi in cui operiamo. In questo modo non sprechiamo il gas, che è una fonte energetica preziosa, evitiamo l’inquinamento locale, riduciamo la CO2 emessa e diamo un importante contributo allo sviluppo del Paese grazie alla fornitura di elettricità, condizione necessaria di sviluppo. Questa è la ragione per cui noi siamo, allo stato attuale dei fatti, il più grande produttore di elettricità in Africa. Normalmente le aziende petrolifere internazionali non sono propense a produrre elettricità, perché sono pagate in valuta locale, mentre il petrolio è pagato in dollari. Inoltre la vendita di elettricità è un business regolamentato dai Governi locali, che hanno la facoltà di modifi carne i prezzi arbitrariamente. Noi abbiamo cominciato in Nigeria nel 2001 e lì adesso stiamo considerando la possibilità di raddoppiare le nostre centrali. Abbiamo, poi, applicato la stessa strategia in Congo, siamo in procinto di cominciare la stessa attività in Angola e abbiamo in progetto di farlo in Ghana nel futuro. Consideriamo l’approvvigionamento e la generazione dell’energia elettrica la più concreta modalità capace di unire lotta contro l’inquinamento, riduzione delle emissioni di CO2, sviluppo locale industriale. Al tempo stesso ci permette di ottenerne un rientro ragionevole. Per quanto concerne la condizione della donna e la salute dei bambini, la questione è più complessa, anche nei Paesi produttori, che hanno in genere poca densità di popolazione e condizioni economiche moderatamente più agiate rispetto agli altri contesti dove non ci sono risorse naturali. In questi Paesi tutti i migliori talenti sono attratti dalle professioni che girano intorno al petrolio, perché è più semplice ottenere buoni guadagni se la retribuzione avviene in dollari. Ciò signifi ca che tutti gli altri settori, dall’agricoltura alle infrastrutture, sono privati delle persone migliori e delle competenze dell’eccellenza del Paese. È in tali contesti che una compagnia internazionale può svolgere un importante ruolo nel supportare le popolazioni locali. Questo è ciò che facciamo, ad esempio, in merito al sistema sanitario, costruendo ospedali, facendoli funzionare e portando avanti programmi di vaccinazione, come quello contro le principali malattie infantili in Africa. Tali attività non rappresentano un impegno fi nanziario particolarmente oneroso, ma la tipologia di ritorni che si possono avere da un programma di vaccinazione somministrato a centinaia di migliaia di bambini è già di per sé un risultato fenomenale. Sebbene lo sforzo economico non sia enorme, l’impegno organizzativo è invece ingente. In quanto azienda internazionale, noi abbiamo, però, le persone giuste e le capacità di gestione dei progetti che rendono tutto questo possibile.

Jeffrey D. Sachs:
È un esempio concreto di quanto un approccio integrato tra settore privato e pubblico sia importante. Purtroppo il processo di Copenaghen è stato un esempio dell’esatto contrario. Le attività negoziali non sono state condotte, infatti, nel modo giusto, perché sono rimaste a un livello estremamente astratto, tale da risultare inconsistente. Il settore privato non è stato invitato a prendere parte attiva alle discussioni per l’intero periodo negoziale, anche se è l’unico in condizioni di fornire le tecnologie e il know-how necessari perché il cambiamento avvenga sul serio. Per tale ragione io sto discutendo con le istituzioni messicane, prossime ospiti dei tavoli negoziali, consigliando di essere molto più concreti, di concentrarsi su settori specifi ci, di coinvolgere il mondo dell’innovazione e della tecnologia e di cominciare un dialogo concreto su quali siano le vie strategiche percorribili e quali i loro effettivi costi. Dobbiamo, però, ammettere che il tema del cambiamento climatico è estremamente complesso, dal momento che coinvolge allo stesso tempo la tecnologia, le scelte politiche, il sistema produttivo, oltre che la vita di tutti i giorni di tutti noi. Io vivo in un Paese in cui più della metà della popolazione è convinta che il cambiamento climatico non abbia origini umane. Mentre il mondo della scienza è molto forte su questa posizione, l’opinione pubblica è confusa. E dobbiamo ammettere che il settore privato, attraverso la sua attività di lobby, gioca un ruolo decisivo nell’aumentare il clima di confusione. Ecco perché l’ideale, secondo me, sarebbe vedere seduti al tavolo negoziale il mondo della scienza, della tecnologia, le aziende e la società civile e non solo il mondo della diplomazia internazionale.

Paolo Scaroni:
Io ho una posizione molto forte a riguardo, vale a dire che il dibattito internazionale sul cambiamento climatico non dovrebbe prescindere dal tema del risparmio energetico. Il risparmio energetico è un elemento convincente persino per coloro che non credono nel cambiamento climatico, perché anche queste persone non possono non essere d’accordo sul trovare soluzioni per ridurre l’inquinamento, ridurre i costi personali legati ai consumi ed estendere nel tempo la disponibilità di idrocarburi, dandoci il tempo necessario per trovare la via giusta per utilizzare le energie rinnovabili su larga scala. Solo un esempio: negli Stati Uniti, se i cittadini sostituissero le loro automobili con le stesse che si utilizzano in Europa, solo questo permetterebbe un risparmio di quattro milioni di barili di petrolio ogni giorno, che corrisponde all’incirca all’intera produzione dell’Iran. Questa è la ragione per cui io sono d’accordo con il Professor Sachs nel dire che l’unica via per trovare soluzioni a problemi complessi come il cambiamento climatico, la povertà e l’energia è quella di adottare un approccio più concreto, che coinvolga tutti gli attori che possono e vogliono giocare un ruolo attivo. Eni è fi era di essere uno di questi.

Paolo Scaroni Paolo Scaroni:
La crisi che stiamo vivendo ha fatto crollare molti dei presupposti che hanno retto fino ad oggi il nostro modello economico. Stiamo assistendo a una vera e propria "caduta degli dei": le persone si pongono dubbi che non si sono mai poste prima e può generarsi una falla nella fiducia che tiene insieme l'intero sistema.

Mai come in questo momento, l'azienda svolge un ruolo fondamentale ed ha una grande responsabilità. Le persone devono venire in ufficio e trovare un porto sicuro: l'azienda deve offrire loro un sistema di valori solido e una chiave di lettura su quello che succede nel mondo, dimostrare di avere una rotta chiara e che ognuno ha un ruolo indispensabile per perseguire questa rotta. Nella tempesta, insomma, l'organizzazione deve dare sicurezza, la sicurezza che si stanno compiendo scelte in grado di superare la crisi e orientare il cambiamento.
D'altra parte, una crisi di questa portata potrà forse "dissipare la nebbia" e ridefinire priorità. Chi come Eni ha operato in modo corretto ne uscirà rafforzato. Nel tempo abbiamo costruito una memoria sociale forte, che fa sì che i nostri stakeholder non rilevino una discrepanza fra la sfera dei nostri valori e quella dei nostri comportamenti. Questa è l'essenza di una reputazione solida.
In questo momento è più che mai importante rafforzare le relazioni all'interno dell'azienda per mantenere e accrescere la fiducia conquistata.

Ernest Moniz Ernest Moniz:
E' evidente che si sono aperte sfide per l'economia globale di dimensioni immense. Dobbiamo cambiare, dobbiamo farlo in fretta e dobbiamo farlo insieme, imprese, mondo della ricerca e istituzioni pubbliche. Sono d'accordo sul fatto che mai come ora è importante per un'impresa rafforzare le relazioni per costruire una visione chiara del futuro. Nel caso di Eni si è compiuta ormai una transizione da multinazionale dell'oil&gas a energy company integrata e credo che questo sia stato possibile anche grazie alla capacità di costruire e rinnovare relazioni e collaborazioni. Credo che la partnership fra l'azienda e il MIT sia un buon esempio in questa direzione.

Paolo Scaroni:
Essere un'impresa integrata dell'energia, impegnata insieme a interlocutori eccellenti nella ricerca sulle fonti energetiche del futuro, è il punto di forza su cui Eni può contare per essere un attore credibile per tutti coloro che si relazionano con noi.
Una dimensione chiave dell'innovazione riguarda proprio la cooperazione con i Paesi produttori di petrolio e gas. La nostra azienda parte avvantaggiata grazie all'eredità di Enrico Mattei, che per primo aveva scommesso sulle relazioni con i Paesi produttori. C'è spazio per nuovi modelli di cooperazione, che abbiamo definito e che rafforziamo ogni giorno.
Abbiamo già stabilito accordi basati sulla consapevolezza che un Paese produttore "sceglie" Eni perché l'azienda è in grado di offrire benefici certi e tangibili e di creare opportunità di sviluppo sociale ed economico per l'intera Nazione. Questo comportamento dà stabilità ai nostri investimenti, perché ci consente di instaurare relazioni di lungo termine.
Dobbiamo fare un passo in più: sono necessari accordi strategici con i Paesi produttori che siano in grado di ripartire equamente rischi e redditività. Il settore petrolifero ha bisogno di cooperazione, nell'interesse di una stabilità dei prezzi di cui beneficeranno i produttori, ma soprattutto i consumatori, perché loro hanno bisogno di stabilità nell'offerta quanto i produttori necessitano di una domanda stabile.

Ernest Moniz:
Mettere al centro lo sviluppo di tutti i Paesi, industrializzati o in via di sviluppo, produttori o consumatori di energia, mi sembra essenziale. Nel momento difficile che il mondo sta vivendo non possiamo fare a meno di investire sul potenziale di crescita di tutte le Regioni del Pianeta. Garantire loro di poter avere l'energia di cui hanno bisogno, supportandoli nello sfruttare al meglio in modo sostenibile le risorse di cui dispongono rappresenta un circuito virtuoso che porta benefici a tutti.
Ritengo, infatti, che sviluppo ed equità portino sicurezza, una merce di cui tutto il mondo ha bisogno.

Paolo Scaroni:
Le imprese svolgono sicuramente un ruolo importante in questo senso. Dobbiamo ribadirlo sempre, anche in questo momento in cui nessuna organizzazione, pubblica o privata, sembra completamente degna di fiducia da parte dei cittadini. Alle grandi imprese come la nostra è richiesto di promuovere l'innovazione nell'intero sistema, non soltanto dal punto di vista della tecnologia e della ricerca. I nuovi modelli di cooperazione con i Paesi produttori si fondano sulla necessità strategica di favorirne lo sviluppo. Questo significa anche, in tutti i contesti in cui operiamo, promozione dei diritti umani, tutela dell'ambiente e sforzi comuni per affrontare i grandi cambiamenti.

Ernest Moniz:
I grandi temi globali, come quello del cambiamento climatico, richiedono risposte basate sulla coesione, su relazioni pi ù forti. Spesso dimentichiamo, ad esempio, quanto poco sappiamo a proposito degli impatti regionali del cambiamento climatico. Molti dei Paesi in via di sviluppo saranno colpiti dagli effetti che un clima mutato avrà sul loro territorio. Le aree che corrono i rischi maggiori sono le regioni polari, il Medio Oriente, l'Africa. Tutto ciò avrà profonde implicazioni sull'approvvigionamento di beni primati come acqua ed energia, sui movimenti migratori di massa, con conseguenze sul piano ambientale, economico, della sicurezza.Dobbiamo lavorare insieme ai Paesi in via di sviluppo, oltre che per far crescere le loro economie, per prevenire e contrastare questi effetti attraverso l'innovazione – anche sul fronte della ricerca di nuove tecnologie che permettano di sfruttare le energie rinnovabili.

Paolo Scaroni:
Le fonti rinnovabili sono uno dei modi attraverso i quali dobbiamo costruire un mondo a più bassa intensità di carbonio, in cui il petrolio abbia un ruolo più limitato rispetto a quello che ha oggi. Si verificherà probabilmente una grossa discontinuità nel modo di produrre energia e a questa dobbiamo essere preparati. Le fonti rinnovabili oggi hanno due limiti fondamentali: quello dei costi e quello della bassa densità e potenza energetica. Se i limiti di costo possono essere compensati da politiche di sussidio volte ad incentivare l'utilizzo delle energie alternative, i limiti tecnologici richiedono importanti investimenti nel campo della ricerca. Dobbiamo orientarla per abbattere questi problemi ed è quello che facendo attraverso la ricerca su una fonte dalle grandi potenzialità, il sole.
Nel frattempo non dobbiamo trascurare il fatto che disponiamo di un'altra fonte energetica a bassa intensità di carbonio, il gas naturale. Eni ha una posizione di primato nel mercato del gas europeo e contribuisce attivamente alla sicurezza degli approvvigionamenti in Europa. Stiamo sviluppando una progressiva integrazione su tutta la filiera e la nostra credibilità si fonda su basi solide: la nostra è stata la prima azienda europea a scommettere sul gas, è uno dei grandi lasciti di Enrico Mattei. Nel tempo abbiamo raggiunto la leadership anche nelle pipelines, mentre la nostra capacità di trovare accordi con i Paesi produttori ci consente di disporre di una varietà di fonti di approvvigionamento superiore a quella di qualunque altra azienda.
Il fatto di essere davvero un'impresa integrata nell'energia, cioè di avere scommesso sul gas ci dà, da un lato, vantaggi evidenti in momenti caratterizzati come questo dall'instabilità del prezzo del barile e dall'altro ci consente di gestire in modo equilibrato la lunga transizione verso le energie rinnovabili.

Ernest Moniz:
Sono ottimista rispetto alla possibilit à di superare i limiti delle rinnovabili attraverso la ricerca. Occorre sicuramente una discontinuità, non soltanto tecnologica. Bisogna che l'innovazione si integri con nuovi modelli di business. Penso che Eni, ad esempio, supportando la ricerca sulle rinnovabili, stia andando nella giusta direzione. Per quanto riguarda il gas naturale, avere una partnership forte con Eni è un punto di forza per il MIT. L'Europa, in questo campo, è un passo avanti rispetto agli Stati Uniti, avendo sostenuto in passato grandi costi per le infrastrutture che garantiscono il trasporto. Noi stiamo valutando se sia il caso di fare investimenti così ingenti in questo momento storico. Poter dialogare con una grande azienda energetica con Eni può essere importante per supportare i governi nel fare le scelte giuste.
In generale, penso che solo le imprese siano capaci di imprimere all'innovazione il grado di accelerazione di cui il mondo ha bisogno in questo momento. Le aziende che si sono rese conto di questo avranno grandi occasioni di sviluppo nel tempo e sapranno essere all'altezza delle sfide del cambiamento.

Paolo Scaroni:
Estendo questo bisogno di accelerazione anche alla gestione delle persone, e soprattutto dei cosiddetti talenti all'interno dell'azienda. Se un giovane ha capacità e volontà, occorre che trovi la strada per sviluppare e dimostrare il suo potenziale. In Eni cerchiamo di creare discontinuità, percorsi per le persone che hanno un altissimo potenziale anche al di fuori dei normali processi di sviluppo garantiti dalla macchina organizzativa. L'età anagrafica di una persona non è un limite alla sua autorevolezza.
Dare valore al merito nelle diversità è un elemento chiave per promuovere un'innovazione culturale all'interno dell'organizzazione.

Ernest Moniz:
Valorizzare i giovani è fondamentale, soprattutto quando si tratta di giovani con percorsi formativi diversi, capaci di confrontarsi per trovare soluzioni nuove. Non possiamo dimenticare che il nostro primo prodotto non è la ricerca, ma sono gli studenti stessi che daranno forma al mondo di domani. Alcuni di essi lavoreranno nell'industria energetica, in grandi aziende come Eni. Altri entreranno a far parte dei Governi, altri ancora saranno occupati nelle organizzazioni non governative. In ogni caso diventeranno opinion leader. Se durante il periodo che passano al MIT avranno visto le aziende impegnarsi per il futuro, cooperando con la loro Università, non potranno che portare con sé la convinzione che le imprese possono offrire prospettive e operare per il cambiamento.

La nostra fiducia nel futuro si basa sui giovani, come quelli che sono oggi impegnati nella partnership Eni – MIT.

Paolo Scaroni:
Sono convinto che non ci sia innovazione se non c'è valorizzazione delle diversità. Mi piace citare Lorenz e Lorsch, che già negli anni Settanta sostenevano che il segreto di un'azienda è far convivere persone molto diverse fra loro. La mia prima linea è fatta di persone molto differenti fra loro, che pensano, ovvero affrontano i problemi, con un taglio diseguale. Diffido delle aziende in cui sono assunte solo persone con la stessa formazione di base e richieste le stesse competenze, così come di quelle che appiattiscono ogni differenza in nome di una cultura troppo omologante. Credo fermamente che mettere al centro le diversità sia un percorso faticoso, ma necessario, perché il carattere innovativo di un'azienda nasce dal confronto di caratteri, ideologie, competenze, provenienze geografiche diverse.
Dare valore alle diversità significa avere gli strumenti culturali per farlo. Ognuna delle nostre persone, per lavorare in Eni, deve conoscere la storia e la cultura dei territori in cui operiamo. Nel momento in cui io vado in un Paese per siglare un accordo considero la conoscenza della storia e della cultura di quella Nazione come un vero e proprio presupposto negoziale. Il rapporto fra la Russia e le giovani Nazioni dell'est europeo, ad esempio, non può essere compreso e spiegato se non si conosce il passato di questa relazione.

Per questo la cultura, intesa nel senso più ampio del termine, è un elemento essenziale del nostro lavoro, forse la vera e più importante fonte di innovazione.




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Questa pagina è stata aggiornata il 31/08/10