Operare in modo sostenibile significa creare valore per gli stakeholder e utilizzare le risorse in modo tale da non compromettere i fabbisogni delle generazioni future, rispettando le persone, l'ambiente e la società nel suo complesso.
Eni si ispira ai principi di correttezza, trasparenza, onestà e integrità e adotta i più elevati standard e linee guida internazionali nella gestione delle proprie attività in tutti i contesti in cui opera.
Considera la sostenibilità come il motore di un processo di miglioramento continuo che garantisce i risultati nel tempo e il rafforzamento delle performance economiche e della reputazione.
Si impegna a realizzare azioni tese a promuovere il rispetto delle persone e dei loro diritti, dell'ambiente e, più in generale, degli interessi diffusi delle collettività in cui opera.
Conduce le sue attività prendendo in considerazione gli interessi degli stakeholder, nella consapevolezza che il dialogo e la condivisione degli obiettivi sono strumenti attraverso i quali creare valore reciproco.
Contribuisce, attraverso le sue attività, a uno sviluppo sostenibile dei Paesi in cui opera, creando opportunità per le persone e le imprese locali.
Garantisce la sostenibilità delle sue attività attraverso un modello declinato nei processi e trasversale a tutte le funzioni aziendali, orientato all'innovazione e al conseguimento di obiettivi di lungo periodo e attraverso una valutazione e una gestione dei rischi che contribuisce alla loro prevenzione o mitigazione.
conversazione fra P. Scaroni e Jeffrey D. Sachs|
La cooperazione globale per uno sviluppo sostenibile. Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni e Jeffrey D. Sachs, Direttore di The Earth Institute, Columbia University. |
Jeffrey D. Sachs:
Viviamo in un mondo intensamente integrato: non solo l'intero sistema produttivo, l'energia e le tecnologie sono tutti elementi interconnessi tra loro, ma anche i rischi a questi collegati si legano fra loro a livello globale. Senza dimenticare la dimensione locale: una delle caratteristiche proprie di un mondo così interconnesso è che i problemi dei territori hanno impatto ovunque e non si possono trovare soluzioni se non cooperando su una scala mondiale.
Paolo Scaroni:
La realtà che viviamo come Eni è quella di un'impresa internazionale, per defi nizione globale. La nostra attività produttiva – essenzialmente nel settore dell'oil&gas – si confronta con un mercato già da diversi anni globalizzato. La questione che ci si pone oggi, però, è come affrontare le minacce e i cambiamenti attraverso un approccio globale. Naturalmente non abbiamo la facoltà di fare delle scelte che spettano specifi catamente al mondo politico o ai poteri delle organizzazioni internazionali, ma certamente noi possiamo avere un ruolo decisivo rispetto ai grandi temi di fronte ai quali ci troviamo giorno per giorno nei Paesi in cui lavoriamo: la povertà, il cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile in genere. Questi temi sono al centro della nostra strategia e per questi cerchiamo risposte da un'angolazione globale. Ho letto pochi giorni fa un articolo del Professor Sachs, nel quale egli suggerisce che l'insegnamento della crisi è che la teoria macro-economica che regola la nostra vita andrebbe riscritta. Io non sono sicuro che sia del tutto così, ma certamente una buona parte di essa andrebbe ripensata. Un esempio di soluzione di ampio respiro che abbiamo proposto si può trovare nel G8 dell'estate scorsa, durante il quale abbiamo suggerito un meccanismo di controllo dei prezzi del petrolio, tale da mantenerne la variazione in un intervallo tra i 60 e gli 80 dollari. Questo meccanismo dovrebbe essere tale da mantenere i prezzi abbastanza alti per consentire alle aziende di sopravvivere, e, allo stesso tempo, abbastanza bassi da permettere alle economie del mondo di riprendersi dalla crisi e ricominciare a essere prospere. Ulteriore vantaggio di mantenere il prezzo del petrolio in questo intervallo è la possibilità di garantire nel tempo lo sviluppo delle energie rinnovabili dando stabilità agli investimenti. Questa è una delle aree in cui è necessario un intervento globale, di certo nessuno è nella posizione di poter defi nire una soluzione unilateralmente. Questo tipo di meccanismo è solo un esempio di come bisognerebbe pensare globalmente se vogliamo trovare soluzioni complesse e concrete ai grandi problemi.
Jeffrey D. Sachs:
Una cosa è certa, questa crisi e la velocità con la quale si è diffusa partendo da Wall Street è un buon esempio di effetto negativo della globalizzazione. Ciò che ho scritto nel mio articolo è che ci sono altri aspetti relativi a questa crisi di cui bisogna tenere conto e che, invece, non sono abbastanza considerati dalle tradizionali teorie economiche. Questa è di certo una crisi fi nanziaria, ma non di meno del mercato energetico, dell'ambiente, delle risorse alimentari – tutte concentrate in un'unica crisi. In un mondo come il nostro, completamente interconnesso, laddove si manifesta una crisi di una di queste risorse si innesca anche una crisi sociale. Noi ci concentriamo sulla fi nanza nel tentativo di stabilizzare tutti gli aspetti della crisi, ma a meno che non si adotti un approccio olistico e sistematico non riusciremo a uscirne davvero, come mostra l'esempio della stabilizzazione dei prezzi del petrolio. Se vogliamo trovare soluzioni durature e di lungo periodo è necessario un approccio integrato a livello globale, che abbracci dalla fi nanza all'energia, dalla questione alimentare fi no al clima. Attualmente le grandi aziende come Eni sembrano essere molto più globali di quanto non lo siano i Governi stessi. Io ritengo che le aziende non siano solo delle pedine importanti per rendere il business sostenibile, ma siano una conditio sine qua non per il mondo intero. Lo erano già prima, lo sono ancor più dopo la crisi.
Paolo Scaroni:
Io credo che le aziende giustifi chino la loro stessa esistenza solo se agiscono in vista dei benefi ci di lungo termine che possono apportare alle società in cui operano. Ogni cosa che noi facciamo in termini di Sostenibilità è fi nalizzata a dare ai Paesi in cui operiamo più di quanto da loro prendiamo. Questo signifi ca che bisogna mantenere un adeguato livello di investimento sia in tempi buoni che in periodi cattivi. Eni è un'azienda relativamente giovane – è stata fondata dopo la seconda Guerra Mondiale – e così ha dovuto trovare la sua strada in mezzo ai giganti del mercato del petrolio, che già operavano da anni. Il fondatore di Eni, Enrico Mattei, era fortemente convinto che la migliore via per accedere a nuovi Paesi, in Africa in particolare, fosse adottare un approccio completamente nuovo, un modello secondo cui noi avremmo dovuto sedere dalla stessa parte dei Governi, non dall'altro lato del tavolo, e provare a trovare delle soluzioni per i Paesi in cui cominciavamo ad operare intervenendo su fronti diversi, anche se nulla avevano a che fare con il petrolio, come la costruzione di infrastrutture, l'agricoltura e l'elettricità. Questa strategia ha incontrato un grande successo, dal momento che siamo stati nel tempo l'azienda petrolifera con la crescita più veloce al mondo e
questa crescita continua ancora oggi. Siamo la prima azienda produttrice di petrolio in Africa. Dal mio punto di vista, la ragione del nostro successo sta proprio in quel modello che oggi noi chiamiamo Sostenibilità, ma che a quel tempo era solo un modo di relazionarsi con Governi e Paesi. Noi continuiamo su quella strada perché siamo convinti che la sopravvivenza come azienda si fondi su una visione di lungo periodo del mondo e dei Paesi in cui operiamo.
Jeffrey D. Sachs:
Io chiamo questo approccio leadership. Un'azienda leader afferma, dando dimostrazione di serietà: "Noi andiamo a investire in Africa, perché non vogliamo essere buttati fuori da questo continente domani; non vogliamo instabilità sociale in modo da permettere alle nostre persone di andare a lavorare sui siti petroliferi o vivere lì con le loro famiglie". Se il business continua a perseguire obiettivi limitati e di breve termine, si va incontro alla distruzione dell'equilibrio del sistema mondiale. Se il settore privato diventa, invece, più consapevole del proprio ruolo come depositario della sicurezza di centinaia di migliaia di lavoratori in dozzine di Paesi e investe in tecnologie all'avanguardia, diventa possibile trovare soluzioni effi caci. In ogni caso nessuno può agire da solo. È necessaria una collaborazione della comunità globale che coinvolga le aziende, i Governi e la società civile. Questo è il senso dei Millennium Development Goals. Anche semplicemente il fatto di essere stati enunciati e condivisi e di avere stabilito un impegno temporale può già essere considerato un ottimo risultato, anche se non si dovessero raggiungere entro il 2015. Gli otto macro-obiettivi fi ssati all'inizio del millennio devono guidare un cambiamento di rotta. Io li reputo molto utili, ad esempio per attirare l'attenzione sulla necessità di mandare i bambini a scuola, per garantire l'esistenza di un sistema sanitario funzionante ovunque nel mondo e per dare agli agricoltori l'aiuto necessario per permettergli di avere coltivazioni più produttive. Bisogna che sia chiaro che i più poveri tra i poveri hanno bisogno di tecnologie, know-how, macchinari, attrezzature, semi da piantare, fertilizzanti, energia. E non elemosine. Ecco un'altra lezione che possiamo imparare dallo stadio attuale di applicazione dei Millennium Development Goals. Se lo sviluppo fosse perseguito sulla base di risultati economici e responsabilità distribuite da tutte le parti, noi saremmo in procinto di raggiungere gli obiettivi. È per questa ragione che io credo che la partnership tra il settore privato e il pubblico andrebbe rafforzata per fare davvero la differenza in un contesto come l'Africa; perché le aziende – e l'approccio manageriale – possono davvero cambiare il mondo.
Paolo Scaroni:
Ciò che facciamo nei Paesi in via di sviluppo è abbastanza semplice. All'interno di uno scenario quale quello fornito dai Millennium Development Goals, stabiliamo i nostri obiettivi, decidiamo esattamente cosa possiamo fare e seguiamo poi la nostra metodologia: analisi dei fattori economici di base, strumenti di misura degli obiettivi e responsabilità precise. Vi faccio un esempio: il gas fl aring è un problema grave e i Governi dell'intera Africa stanno cercando di defi nire una scadenza entro la quale ridurlo ed eliminarlo. Hanno fatto dichiarazioni uffi ciali in merito alla necessità di fermare il fl aring, ad esempio, entro il 2010, ma non hanno messo in atto alcuna azione correttiva tale da ridurre effettivamente questa pratica. Così sono stati obbligati a posticipare le scadenze. Come azienda, noi abbiamo fi ssato un limite e abbiamo cominciato a realizzare concretamente azioni di per sé non particolarmente complesse: produciamo, infatti, elettricità dal fl aring emesso nei Paesi in cui operiamo. In questo modo non sprechiamo il gas, che è una fonte energetica preziosa, evitiamo l'inquinamento locale, riduciamo la CO2 emessa e diamo un importante contributo allo sviluppo del Paese grazie alla fornitura di elettricità, condizione necessaria di sviluppo. Questa è la ragione per cui noi siamo, allo stato attuale dei fatti, il più grande produttore di elettricità in Africa. Normalmente le aziende petrolifere internazionali non sono propense a produrre elettricità, perché sono pagate in valuta locale, mentre il petrolio è pagato in dollari. Inoltre la vendita di elettricità è un business regolamentato dai Governi locali, che hanno la facoltà di modifi carne i prezzi arbitrariamente. Noi abbiamo cominciato in Nigeria nel 2001 e lì adesso stiamo considerando la possibilità di raddoppiare le nostre centrali. Abbiamo, poi, applicato la stessa strategia in Congo, siamo in procinto di cominciare la stessa attività in Angola e abbiamo in progetto di farlo in Ghana nel futuro. Consideriamo l'approvvigionamento e la generazione dell'energia elettrica la più concreta modalità capace di unire lotta contro l'inquinamento, riduzione delle emissioni di CO2, sviluppo locale industriale. Al tempo stesso ci permette di ottenerne un rientro ragionevole. Per quanto concerne la condizione della donna e la salute dei bambini, la questione è più complessa, anche nei Paesi produttori, che hanno in genere poca densità di popolazione e condizioni economiche moderatamente più agiate rispetto agli altri contesti dove non ci sono risorse naturali. In questi Paesi tutti i migliori talenti sono attratti dalle professioni che girano intorno al petrolio, perché è più semplice ottenere buoni guadagni se la retribuzione avviene in dollari. Ciò signifi ca che tutti gli altri settori, dall'agricoltura alle infrastrutture, sono privati delle persone migliori e delle competenze dell'eccellenza del Paese. È in tali contesti che una compagnia internazionale può svolgere un importante ruolo nel supportare le popolazioni locali. Questo è ciò che facciamo, ad esempio, in merito al sistema sanitario, costruendo ospedali, facendoli funzionare e portando avanti programmi di vaccinazione, come quello contro le principali malattie infantili in Africa. Tali attività non rappresentano un impegno fi nanziario particolarmente oneroso, ma la tipologia di ritorni che si possono avere da un programma di vaccinazione somministrato a centinaia di migliaia di bambini è già di per sé un risultato fenomenale. Sebbene lo sforzo economico non sia enorme, l'impegno organizzativo è invece ingente. In quanto azienda internazionale, noi abbiamo, però, le persone giuste e le capacità di gestione dei progetti che rendono tutto questo possibile.
Jeffrey D. Sachs:
È un esempio concreto di quanto un approccio integrato tra settore privato e pubblico sia importante. Purtroppo il processo di Copenaghen è stato un esempio dell'esatto contrario. Le attività negoziali non sono state condotte, infatti, nel modo giusto, perché sono rimaste a un livello estremamente astratto, tale da risultare inconsistente. Il settore privato non è stato invitato a prendere parte attiva alle discussioni per l'intero periodo negoziale, anche se è l'unico in condizioni di fornire le tecnologie e il know-how necessari perché il cambiamento avvenga sul serio. Per tale ragione io sto discutendo con le istituzioni messicane, prossime ospiti dei tavoli negoziali, consigliando di essere molto più concreti, di concentrarsi su settori specifi ci, di coinvolgere il mondo dell'innovazione e della tecnologia e di cominciare un dialogo concreto su quali siano le vie strategiche percorribili e quali i loro effettivi costi. Dobbiamo, però, ammettere che il tema del cambiamento climatico è estremamente complesso, dal momento che coinvolge allo stesso tempo la tecnologia, le scelte politiche, il sistema produttivo, oltre che la vita di tutti i giorni di tutti noi. Io vivo in un Paese in cui più della metà della popolazione è convinta che il cambiamento climatico non abbia origini umane. Mentre il mondo della scienza è molto forte su questa posizione, l'opinione pubblica è confusa. E dobbiamo ammettere che il settore privato, attraverso la sua attività di lobby, gioca un ruolo decisivo nell'aumentare il clima di confusione. Ecco perché l'ideale, secondo me, sarebbe vedere seduti al tavolo negoziale il mondo della scienza, della tecnologia, le aziende e la società civile e non solo il mondo della diplomazia internazionale.
Paolo Scaroni:
Io ho una posizione molto forte a riguardo, vale a dire che il dibattito internazionale sul cambiamento climatico non dovrebbe prescindere dal tema del risparmio energetico. Il risparmio energetico è un elemento convincente persino per coloro che non credono nel cambiamento climatico, perché anche queste persone non possono non essere d'accordo sul trovare soluzioni per ridurre l'inquinamento, ridurre i costi personali legati ai consumi ed estendere nel tempo la disponibilità di idrocarburi, dandoci il tempo necessario per trovare la via giusta per utilizzare le energie rinnovabili su larga scala. Solo un esempio: negli Stati Uniti, se i cittadini sostituissero le loro automobili con le stesse che si utilizzano in Europa, solo questo permetterebbe un risparmio di quattro milioni di barili di petrolio ogni giorno, che corrisponde all'incirca all'intera produzione dell'Iran. Questa è la ragione per cui io sono d'accordo con il Professor Sachs nel dire che l'unica via per trovare soluzioni a problemi complessi come il cambiamento climatico, la povertà e l'energia è quella di adottare un approccio più concreto, che coinvolga tutti gli attori che possono e vogliono giocare un ruolo attivo. Eni è fiera di essere uno di questi.
Questa pagina è stata aggiornata il 09/05/12
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