Il 22 settembre 2009 l'Amministratore Delegato di Eni, Paolo Scaroni, è intervenuto all'United Nation Leadership Forum on Climate Change, che si è tenuto presso il quartier generale delle Nazioni Unite a New York alla presenza del Segretario generale Ban Ki-moon.
Paolo Scaroni è stato l’ unico italiano e unico Ceo di una compagnia petrolifera a intervenire al Forum. Durante l’evento, cui hanno partecipato anche altri big della politica e dell’economia mondiale, sono stati trattati, fra gli altri, temi relativi alla sicurezza alimentare, all'acqua e alle soluzioni per l'energia.
Il testo del discorso
Nota di background all'intervento
Signore e Signori,
La conferenza di Copenaghen sul cambiamento climatico è un'opportunità che il mondo dovrebbe cogliere. Abbiamo bisogno di un accordo nuovo, condiviso ed esauriente per ridurre le emissioni di gas serra.
Dato che i combustibili fossili continueranno a essere la nostra principale fonte energetica per i prossimi decenni, la sfida è quella di trovare il modo per continuare a fare uso di queste fonti riducendo le emissioni di gas serra.
Una cosa è certa: un'energia a basso prezzo non ci aiuta. I bassi livelli dei prezzi del greggio del secolo scorso hanno promosso abitudini di consumo energetico inaccettabili. Inoltre, hanno fatto sì che l'efficienza energetica non fosse più un tema al top delle agende mondiali, sviando anche i piani di sviluppo di fonti energetiche alternative.
Se davvero vogliamo che le cose cambino, dobbiamo cambiare il modo di pensare l'energia. Sono passati i tempi in cui ci potevamo permettere di pensare al petrolio come un input a basso costo per la crescita economica e sociale, senza tener conto dell'impatto sull'ambiente e sulle generazioni future.
Efficienza Energetica e Ricerca e Sviluppo su fonti complementari di energia sono i due principali strumenti a nostra disposizione per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Sono giganti dormienti che soltanto prezzi finali stabili e relativamente alti dei combustibili fossili possono risvegliare.
L'Occidente, che in passato ha letteralmente divorato energia, dovrebbe essere il primo a mettersi a dieta. Ci sono due cose che potremmo fare a partire da ora:
Certamente i paesi industrializzati sarebbero i primi ad adottare questi provvedimenti. Ma non dovrebbero però rimanere da soli nella lotta contro il cambiamento climatico. I paesi emergenti dovrebbero essere d'accordo nell'implementare questi provvedimenti dopo un ragionevole periodo di grazia.
Il ritardo nell'adozione del sistema dovrebbe essere stabilito sulla base dei singoli livelli di sviluppo economico, da determinarsi su un indice condiviso. Anche una carbon tariff dovrebbe far parte dello schema, e sarebbe da applicare solo nel caso in cui i Paesi emergenti non rispettassero le loro scadenze posticipate.
Grazie per la vostra attenzione.
In dicembre a Copenhagen il mondo avrà l'opportunità di trovare un accordo nuovo, condiviso ed esauriente, per ridurre le emissioni di gas serra.
Il modello presentato alle Nazioni Unite dall'Amministratore Delegato dell'Eni Paolo Scaroni si basa su tre punti principali:
Nell'affrontare il tema del cambiamento climatico il mondo deve fare i conti con l'importanza che i combustibili fossili avranno anche nelle prossime decadi, e dell'impatto fondamentale che il loro prezzo potrà avere nel ritardare i piani di investimento per l'efficienza energetica e per lo sviluppo di energie alternative.
Secondo la International Energy Agency (IEA, World Energy Outlook 2008), i combustibili fossili rappresenteranno ancora l'80% del mix di energia consumata nel mondo nel 2030. La IEA stima che questa crescita nell'utilizzo globale di combustibili fossili continuerà a far aumentare le
emissioni di anidride carbonica legate agli usi energetici
dai 28 miliardi di tonnellate del 2006 fino a un totale di 41 miliardi di tonnellate nel 2030 (+45%).
Analizzando il ciclo del carbonio calcolato sui dati medi 1995-2004, la conclusione è che:
Nell'ultimo secolo, i bassi prezzi dell'energia hanno portato ad abitudini di consumo inaccettabili e hanno limitato fortemente l'invenzione e adozione di tecnologie e strumenti più efficienti in termini di consumo energetico. In più, quegli stessi bassi prezzi hanno sviato la maggior parte dei piani per la conservazione dell'energia e lo sviluppo di fonti di energia alternativa ai combustibili fossili.
Di conseguenza, il mondo ha bisogno di smettere di percepire l'energia come un input a basso costo della crescita economica e sociale.
Efficienza Energetica e Ricerca & Sviluppo su fonti complementari di energia sono i due strumenti più significativi per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Il mondo industrializzato, avendo divorato energia nel passato, dovrebbe fare il primo passo e accettare di farsi carico da solo dell'onere di ridurre il CO2 per un certo periodo di tempo; d'altro canto, i paesi emergenti probabilmente non accetteranno mai un accordo che accolli loro lo stesso onere dei paesi storicamente responsabili della maggior parte delle emissioni storiche (USA e Europa insieme hanno emesso più del 55% del totale delle emissioni cumulative mondiali).
| Emissioni cumulative di CO2 (%)1850 – 2005: | |
| Stati Uniti | 29% |
| Europa | 27% |
| Cina | 8% |
| Russia | 8% |
| India | 2% |
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(fonte: Climate Analysis Indicators Tool, World Resources Institute 2009) Oggi, le regioni dell'OCSE hanno una media di emissioni pro capite più alta delle regioni non OCSE. Nel 2006, le emissioni pro capite causate dall'uso di energia della Cina non erano neppure il 40% della media OCSE, mentre l'India arrivava appena al 10%. |
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| IEA 2006: tonnellate di CO2 pro capite OECD/Non-OECD : | |||
| Stati Uniti | 19.0 | Cina | 4.3 |
| Europa OCSE | 7.6 | India | 1.1 |
| Giappone | 9.5 | Africa | 0.9 |
| Media OCSE | 10.9 | Media non OCSE | 2.6 |
| Media mondiale | 4.3 | ||
Tuttavia, è inutile prendersi quell'onere senza avere un impegno da parte delle nazioni emergenti. Ad esempio, lo scenario di riferimento della IEA presume un incremento delle emissioni di CO2 da parte della Cina di 4,4 miliardi di tonnellate nel periodo 2006-2020: una quantità equivalente alle emissioni di un'altra Europa da qui al 2020.
Il modello che Eni propone oggi mira ad un accordo siglato contemporaneamente dalla maggior parte dei paesi, che sarà applicato immediatamente dai paesi industrializzati e solo successivamente dai paesi emergenti. Inoltre, lo schema collega i tre elementi richiamati più sopra.
Per prima cosa, andrebbe considerata una carbon tax minima. Infatti, dando un valore stabile al CO2, la carbon tax influisce immediatamente sulle decisioni di investimento, affiancata da misure che ne compensino gli effetti sulla distribuzione del reddito. I sistemi di cap & trade – che sono fatti di meccanismi complicati e richiedono molti anni di prove e ritocchi – possono essere implementati come misure complementari, con lo scopo di integrare e ottimizzare gli effetti della carbon tax.
La proposta comprenderebbe sia una carbon tax minimale applicata a tutti i settori economici sia un sistema di cap & trade che attribuisce delle "quote", sia gratuite che a pagamento. Questa proposta ha l'obiettivo di raggiungere alcuni benefici, quali:
Una tassa minima rappresenterebbe un meccanismo semplice, praticabile e immediato per ottenere dei risultati il prima possibile.
Il sistema di cap & trade rinforzerebbe gli effetti della carbon tax esigendo il pagamento per le quote di carbonio attribuite a quei settori che sono cruciali per contenere le emissioni. Inoltre ottimizzerebbe gli sforzi di riduzione delle emissioni, permettendo una riduzione che sia cost-effective e introducendo un certo grado di flessibilità nel modello.
In secondo luogo, andrebbe considerata una " mobile excise tax " complementare, sui prodotti derivati dai combustibili fossili e destinati al consumatore finale. Questa tassa dovrebbe essere applicata quando i prezzi dei prodotti scendono al di sotto di quel livello che consente di dare slancio a Ricerca & Sviluppo ed Efficienza Energetica. E metterebbe le politiche ambientali al riparo dalla volatilità dei prezzi dell'energia.
La definizione del tempo di proroga per i paesi emergenti potrebbe essere fatta semplicisticamente introducendo due diverse date di inizio della validita delle misure: una per i paesi industrializzati e una successiva per i paesi emergenti.
Questo approccio sarebbe però iniquo perché non terrebbe conto dei diversi livelli di sviluppo di ognuno dei paesi emergenti.
Una soluzione più equa sarebbe quindi l'identificazione e la definizione di un parametro - quale un indice dello sviluppo economico (da definire, dal classico PIL pro capite fino a un piu elaborato Human Development Index ) - per differenziare il momento di ingresso per ciascun paese sulla base della propria relativa posizione rispetto agli indicatori presi in considerazione.
Per i paesi emergenti, il ritardo nell'adottare il sistema dovrebbe essere valutato sulla base del loro livello relativo di sviluppo economico, determinato attraverso un indicatore condiviso.
Anche una carbon tariff dovrebbe far parte della proposta, applicata nel solo caso in cui i paesi emergenti non rispettassero l'ultima scadenza concordata.
Infine, Ricerca & Sviluppo sull'efficienza energetica e sulle risorse alternative dovranno essere parte essenziale della lotta al cambiamento climatico. Ma senza un forte incentivo creato da un aumento del costo dei combustibili fossili, non ci sara lo slancio necessario per lo sviluppo di progetti innovativi.
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Questa pagina è stata aggiornata il 06/10/09