Il cane a sei zampe

Venezia

La storia del Cane a sei zampe in mostra al Museo Correr a Venezia
Un logo che è diventato un simbolo per immaginare il futuro

Dopo il successo del Vittoriano a Roma, con più di 40 mila visitatori e quello di Ravenna, Milano, Stresa e Mantova, la mostra itinerante di Eni dal titolo "Il cane a sei zampe: un simbolo tra memoria e futuro" si trasferisce a Venezia.

La mostra “Il cane a sei zampe” ripercorre la storia di Eni dal 1952 a oggi attraverso le trasformazioni del suo celebre logo ed è realizzata dall’archivio storico Eni. Sarà gratuita ed aperta al pubblico dal lunedì alla domenica dalle 10 alle 18.

 

  • VOCE 1La mostra
  • VOCE 2Le ragioni della Mostra
  • VOCE 3Museo Correr
  • VOCE 4Galleria Fotografica

Immagini, documenti originali, “caroselli”, memorabilia, filmati aziendali e vignette provenienti dal ricco patrimonio dell’archivio storico Eni e da collezioni private prenderanno per mano il visitatore consentendogli di ripercorrere la storia dell’azienda e di rivivere alcuni passaggi storici che hanno caratterizzato lo sviluppo dell’economia e della società italiane. Sullo sfondo i quattro cambi di marchio che hanno sempre avuto come elemento distintivo il cane a sei zampe, disegnato nel 1952 dallo sculture Luigi Broggini.

Una sezione speciale è riservata proprio alla nascita del marchio e alla storia del concorso del 1952, ricostruita sulla base di documentazione originale. Così come una bacheca della mostra è dedicata ad una selezione di foto storiche e documenti dell’attività Eni a Venezia. Non poteva mancare, infatti, uno spazio dedicato alla storia della presenza Eni nel territorio veneziano: una selezione di fotografie e documenti d’epoca racconterà infatti un legame che ha radici lontane.
Una parte dell’esposizione è infine dedicata al presente, con un’opera esclusiva ispirata al Cane a sei zampe realizzata dalla sand artist israeliana Ilana Yahav, una delle protagoniste della nuova campagna Eni, incentrata sulla valorizzazione di talenti emergenti nelle più diverse discipline artistiche.

La mostra sarà aperta al pubblico dal 5 ottobre al 7 novembre, tutti i giorni  con orario  10 - 18. Durante l’esposizione Eni ha organizzato 4 incontri dedicati agli anni del boom economico, durante i quali l’azienda guidata da Enrico Mattei conquistò posizioni di mercato e seppe dare un indirizzo preciso alla politica energetica italiana. Parleranno di quegli anni Neri Marcorè e Marino Bartoletti che avranno come ospiti Corrado Augias (15 ottobre, “Gli anni Sessanta”), Vittorio Ravà (22 ottobre “I miti degli anni Sessanta”), Edoardo Vianello (29 ottobre “La musica degli anni Sessanta”), Pupi Avati (5 novembre “Il cinema degli anni Sessanta). Gli incontri si svolgeranno alle ore 18 nella sala dello scrutinio di Palazzo Ducale. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

 

La mostra del cane a sei zampe è un’idea nata dopo l’ultimo restyling del marchio nell’autunno del 2009. In quell’occasione l’archivio storico Eni ha svolto ricerche tra le proprie carte scoprendo che poco o niente era rimasto a testimoniare l’origine del cane. Le ricerche fatte negli archivi esterni e le interviste a protagonisti di quella storia, hanno permesso di riscrivere  una vicenda che era rimasta “sospesa” nella memoria dell’azienda. Più in generale, hanno suggerito di rileggere il passato di Eni utilizzando come scansione cronologica i tre restyling del marchio che sono seguiti alla prima realizzazione del 1952.

Per la prima volta Eni racconta se stessa dalle origini ad oggi, utilizzando le immagini e i documenti dell’archivio storico;  lo sforzo fatto è quello di rappresentare il percorso che in quasi sessant’anni ha portato l’azienda a conquistare posizioni e ad evolversi da oil company ad energy company. Nella mostra colpiscono le immagini della prima sezione in cui un’Italia ancora contadina “accoglie”, come un ospite strano e surreale, le prime torri di perforazione o le prime infrastrutture per il trasporto del metano. Accanto a queste immagini che servono a capire la storia di Eni ma che molto dicono sulla storia d’Italia e sugli anni della ricostruzione e del boom economico, si fanno strada man mano che ci si addentra negli anni Sessanta, le fotografie dei tanti paesi stranieri in cui Eni cerca e produce idrocarburi. Sono le foto dell’Egitto, della Tunisia, dell’Iran e di tutti quei luoghi in cui i geologi , i geofisici e i perforatori hanno lavorato fianco a fianco con il personale locale, in uno spirito di collaborazione che da sempre identifica Eni.

Il legame del presente con il passato, l’individuazione di quel filo rosso che rende le scelte di oggi il naturale sviluppo delle scelte fatte nel passato, è una delle chiavi di lettura di questa mostra in cui il passato non è solo un bel ricordo ma anche un insieme di valori che Eni porta con sé dalle sue origini. Nella prima parte della mostra, il periodo 1953-1972, sono presenti tutti quegli elementi che Eni svilupperà nei decenni successivi: lo spirito internazionale, l’investimento in ricerca, la passione per le sfide e l’innovazione. E’ con questo spirito e con la voglia di raccontare le proprie radici, che Eni ha costruito la mostra alla quale ha aggiunto un corredo di audiovisivi e, con l’aiuto di collezionisti privati, oggetti che da un lato spiegano meglio e documentano gli anni trattati e dall’altra mostrano l’uso che l’azienda ha fatto del suo marchio “stampandolo” su molti oggetti di uso comune (pentole, stoviglie, bicchieri del villaggio per i dipendenti), sul merchandising (accendini, radioline, penne, cravatte), sugli strumenti di lavoro (le bombole dei sub, le divise di lavoro, le macchine).
Quasi sessant’anni di storia. Radici profonde che sostengono un’azienda internazionale presente in 77 paesi, che fa del proprio passato un punto di merito e il riferimento della propria identità e cultura.

Il Museo Correr prende nome da Teodoro Correr (1750-1830), nobile di antica famiglia veneziana, attento e appassionato collezionista. Alla morte, nel 1830, egli donò alla città la sua raccolta d’arte, assieme al Palazzo a San Zan Degolà in cui era custodita e a ulteriori risorse destinate a conservare e incrementare la collezione che da lui prende il nome e che costituisce il nucleo fondante del patrimonio dei Musei Civici Veneziani.
Nel documento testamentario è indicato espressamente come e quanto la casa dovesse essere aperta al pubblico e agli studiosi, quante persone dovessero col loro lavoro garantirne il funzionamento e con quali risorse. Queste precise disposizioni sottolineano come il donatore avesse in mente non solo un luogo di cultura in cui gli studiosi potessero istruirsi, ma un vero e proprio museo inteso come luogo di conservazione, esposizione, raccolta e fruizione di oggetti di varia natura.
La collezione non era però stata formata seguendo criteri di organicità; esposta al pubblico a partire dal 1836, solo con il terzo dei suoi direttori, Vincenzo Lazari, viene ordinata secondo una logica museografica. Lazari suddivide i materiali, li cataloga, cura l’immissione di nuove donazioni, attua acquisti, sollecita restauri e struttura il museo da un lato come gabinetto di studio, dall’altro con un percorso espositivo di cose notevoli, scegliendo – sono parole sue – “quanto v’era di meglio in ogni singola raccolta”. A Lazari si deve purtroppo anche la distruzione di documenti e oggetti a suo avviso non consoni alla tutela dell’immagine del donatore, ma è grazie al suo lavoro che, nella seconda metà del secolo, le guide della città pongono il museo tra le mete d’obbligo dei visitatori colti e degli studiosi.
Il successivo continuo accrescersi del patrimonio per nuovi lasciti, donazioni, acquisizioni, segna la singolare storia dei Musei Civici Veneziani, destinati ad articolarsi nel tempo in una serie di sezioni staccate caratterizzate in modo diverso e specifico, fino a costituire l’attuale vasto sistema museale della città.

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